Sergio Bellucci. La Transizione: un corso di formazione politica di Net Left

Sergio Bellucci. La Transizione: un corso di formazione politica di Net Left

In questi mesi l’Associazione Net Left (www.netleft.it) ha proposto in diversi punti del paese un corso di formazione politica nell’era digitale. Le grandi trasformazioni in atto, infatti, necessitano di nuova teoria e di nuove modalità dello stare insieme, delle nuove forme di organizzazione. Le modalità per affrontare gli accadimenti dipendono sempre dalle analisi che si compiono. Quando i movimenti politici dei lavoratori mantenevano una loro distinta comprensione di ciò che accadeva nella società e nella produzione, rispetto alle analisi e alle idee delle classi al comando, la capacità di rivendicazione e di mobilitazione riusciva a trasformare la società. Aver dismesso una autonoma volontà di analisi ha portato ad assumere le idee e le soluzioni che erano interesse di altri ceti, di altre classi. L’illusione che potessero esistere delle politiche “neutre”, delle politiche, cioè, che erano fatte in nome di un interesse indistinto, che valessero per tutti, fu la più grande adesione ideologica alla cultura e alla conoscenza di chi aveva in mano il potere. Non esistono scelte che non tolgono qualcosa a qualcuno e lo danno a qualcun altro, che vanno a favore di qualcuno e contro gli interessi di altri. Aver accettato questa logica “interclassista”, in questi decenni, è stata la più grande aberrazione politica dei gruppi dirigenti delle varie sinistre, una miopia che oggi le sinistre pagano pesantemente.

Tutto dipende, quindi, dal giudizio che si da della crisi che stiamo vivendo. Ci si divide, sostanzialmente in due grandi aree.

La prima sostiene che da questa crisi si possa uscire ripristinando una situazione che gli scossoni del 2008 hanno alterato. Questa tesi sostiene che, con un po’ di interventi di sostegno, qualche sussidio, una riduzione della corruzione, una riduzione della “pressione” fiscale, uno sprazzo di intervento pubblico, il sistema economico riprenderebbe a funzionare. Molte delle forze politiche della sinistra, moderate o meno che si pensino, navigano con questa bandiera sulla testa. Al massimo aggiungono delle accentuazioni, più o meno forti, sul terreno delle battaglie civili. Questo si pensa sia sufficiente ad aumentare la percezione di diversità rispetto ad altre aree politiche.

La seconda sostiene che la crisi del 2008 introduce la storia umana in una fase completamente nuova. I passaggi storici, ovviamente, non si aprono e si chiudono come degli interruttori, ma i segnali che tutto sta cambiando, che una nuova formazione economico-sociale sta iniziando ad uscire da una fase embrionale sono ormai evidenti.

Le trasformazioni della produzione, i cambiamenti dei cicli economici per l’impatto del digitale, i cambiamenti delle forme del lavoro, le compatibilità delle attività umane sia legate all’alterazione dei cicli naturali sia all’intervento tecnologico sul ciclo evolutivo della vita, sia ai processi di trasformazione dell’intera sfera terrestre in mero ciclo produttivo – salute, cibo, materie prime, energia, cultura, ecc… -, i cambiamenti che sono intervenuti nel paradigma scientifico e i meccanismi di acquisizione e di trasferimento delle conoscenze, le trasformazioni delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche, i cambiamenti nelle forme delle organizzazioni umane come i partiti, i sindacati, l’associazionismo, la rottura degli equilibri dei modelli di welfare costruiti intorno alla forma produttiva e del lavoro dell’era industriale, ecc., infatti, convergono in un unico passaggio storico che noi di Net Left definiamo da tempo La Transizione.

Genetica, Robotica, Intelligenza Artificiale, Nanotecnologie si offrono o come nuove forme del dominio totale o come modalità di riorganizzazione del fare umano e della sua sostenibilità. Lasciare la potenza riorganizzatrice della produzione, del consumo, delle forme relazionali tra umani, dei modelli decisionali, in mano alle grandi piattaforme multinazionali digitali, significa collocare la politica, la sua capacità di indirizzare gli esiti e ridefinire i poteri, in un angolo puramente amministrativo. La crisi delle democrazie, la messa in discussione dei modelli di welfare, la probabile messa in discussione del lavoro come attività non solo produttiva dei beni e dei servizi necessari alla vita, ma anche come strumento di redistribuzione della ricchezza, la necessità di rendere le attività umane compatibili con l’ambiente qui ed ora, rappresentano tutti elementi convergenti e ci indicano come impossibile ripristinare degli assetti sociali che il 2008 ha cancellato. L’esito di questo tornante storico, però, non è scontato: il passaggio è ancora aperto e dipende dalle scelte politiche che si stanno compiendo in questi anni. Ciò che la politica deciderà di fare o lasciar fare da qui al 2025, probabilmente, definirà le caratteristiche di un periodo storico lungo. Al suo interno, infatti, convivono varie tendenze, spesso contraddittorie o addirittura contrastanti. I nuovi soggetti sociali emergenti producono direttamente – attraverso lo sviluppo e potenza della conoscenza derivante dalla tecno-scienza – le regole che consentono loro di sviluppare le potenzialità delle nuove forme di valorizzazione del capitale. Le vecchie forme istituzionali, non adeguate a normare le nuove potenzialità del fare digitale, inseguono e soccombono una ad una partendo dai paesi tecnologicamente meno attrezzati.

La potenza e la logica di cooperazione abilitata dalle tecnologie di rete, però, genera processi di partecipazione, di produzione e di scambio che fanno intravvedere esiti post-capitalistici.

Le forme organizzate della politica, figlie dell’era industriale e in primo luogo i partiti novecenteschi, perdono senso e si sciolgono progressivamente. La potenza dell’auto-rappresentazione d’interessi – ieri le Primavere Arabe, oggi i Gilet Gialli in Francia o gli scioperi autoconvocati in Ungheria – fa esplodere conflittualità dirette, non mediate dalle forme organizzate della politica classica, forme basate sulla potenza dei flussi comunicativi digitali. I livelli di ricomposizione istituzionale stentano a fornire prassi e modalità risolutive. Le forme del populismo e del sovranismo illudono che sia possibile una risposta regressiva, una risposta, cioè, che ristabilisca un ordine che è già saltato e che è impossibile da riprodurre. Per questo serve una buona dose di “nuova teoria politica” adeguata ai processi in atto e che possa generare le nuove forme organizzative necessarie alla fase. La Transizione, quindi, è un processo ambiguo, in divenire, aperto a una molteplicità di esiti. Nessun percorso è scontato, anche se ne esistono di privilegiati. Un processo caotico ma nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono a trasformarsi in nuove classi sociali. Tutti, vecchi e nuovi, cercano rappresentanza e chiedono forme di potere, soggettivo e collettivo, di tipo nuovo. Riemergono, quindi, necessità organizzative ma non nelle forme precedenti; di lettura complessiva degli interessi in gioco ma non negli schemi novecenteschi; di svelamento delle forme e delle geografie dei poteri che si dissolvono e di quelli che si costituiscono. Di descrizione dei conflitti e delle tendenze che potranno generare. La Transizione si configura nello scontro sia all’interno del nuovo dominio che tende a configurarsi, sia delle lotte per i nuovi gradi di libertà che individuo e classi subalterne anelano. È all’interno di questo crogiolo di fenomeni che le vecchie categorie politiche si sciolgono e si ricompongono, prendono nuove forme e possono produrre nuovi slanci. Illusorio risulta voler ricercare una collocazione equidistante dagli interessi materiali diretti che i processi producono. Si lacerano vecchi tessuti sociali e se ne producono di nuovi. Si può scegliere solo da quale parte osservare i processi e quali interessi tutelare.

Non esiste un ponte di comando neutro.

Le linee di rottura negli assetti delle società industriali novecenteschi, infatti, si configurano come una vera e propria Transizione verso una nuova formazione economico-sociale e le componenti che spingono verso tale esito sono molteplici e differenziate. Il corso di formazione politico dell’era digitale La Transizione è stato pensato per mettere a fuoco alcune delle linee di frattura e di ricomposizione che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. In sei appuntamenti indaghiamo le trasformazioni, gli interessi, le logiche, delle varie componenti che abilitano il passaggio, ma anche il suo significato più generale, la matrice di senso entro la quale si sviluppa La Transizione. Lavoro, Moneta, Economia, democrazia, Compatibilità e nuove forme di relazione, saranno al centro di incontri che proporranno letture nuove alla luce delle trasformazioni digitali.

Se sei interessato ad organizzare il corso nella tua città, nella tua sezione, nel tuo luogo di lavoro, nella tua scuola o università non devi che scriverci a: sergio.bellucci@gmail.com

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