Per una nuova “stagione dei diritti”. Per una “sicurezza reale”. L’emancipazione dell’immigrato

Per una nuova “stagione dei diritti”. Per una “sicurezza reale”. L’emancipazione dell’immigrato

Affermare il pieno diritto alla sicurezza per il cittadino e, in particolare, per le fasce più deboli della nostra società è un qualcosa che non può prescindere da un’altra prioritaria esigenza, quella di riconoscere pieni diritti anche a chi la sicurezza la assicura a sé, ai propri cari nonché a tutta la nostra popolazione. Diritti, – quelli degli operatori della sicurezza -, che “anelavano” già all’indomani della guerra di liberazione quando, il 27 febbraio del 1947 un gruppo di poliziotti democratici inviarono al presidente dell’assemblea costituzionale in Roma una piattaforma in 14 punti che rivendicava il riconoscimento dei diritti all’epoca negati riscattando l’inaccettabile isolamento con il restante mondo del lavoro. Dovranno passare ancora molti anni e il Paese attraversare crisi altrettanto pesanti come quella degli “anni di piombo” per giungere, finalmente, al varo della Legge nr. 121 con un percorso che, purtroppo, non si completerà del tutto nonostante l’avanzato modello di sicurezza pubblica introdotto nel 1981 basato sulla centralità dell’autorità civile di pubblica sicurezza e che è il frutto di una grande stagione di intesa politica e istituzionale.

Pieno riconoscimento dei diritti sindacali priorità per tutti quelli che indossano le stellette

Oggi, il raggiungimento del pieno riconoscimento dei diritti sindacali all’interno della Polizia di Stato con la possibilità di iscriversi, direttamente, a Cgil, Cisl e Uil deve costituire una priorità e un obiettivo che va esteso a tutto il comparto sicurezza e difesa comprese donne e uomini che attualmente indossano le stellette perché, riconoscere diritti anche a coloro che esercitano professioni di aiuto e che servono lo Stato così come lo servono le nostre Forze di polizia, concorre nel migliorare le condizioni di vita e di lavoro di migliaia di uomini e donne in divisa che si trovano, quotidianamente, a stretto contatto con la nostra popolazione. Gli operatori, a prescindere dalla divisa che indossano, devono poter prendersi cura del cittadino comprese le sue fragilità. In tal senso è strategico il tema della formazione di chi indossa una divisa. Le vittime di un reato, i loro familiari e tutti coloro che possono essere oggetto di discriminazione, odio, razzismo e violenza devono trovare nei comportamenti e nella professionalità dei tutori della legge un riferimento costante in ragione dell’alto grado di responsabilità richiesto dalla loro professione. Investire sulla conoscenza non è mai un errore ma, per farlo, è necessario prevedere risorse ulteriori in favore di chi opera e non, al contrario, disinvestire a 360 ° come si sta attualmente facendo ritenendo la sicurezza un qualcosa da “tagliare”. Il non rinnovo dei contratti, i rinvii di quelle norme contrattuali che migliorerebbero il lavoro degli operatori ne sono l’esempio. Stesso dicasi in tema di assunzioni per Corpi che si trovano a gestire situazioni sempre più imprevedibili e carichi di lavoro enormemente accresciutisi con un’età media di servizio elevatissima e con sempre meno personale per farlo.

Migliaia di operatori in meno, presidi di Polizia con organici risicati

Si comprenderà così il disagio di chi opera, di chi ha visto peggiorare le proprie condizioni di vita al pari del cittadino che avrà sempre meno sicurezza sapendo che quando l’asticella si abbassa a rimetterci saranno sempre più le fasce più deboli: ovvero gli anziani le donne ed i giovani. Migliaia di operatori in meno, presidi di Polizia con organici sempre più risicati con centinaia di essi a rischio chiusura non sono un bel biglietto da visita per un governo che dice di puntare sulla sicurezza tanto da farci dichiarare che i fatti, al netto dei proclami, sono praticamente inesistenti. Ma non basta, l’approccio con cui si introducono nuove misure attraverso i cosiddetti “decreti sicurezza” è decisamente emergenziale e repressivo tanto da farci dichiarare che temi sociali quali l’emergenza casa, le occupazioni di caseggiati e i flussi migratori non possono venire costantemente affrontati in chiave di ordine e di sicurezza pubblica. Il timore, oltre a rendere maggiormente gravoso il lavoro degli operatori, è anche quello di renderlo sempre più pericoloso perché l’inasprimento dei conflitti finirà per inevitabilmente aumentare una rabbia sociale che dovrà trovare prima o poi un freno che, ci auguriamo, non debba essere quello della contrapposizione con gli operatori delle Forze dell’ordine.

Non basta vestire i nostri colori, la nostra divisa”

Non solo, le mancate risposte in chiave di emancipazione dell’immigrato rischiano di alimentare quell’esercito di “ultimi”, “diseredati” ed “esclusi” che finirà per aumentare i circuiti della criminalità, del radicalismo o delle mafie. Le mafie, sempre più pervasive tanto da costituire la prima emergenza del Paese, che dovrebbero essere la prima preoccupazione del governo, non sono in agenda perché oggi, il vero tema, è l’immigrazione con buona pace per quei territori dove la sovranità dello Stato la si assicura attraverso la militarizzazione del territorio. Risposta sbagliata, dispendiosa e di inutile rassicurazione perché bisogna puntare sul controllo come “conoscenza” e non come “occupazione”. Agitare lo spettro dell’insicurezza non aiuta. Aiuta – al contrario – un atteggiamento serio e competente verso i delicati problemi che abbiamo davanti a noi seguendo magari l’esempio di chi “silenziosamente” e con sobrietà e dignità onora la nostra divisa e che merita il dovuto rispetto. A chi veste, da non appartenente alla nostra amministrazione, la nostra divisa diciamo che “non basta vestire i nostri colori” per accattivarsi la simpatia di chi, oggi, ha definitivamente compreso che con le sole “parole” non si stanno risolvendo i problemi dei cittadini né, tanto meno, quelli dei poliziotti.

Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil

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