Nuccio Iovene. Se Lenin si fosse imbattuto nell’Italia di oggi avrebbe scritto il “ Che non fare”

Nuccio Iovene. Se Lenin si fosse imbattuto nell’Italia di oggi avrebbe scritto il “ Che non fare”

Ho pensato più volte che se Lenin si fosse imbattuto nell’Italia dei giorni nostri e nella sinistra che ancora si autodefinisce tale in questo nostro Paese avrebbe sentito l’urgenza, e probabilmente trovato più naturale, piuttosto che scrivere il “Che fare?” di scrivere il “Che non fare!”. Basta volgere lo sguardo indietro agli ultimi dieci anni. La nascita del PD si fondò su due assunti, rivelatisi entrambi sbagliati: il passaggio del sistema politico italiano dal bipolarismo (centrodestra contro centrosinistra) al bipartitismo (forzato) di cui oltre al Partito Democratico sarebbe stato protagonista, anche grazie al Berlusconi del predellino, il Popolo delle Libertà; l’autosufficienza del PD (il correre da soli) all’interno di questa prospettiva. Nessuna delle due cose si è avverata, anzi la prima è andata direttamente a sbattere alla sua prima prova elettorale e la seconda si è rapidamente consumata con il dissolversi immediato del Popolo delle libertà e la lunghissima crisi del PD fin dal suo nascere, ancora evidente e in corso, come ci raccontano le cronache congressuali di questi giorni. In questi dieci anni però la sinistra che decise di non arrendersi alla sua cancellazione avrebbe potuto  cogliere l’occasione per ricostruirsi e giocare, con pazienza e sguardo lungo, una sua partita. E per un breve periodo (a cavallo del 2010) sembrava che così potesse essere: era la stagione in cui Vendola conquistava per la seconda volta la Puglia, sconfiggendo prima il Pd nelle primarie e poi il centrodestra alle elezioni regionali, era la stagione dei sindaci di Milano, Genova, Cagliari, Rieti, Lamezia Terme e tanti altri che rappresentavano la necessità e la possibilità di un rinnovamento e di una discontinuità all’interno del centrosinistra.

Dal 2008 in poi la sinistra si è quasi sempre presentata divisa alle elezioni

Ma si trattò appunto, e purtroppo, di una stagione troppo breve a cui fu sbarrata la strada (impedendo di andare alle elezioni politiche dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011 e dando vita al governo Monti) e che si consumò per l’evidente incapacità dei gruppi dirigenti della sinistra di essere all’altezza della sfida che andava prospettandosi. Basti pensare che dalle elezioni del 2008 in poi la sinistra si è quasi sempre presentata divisa e sempre con un simbolo diverso, quasi avesse la necessità di non farsi riconoscere e al tempo stesso di trovare una scorciatoia. Alle politiche del 2008 la Sinistra Arcobaleno (lista che aveva messo insieme tutte le forze esistenti a sinistra del Pd) rimase fuori dal Parlamento e poco oltre il 3%. Alle europee del 2009 ci si arrivò nuovamente divisi: archiviata la Sinistra Arcobaleno, si presentarono due liste, quella di Rifondazione e comunisti italiani e quella, al suo esordio, di Sinistra e Libertà (che metteva insieme i compagni di Rifondazione che erano usciti insieme a Vendola da quel partito, quelli di Sinistra Democratica che non avevano voluto transitare dai DS al Pd, i Verdi e i Socialisti). Anche questa volta entrambe le liste rimasero fuori dal Parlamento Europeo pur superando di poco, entrambe, il 3%. Nel 2010 alle successive regionali si presentano la federazione della sinistra (sempre rifondazione e comunisti italiani), la appena nata SEL (sinistra ecologia libertà) dopo che Verdi e Socialisti avevano deciso di ripresentarsi ciascuno con il proprio simbolo. Nel 2013 alle politiche ci si presenta nuovamente divisi con Rivoluzione Civile (che mette insieme rifondazione, Italia dei valori, e comunisti italiani) fuori dalla coalizione di centrosinistra, e che si ferma poco oltre il 2% e resta fuori dal Parlamento ancora una volta, e SEL in coalizione con Italia Bene Comune, che supera il 3% e rientra in Parlamento. Nel 2014 si archiviano tutti i simboli finora utilizzati e ci si presenta con l’Altra Europa con Tsipras tutti insieme, tranne Verdi e Italia dei Valori che restano fuori dal Parlamento Europeo. La lista supera di poco il 4% ed elegge tre parlamentari europei grazie alla leadership simbolicamente fortissima del Primo Ministro Greco Alexis Tsipras, in quel momento assediato dalla Troika.

In  questi dieci anni in coalizione o divisi votano a sinistra circa un milione di elettori

Ancora nelle regionali del 2015 ci si presenta divisi, in alcuni casi in coalizione ed in altri no, con simboli diversi regione per regione. Nelle ultime politiche del 2018 ancora altri simboli: Potere al Popolo (con dentro rifondazione) che si ferma all’1% e resta fuori dal Parlamento e LeU (Liberi e Uguali) che mette insieme Sinistra Italiana (nata da SEL), MDP nata dalla scissione del PD, e Possibile, che supera di poco il 3% ed entra in Parlamento. In tutti questi dieci anni ha comunque, e nonostante tutto, votato a sinistra circa un milione di elettori, ai quali ogni volta è stato raccontato che quella specifica elezione e quella specifica lista erano finalmente l’occasione per rimettersi insieme, costruire un partito, guardare avanti, evitare di rifare gli errori del passato salvo smentire il tutto con i comportamenti concreti del giorno dopo. Ora, fra qualche mese, esattamente il 26 maggio prossimo si terranno le elezioni europee e su come e se ci arriverà la sinistra (una o più liste, quali e come, su quali proposte e prospettive) è ancora oggi buio pesto.

Nuovamente diviso quello che si era riunito intorno a Leu

Mentre quello che si era riunito attorno a LeU si è nuovamente diviso, così come è diviso il mondo che aveva dato vita a Potere al popolo, anche il dibattito pubblico sul tema è inesistente. Quasi che elezioni e liste non fossero l’occasione e lo strumento di una battaglia e di una presenza politica collettiva, di una proposta da avanzare al Paese su cui conquistare consensi, costruire e consolidare un progetto politico ma il taxi (per cui uno vale l’altro) su cui salire per arrivare (da percorsi individuali) di volta in volta in parlamento. Ecco perché, ripercorrendo cosi velocemente e stringatamente questi ultimi dieci anni, penso che molte delle cose ricordate sarebbero state certamente inserite nell’immaginario “Che non fare!” di cui avremmo avuto certamente bisogno (se Lenin l’avesse scritto!). Ovviamente a condizione di prestarvi ascolto e farne tesoro.

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