Rivoluzione ecosocialista. Non c’è futuro se non si avviano politiche di pace e di sviluppo sostenibile nei paesi più poveri

Rivoluzione ecosocialista. Non c’è futuro se non si avviano politiche di pace e di sviluppo sostenibile nei paesi più poveri

La pressione della popolazione mondiale sulle risorse del pianeta è enorme. La concentrazione di ricchezza sull’1% della popolazione è dannosa oltre che inammissibile. Miliardi di persone in Asia, nell’America latina, in Africa, in Medio Oriente, prima in ombra, sono diventate protagoniste della vicenda mondiale e rivendicano il proprio diritto al benessere e ad uscire dalla povertà e dalle guerre. Al contempo, milioni e milioni di persone in Occidente desiderano continuare a vivere nella sicurezza sociale mantenendo le proprie condizioni civili. Queste due esigenze di realtà umane diverse ed estremamente diseguali, non potranno essere soddisfatte dall’attuale modello consumistico finanziario capitalistico, liberista o neo nazionalista, in quanto comprime e dilapida risorse umane, non dispone di materie prime sufficienti, inquina e degrada gli equilibri ecologici. Anzi, esso è causa dei conflitti attuali. Per poter continuare con l’attuale modello finanziario-consumistico occorrerebbe avere a disposizione più di un pianeta, oppure mantenere in stato di permanente e assoluta povertà, come scarti, miliardi di persone ed avere una umanità rassegnata alle diseguaglianze. Sono condizioni fantasiose e aberranti che non si potranno avere e né auspicare. La crisi ecologica affiancata alle nuove diseguaglianze ha spinto perfino gli alfieri del liberismo a ragionare sulla eventualità prossima di un cortocircuito storico del sistema capitalistico nel suo complesso. Il crollo è probabile?

Negli ultimi due secoli drammatici conflitti sociali politici e militari

Guardando alle continue trasformazioni avvenute negli ultimi due secoli della formazione socioeconomica capitalistica, si vede che non ci sono stati crolli improvvisi di sistema ma continue trasformazioni, scandite da drammatici conflitti sociali, politici e militari: le rivoluzioni, le svolte politiche. Nell’epoca attuale la necessitàdel cambiamento ruota intorno alla fuori uscita dalla fase consumistico-finanziaria che ha stravolto gli stessi connotati del capitalismo civilizzato, poiché ne ha reciso alcune caratteristiche progressiste per esaltarne altre estremamente arretrate: decine e decine di milioni di giovani, di lavoratori, di ceti medi in tutto l’Occidente, si trovano in una situazione di insicurezza per condizioni e prospettive di vita. Una cosa sembra a loro sempre più evidente e cioè che chi ha avuto e ha in mano le leve del comando politico, finanziario ed economico, il cosiddetto establishment, ne è la causa perché ha pensato solo a se stesso e alla propria classe di benestanti. La vittoria del miliardario repubblicano Donald Trump alla presidenza degli Usa, dopo la Brexit e la crescita delle forze più retrive delle destre in Francia e in molti altri paesi europei, segnala che in gran parte la protesta è intercettata dalla parte più retriva e populistica dell’establishment, che propone di superare la crisi d’epoca con le vecchie e pericolose armi del protezionismo, del razzismo e dell’antiambientalismo. È una risposta pericolosa per tutti. La crisi la si vuole far pagare ai più deboli con il consenso dei meno deboli. Si racconta così un’altra favola. Come è pensabile che sarà possibile rispondere alla domanda di lavoro stabile e dignitoso innalzando muri alle frontiere e cacciando gli immigrati (Trump quantifica per gli Usa 11-12 milioni), o di riattivare la massiccia industria degli armamenti invece di indicare un piano di investimenti per il rinnovamento tecnologico ed ecologico dell’economia, dei servizi e delle infrastrutture in grado di creare e di ridistribuire il lavoro? Come sarà possibile un futuro se non si avviano politiche di pace e di sviluppo sostenibile nelle aree dei paesi poveri e se non si stabiliscono regole contro il dumping sociale ed ecologico della globalizzazione? Le destre populiste neonazionalistiche ripropongono il vecchio ruolo dello Stato, subalterno ai potenti gruppi economici nazionali che operano nel libero mercato globale ed espropriato delle decisioni politiche collettive e strategiche. Cosa c’è di nuovo nelle proposte del neo presidente Usa nel promettere di abbassare drasticamente le tasse, in particolare alle imprese, mantenendo in soffitta ogni idea di tassazione progressiva? E dove sta la novità nel volere abolire la tassa di successione e condonare gli evasori che riportano i capitali in patria? Ricette già viste e che non hanno funzionato perché premiano solo i ricchi. Il neopresidente Usa, con molta fantasia ed irresponsabilità, denuncia la questione ecologica come una invenzione della Cina per colpire l’industria americana e rilancia criminosamente l’uso dei combustibili fossili. Al ceto medio promette lavoro quello tolto agli immigrati, ma sempre di lavoro povero, senza diritti e difese sociali si tratta. Coerentemente cerca di tagliare i fondi all’«Obamacare».

Obama ha tentato di avviare un processo di cambiamento con scarsi successi

Il rovesciamento delle politiche e degli orientamenti di Obama è totale. Obama ha tentato di avviare un processo di cambiamento sociale e politico ma ha ottenuto scarsi successi, perché ostacolato da un Congresso a maggioranza repubblicana e anche da un partito democratico anch’esso portatore di concezioni liberiste. Nel resto del mondo le cose non sono andate e non stanno andando meglio. L’Europa ha rappresentato uno degli epicentri strategici delle contraddizioni liberiste. Qui le idee e le politiche liberiste hanno egemonizzato da tempo la politica e l’economia di importanti Stati e delle istituzioni europee, ciò anche attraverso il contributo dei partiti socialisti e dei governi di coalizione tra socialisti e destre liberiste. Queste politiche hanno ridotto l’occupazione, impoverito le forze del lavoro e i ceti medi, hanno continuato a degradare l’ambiente. In assenza della tradizionale critica e alternativa politica delle sinistre, sono nati e hanno preso vigore movimenti populistici, espressione delle classi medie e del lavoro, che si sono poi articolati in partiti di pura protesta, in nuove forze di sinistra e in partiti apertamente razzisti e di destra quelli che, oggi, fanno della nuova amministrazione americana il proprio punto di riferimento. È da diversi lustri, quindi, che l’Occidente, e di conseguenza il mondo, sta pagando il disfacimento del neoliberismo e s’interroga sul come uscirne. Tutti siamo dentro una transizione e l’approdo democratico non è certo. (Segue)

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