Paolo Ciofi. Un nuovo socialismo. Democrazia economica, sociale e politica. Accesso alla cultura ed al sapere per superare ogni forma di sfruttamento

Paolo Ciofi. Un nuovo socialismo. Democrazia economica, sociale  e politica. Accesso alla cultura ed al sapere per superare ogni forma di sfruttamento

È necessario un nuovo socialismo, se per nuovo socialismo s’intende un più avanzato ordinamento della società in cui, salvaguardando la pace tra i popoli, siano garantite tutte le libertà individuali e collettive insieme all’uguaglianza sostanziale, indispensabile perché con la tutela del lavoro e della natura si possano esprimere le capacità di tutti e di ciascuno. Assicurando la fine di ogni discriminazione nell’accesso alla cultura e al sapere, e promuovendo forme di democrazia economica, sociale e politica volte al progressivo avvicinamento tra governanti e governati con l’obiettivo di superare ogni forma di sfruttamento tra gli esseri umani, del genere maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni.

Ciò comporta l’abbattimento della sovranità totalitaria del mercato, non la sua soppressione e la statizzazione integrale dei mezzi di produzione, come è avvenuto in Unione Sovietica. Premesso che il mercato non si identifica con il capitalismo, si tratta di assicurarne il governo democratico come misuratore di efficienza nell’ambito di una pianificazione strategica flessibile e della partecipazione consapevole delle lavoratrici e dei lavoratori al potere pubblico. Un assetto nel quale l’economia sia posta al servizio degli esseri umani: impiegando il surplus generato dalla forza-lavoro sociale non per accrescere profitti e rendite di pochi ma per elevare il benessere materiale e culturale della collettività, conformando a questo fine le forme di proprietà più adeguate ed efficienti.

Ineludibile la questione cruciale della proprietà. Le forme dell’impresa

La questione cruciale della proprietà è perciò ineludibile, e maggiormente caratterizzante, nella lotta per un nuovo socialismo.Vanno anche ripensate, oltre al rapporto Stato-mercato, le forme dell’impresa, comprese quelle che fanno rifermento alla cooperazione, al mutualismo, al no profit e al volontariato, spesso subalterne, snaturate o soffocate dalla dittatura del capitale. Al centro va posta la valorizzazione del fattore umano, soprattutto in una fase in cui più stringente si presenta il nodo della democrazia economica. Intesa non solo nella dimensione sindacale, in modo da assicurare alle lavoratrici e ai lavoratori la piena libertà di eleggere le loro rappresentanze. Ma nel senso più ampio della gestione dell’impresa da parte dei lavoratori e di garantire il principio di uguaglianza nell’accesso alla proprietà. Senza democrazia nell’impresa e nel modo di produzione non vi può essere democrazia politica e sociale. E viceversa.

È arrivato il tempo di prendere atto che la Costituzione del 1948, sancendo il pluralismo delle forme proprietarie e contestando il monopolio della proprietà privata capitalistica, indica un originale e inedito percorso democratico verso una civiltà superiore che possiamo chiamare nuovo socialismo per distinguerlo dalle esperienze del passato. Ma finora questo riconoscimento non c’è stato: la portata innovatrice e rivoluzionaria della Carta fondamentale che dovrebbe regolare il patto tra gli italiani è stata, ed è tuttora, sottovalutata  e forse incompresa dai partiti che si dichiarano di sinistra.

Un terreno di lotta fra  forze del progresso e forze della conservazione

Eppure si tratta di un disegno limpido e coerente, che ponendo a fondamento della Repubblica il lavoro e non il capitale ridefinisce i principi di libertà e uguaglianza, imbastisce una nuova trama di diritti e progetta per i lavoratori e le lavoratrici il ruolo di classe dirigente. Un vero e proprio rivoluzionamento nell’economia, nella società e nella politica incardinato su diverse forme di proprietà. In altre parole, ponendo il lavoro a fondamento della Repubblica democratica, la Costituzione italiana del 1948 progetta un’ardita trasformazione dell’intero ordinamento delle relazioni umane. Per questo motivo è sempre stata un terreno di lotta tra forze del progresso e forze della conservazione, quando esistevano un partito operaio e popolare e un sindacato di classe che rappresentava la maggioranza dei lavoratori.

Il fondamento del lavoro è una precisa scelta di campo. Significa che, nella riconosciuta dualità capitale-lavoro e nel conflitto che caratterizza la società in cui viviamo, il principio lavoristico ha la supremazia sul principio capitalistico. Non è una scelta corporativa, come ritiene qualcuno che anche a sinistra ancora storce il naso. È un scelta di civiltà di portata storica. Lo possiamo affermare senza cadere nella retorica dilagante del nostro tempo, poiché questa Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro, abbatte l’antemurale della proprietà considerata sacra e inviolabile al pari della persona umana, su cui si è retta la dittatura fascista che ha violentato i lavoratori, distrutto la democrazia, liquidato la libertà. Al posto del proprietario cittadino, i padri costituenti hanno voluto che il pilastro del patto tra gli italiani sia il lavoratore cittadino. Colui e colei – la donna diventata finalmente titolare del diritto di voto – i quali per vivere hanno il bisogno di lavorare. A loro, protagonisti della nuova democrazia progressiva, devono essere assicurati tutti i mezzi necessari per crescere nella libertà e potersi affermare come classe dirigente.

Prima del cittadino ci sono gli uomini e le donne

La categoria del cittadino senza specificazioni e senza qualità sociale, apparentemente neutra ma in realtà conforme agli interessi delle élite possidenti, viene superata perché non è in grado di sorreggere un impianto democratico fondato sulla partecipazione delle persone che lavorano. Prima del cittadino ci sono gli uomini e le donne. Ci sono poi le persone, donne e uomini, che portano al mercato le proprie abilità intellettuali e fisiche, e coloro i quali utilizzanotali abilità per ricavarne un profitto,in quanto detentori del capitale. E’ certo che la liberazione del lavoro dallo sfruttamento non si potrà ottenere se non ci si sforza di comprendere la diversità tra uomo e donna come pure la complessità della figura sociale di ciascuno e di ciascuna, andando oltre la stessa condizione materiale. Ma dalla disuguaglianza esistente tra chi possiede i mezzi di produzione e chi dispone solo della propria forza-lavoro non si può prescindere, ben al di là della asserita uguaglianza di tutti e di tutte di fronte alla legge

L’articolo 3 è di una chiarezza cristallina, andando oltre l’uguaglianza formale davanti alla legge e stabilendo il principio inedito dell’uguaglianza sostanziale restato inapplicato: «E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione, politica, economica e sociale del Paese». Dove è chiaro che per costruire una democrazia in espansione, aperta al nuovo e ricca di contenuti, sociali non basta intervenire nella sfera distributiva della ricchezza, occorre puntare sul rapporto di produzione, ossia sul rapporto di proprietà, mettendo in discussione il principio regolatore dell’economia capitalista.

L’obiettivo fondamentale è la piena occupazione

Il principio lavoristico trova una sua esplicita affermazione nell’articolo 4, dove si afferma che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto». Ciò significa che in materia economica e sociale l’obiettivo fondamentale indicato dalla Costituzione è quello della piena occupazione. Che diventa tale solo se, facendo prevalere l’interesse pubblico rispetto a quello privato, vengono mobilitati adeguati investimenti in tutti i campi, a cominciare dalla tutela ambientale, dalla ricerca scientifica, dalla cultura e formazione. In altre parole, la scelta dell’allocazione delle risorse non può sottostare al criterio del massimo profitto, bensì a quello della massima occupazione. Lo impone il primario diritto al lavoro.

Nel disegno costituzionale un diverso orientamento e un diverso assetto dell’economia nascono dall’esigenza di soddisfare fondamentali bisogni sociali, non viceversa. E quando i bisogni diventano diritti, allora l’economia deve essere piegata in funzione del loro concreto esercizio e godimento. Se il diritto al lavoro, ossia alla piena occupazione, è prioritario al punto di essere annoverato tra i 12 principi fondamentali della Carta, non meno rilevante è l’insieme dei diritti sociali, che costituiscono la vera novità rispetto ai diritti civili di ispirazione liberale. Premesso che «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni», vengono istituiti il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro», paritaria per uomini e donne a parità di condizioni, comunque sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa» con «riposo settimanale» e «ferie retribuite»; il diritto alla tutela della salute, alla pensione e all’assistenza sociale; il diritto «per i capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi» «di raggiungere i più alti gradi degli studi» dopo l’istruzione di base gratuita per tutti. Inoltre, «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

Le condizioni perché i nuovi diritti possano essere esercitati

Non si tratta di enunciazioni retoriche. I costituenti hanno fissato anche le condizioni perché i nuovi diritti si possano effettivamente esercitare. Non basta, sebbene sia indispensabile, che tutti concorrano alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva secondo «criteri di progressività (art. 53). Stabilito che «la proprietà è pubblica o privata» e che «i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati», vengono fissate altre condizioni dirimenti: che l’iniziativa economica privata non si svolga in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41); che alla proprietà privata sia posto un limite che ne assicuri la funzione sociale e l’accessibilità a tutti (art.42); che sia possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori o di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia e a situazioni di monopolio (art. 43).

Viene così a delinearsi un inedito quadro d’insieme nel quale si afferma il principio del pluralismo nelle forme e nel diritto di proprietà, chiaramente alternativo al totalitarismo imperante della proprietà capitalistica privata, e si fissano le coordinate di un’economia mista in funzione dell’obiettivo dell’utilità sociale. Come confermano gli altri articoli riguardanti il limite alla proprietà terriera e l’uso razionale del suolo, la funzione sociale della cooperazione, la tutela del risparmio e il controllo del credito. Nonché il diritto dei lavoratori a collaborare nella gestione delle aziende.

 I contenuti della libertà e dell’uguaglianza, presenza politica dei lavoratori

Se dunque il fondamento del lavoro ridefinisce i contenuti della libertà e dell’uguaglianza, e su questa base si delineano le forme della proprietà e dell’economia funzionali all’esercizio dei diritti, nella Costituzione italiana si fissano anche le condizioni politiche in assenza delle quali uno straordinario disegno di cambiamento resta lettera morta. Le lavoratrici e i lavoratori conquistano il diritto di sciopero e la libertà sindacale, un passo avanti decisivo per potersi dichiarare donne e uomini liberi. Ma conquistano anche la possibilità di lottare nella società e nelle istituzioni fino a farsi classe dirigente, associandosi liberamente in partito politico «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art. 49).

Si tratta di una condizione ineludibile giacché il progetto di una Repubblica democratica fondata sul lavoro, che non guarda al passato, ma – come è stato giustamente osservato – è orientato a mettere in moto un cambiamento verso il futuro fino a introdurre elementi di socialismo, non può essere separato dalla presenza politica e dal protagonismo dei lavoratori. Questa visione ardita e coraggiosa dei costituenti, diversa da ogni modello esistente, è stata però sovvertita dal dominio incontrastato del capitale. In conseguenza della sconfitta storica del movimento operaio, la Costituzione che dà vita alla Repubblica democratica fondata sul lavoro ancora sopravvive formalmente, ma con la soppressione del partito politico dei lavoratori è stata cancellatala condizione essenziale della sua attuazione.

La Costituzione come bussola e tavola dei valori

In questo contraddittorio e difficile stato delle cose, reso più grave dalle condizioni in cui è stato condotto il Paese e dalle contraddizioni insostenibili del capitale che in Italia e in Europa diffondono impoverimento e paura, le scelte possibili sono due: o si abbandona definitivamente al suo destino il progetto di cambiamento fissato in Costituzione acconciandosi a una definitiva retrocessione storica, oppure si adotta la Costituzione come bussola e tavola dei valori per costruire il soggetto politico del cambiamento, promuovendo lotte e movimenti in grado di dare risposte concrete al disagio e al malcontento che percorrono la società. Questa strada non facile è ancora percorribile, ma bisogna imboccarla con chiarezza e determinazione, coraggio e generosità.

È una strada che va oltre i confini nazionali. Porta in Europa e nei territori del mondo perché i principi e i diritti costituzionali già ricordati, insieme al principio drammaticamente attuale che ripudia la guerra come «strumento di offesa alla libertà di altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali», hanno valore universale e possono essere la trama su cui costruire una piattaforma comune per la lotta di liberazione dal capitale non solo in Italia. Superando frammentazioni, separatezze e guerre tra poveri occorre allargare l’orizzonte e avere il coraggio di proporre una visione internazionalista all’altezza dei tempi. Non ha senso proclamare in Europa libertà e uguaglianza tra gli esseri umani se all’universalità dei diritti civili non corrisponde l’universalità dei diritti sociali.

La resa incondizionata del compromesso socialdemocratico

La cultura della Costituzione italiana serve per farci uscire dalla prigione del capitalismo del nostro tempo. Da un lato, smontando la vecchia ideologia proprietaria che si identifica con l’immortalità del capitale, oggi riverniciata dai padroni della rete che imbellettano lo sfruttamento capitalistico come fosse una divinità da adorare. Dall’altro, rinnovando gli ideali del socialismo, affondato con la resa incondizionata del compromesso socialdemocratico nel riformismo delle controriforme. Pensare una civiltà superiore, predisporre gli strumenti culturali e politici, e combattere nella società per i bisogni immediati con l’obiettivo strategico di un generale cambiamento non è un’utopia irraggiungibile. È la rivoluzione che ci è imposta dalla crisi generale in cui viviamo. Dal divario sempre più profondo tra le potenzialità rivoluzionarie della scienza e della tecnica, di cui la digitalizzazione della produzione e della comunicazione è solo un aspetto, e la concentrazione mostruosa della proprietà privata capitalistica che accresce le disuguaglianze e moltiplica i rischi per la sopravvivenza del pianeta.

Una visione complessiva dell’uguaglianza. Diritto alla conoscenza

Questa Costituzione ha una sua forza creativa che consiste soprattutto nella capacità di essere affacciata sul futuro, aperta all’affermazione di nuovi diritti e di nuove libertà. E perciò in grado di proporre una visione complessa dell’uguaglianza, come emerge già dall’articolo 3, che non si riduce alla parità delle condizioni di partenza ma è volta a rimuovere le cause di vario ordine che dell’uguaglianza medesima ostacolano o impediscono l’effettivo esercizio. Emblematico è il caso del diritto all’accesso della conoscenza reso possibile da internet, che però resta vano se lo stato materiale e culturale dei soggetti crea condizioni di discriminazione e di esclusione. Dove si conferma che la rivoluzione scientifica e tecnologica del nostro tempo reclama quell’uguaglianza sostanziale che la Costituzione sancisce, nell’interesse soprattutto delle generazioni che si affacciano alla vita.

Lo Stato non più al servizio del mercato ma antagonista

La Costituzione non abolisce la proprietà ma, come fa notare Stefano Rodotà, dislocandola «ormai fuori dalla logica liberista» la conforma in modo tale da consentire la realizzazione di finalità sociali. Con ciò viene superata la tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista al mercato; non più al servizio della classe dei proprietari, ma al servizio della classe dei lavoratori. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare per i diritti che la Costituzione loro riconosce. I rapporti di forza sono dunque decisivi.

La centralità del lavoro non contrasta con la centralità della persona in presenza del conflitto tra le classi. È vero invece che in assenza del lavoro gli esseri umani non sopravvivono, e la persona viene schiacciata dal capitale. Il contrario di ciò che prescrive il progetto costituzionale, che sulla valorizzazione del lavoro costruisce la base materiale e culturale della valorizzazione della persona, premessa dell’uguaglianza e della libertà, e perciò anche riferimento imprescindibile per la funzione della proprietà e per il governo del mercato. Si instaura così una relazione inedita, unica nel Novecento e ricca di implicazioni per i moderni, tra solidarismo e individualità, tra impresa e utilità sociale, tra persona e classe sociale, che dà alla Costituzione dell’Italia il respiro di un’operazione strategica di grande portata non solo per gli italiani. Se il problema è liberarsi della dittatura del capitale, questa Costituzione indica la strada.

La Costituzione non cancella e non sanziona il conflitto fra le classi

È di fondamentale importanza capire che con la conquista storica della Costituzione del 1948 il paradigma tradizionale del conflitto, tipico delle democrazie liberali, viene rovesciato a vantaggio della classe lavoratrice. La Carta che regola il patto tra gli italiani, infatti, non cancella e non sanziona il conflitto tra le classi. Al contrario, lo riconosce e lo tutela sul terreno dello sviluppo della democrazia: chi lotta per la libertà e l’uguaglianza e per l’attuazione dei diritti può impugnare la suprema legge perché la suprema legge sta dalla sua parte, non di chi si oppone. In questa visione la democrazia politica non si riduce a una somma burocratica di regole e procedure, né si conchiude nelle stanze della rappresentanza istituzionale, ma è aperta alla società e ai movimenti sociali, e si arricchisce con forme di democrazia diretta. Un sistema complesso che ruota intorno al cardine del partito politico, l’unico strumento che la classe lavoratrice del nostro tempo ha a disposizione per liberare se stessa e l’intera società.

Da  Paolo Ciofi.”La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo”, Editori Riuniti 2018.

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