Le bugie degli egiziani passano sopra il cadavere martoriato di Giulio Regeni. L’indifferenza di Salvini: non si possono annullare i rapporti con l’Egitto

Le bugie degli egiziani passano sopra il cadavere martoriato di Giulio Regeni. L’indifferenza di Salvini: non si possono annullare i rapporti con l’Egitto

25 gennaio 2016. Giulio Regeni sta uscendo dalla sua abitazione a Il Cairo, in Egitto. Manda un sms alla sua fidanzata. Il 3 febbraio, in un fosso al margine dell’autostrada per Alessandria D’Egitto, viene ritrovato il suo cadavere. Quello che accade nell’intervallo tra le due date è ancora avvolto dal mistero.

Giulio Regeni era un ragazzo prodigio. Partito da Fiumicello ancora minorenne si trasferì negli Stati Uniti per studiare all’Armand Hammer United World College of the American e poi nel Regno Unito. Vinse due volte, grazie alle sue ricerche sul Medio Oriente, il premio “Europa e giovani”, organizzato dall’Istituto regionale studi europei. Ha lavorato per Oxford Analityca e stava conseguendo un dottorato di ricerca presso l’università di Cambridge. In Egitto stava compiendo una ricerca sui sindacati indipendenti. Davvero molto se commisurato ai suoi 28 anni.

ECCE HOMO

Il corpo di Regeni era nudo ed orrendamente mutilato. Presentava evidenti segni di tortura. Il primo rapporto forense egiziano, datato 1 marzo 2016, dice che il giovane, ante mortem, fu torturato per sette giorni a intervalli di 10-14 ore. I risultati dell’autopsia svolta dalle autorità de Il Cairo non sono mai pervenuti. L’autopsia italiana parla di ossa rotte, denti spezzati, tumefazioni e alcune lettere incise sul corpo. Si sono riscontrate bruciature di sigarette, coltellate multiple e lesioni prodotte da strumenti molto affilati. Le ossa delle dita delle mani erano state spezzate, così le gambe. È evidente che Regeni è stato oggetto delle attenzioni di professionisti della tortura.

 FANTASIE EGIZIE

Fin dal principio è stato chiaro che le forze di polizia egiziana volevano marginalizzare la portata dell’omicidio. La loro prima versione fu quella dell’incidente stradale, del tutto incompatibile con la prima analisi superficiale del corpo. La seconda versione era ancora più improbabile della prima. Basandosi solo ed esclusivamente sulla nudità del corpo, la polizia concluse che si trattava di delitto a sfondo omosessuale. La polizia egiziana non si è neanche curata di redigere un profilo della vittima, sebbene la cosiddetta vittimologia sia alla base di ogni indagine degna di questo nome. Analizzando il contesto era fin troppo evidente che Regeni fosse eterosessuale.

Il 24 marzo 2016 i tutori dell’ordine de Il Cairo individuano quattro uomini che vengono indicati come responsabili del sequestro di Regeni. Muoiono tutti e quattro in una sparatoria proprio con la polizia, senza poter essere interrogati sui fatti.  Gli investigatori locali ritrovano, in quello che è stato indicato come il covo della banda, una borsa con il logo della Federazione Italiana Gioco Calcio. Al suo interno il passaporto, tesserino di riconoscimento dell’Università e la carta di credito di Giulio Regeni. Con questi oggetti viene ritrovato anche un panetto di hascisc. Da cui i poliziotti deducono che la vittima era implicata nello spaccio di stupefacenti. Peccato che Regeni non solo non consumasse droga, ma non aveva nessun motivo per diventare un piccolo spacciatore.  Questa tesi, traballante ed imbarazzante tanto quanto l’incidente stradale e il movente passionale, viene anch’essa scartata. In ultimo, nel settembre 2017, Ibrahim Metwaly, l’avvocato egiziano che rappresentava la famiglia Regeni è stato incarcerato per “attività sovversive”.

Viene da pensare che nel pregiudizio occidentale, che vede il vicino Oriente come una terra magica e fantasiosa, ottimo palcoscenico per le favole, ci sia qualcosa di vero.

CERTEZZE ITALIANE

Veniamo ora alle cose certe. Mohamed Abdallah, leader del sindacato autonomo degli ambulanti che era l’oggetto delle ricerche di Regeni, denuncia Giulio alla polizia il 6 gennaio. Lo segue e riporta gli spostamenti della vittima alla polizia fino al 22 gennaio, ovvero 3 giorni prima della sua scomparsa. Il generale Khaled Shalabi, uno dei principali investigatori egiziani, risultava condannato per rapimento e tortura. Un “professionista”.  Ottenne la sospensione condizionale della pena, rimanendo in servizio. Il 3 febbraio, giorno del ritrovamento del corpo di Regeni, l’allora ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, doveva chiudere importanti accordi con imprenditori egiziani. Ovviamente il ministro rientrò velocemente a Roma e le trattative vennero interrotte.

Sono nove gli ufficiali della National Security, il servizio segreto civile egiziano, e del dipartimento di polizia coinvolti nel sequestro. A denunciarlo è la ricostruzione degli investigatori italiani che per mesi hanno lavorato sui pochi dati disponibili e sulle tante lacune, omissioni e contraddizioni fornite dagli egiziani. Vediamone alcuni. A coordinare l’operazione di sorveglianza nei confronti di Regeni è stato il maggiore della National Security Sharif Magdi Ibrqaim Abdlaal. Si dia il caso che sia la stessa persona che ha arrestato l’avvocato della famiglia Regeni in Egitto. E, quasi per coincidenza, è la stessa persona che ha fornito al capo del sindacato autonomo dei venditori ambulanti una videocamera per “incastrare” il ricercatore italiano. Chiude il quadro il colonnello Osam Helmy, anche lui coinvolto nelle indagini su Regeni, che aveva accolto la squadra investigativa italiana smentendo qualsiasi interesse dell’intelligence egiziana nei confronti del giovane. Resta un nome indefinito, quello dell’ufficiale della National Security che, durante le vacanze di natale, perquisisce, con il benestare del coinquilino, la stanza dove alloggiava l’italiano. Questo perché Regeni è stato sorvegliato dal settembre del 2015, pochi giorni dopo il suo arrivo in Egitto, nonostante la polizia locale abbia sostenuto il contrario, fino al giorno della sua scomparsa.

VITA QUOTIDIANA IN EGITTO

Regeni era una spia? Gli investigatori italiani lo escludono. Traspare il ritratto di un giovane sicuramente curioso, ma che viveva per la ricerca. Restano sullo sfondo una solida certezza e una possibilità. La certezza è che il regime di Al-Sisi limita la libertà delle persone, reprime il dissenso, usa come pratica operativa corrente le sparizioni forzate. Siamo di fronte ad un sistema poliziesco in cui il controllo è capillare come quello della Stasi nella Germania Est: la spia che ti consegna alle autorità può essere tua moglie, tuo figlio, il tuo vicino di casa, la persona della quale maggiormente ti fidi. Quello di Al-Sisi è un sistema di potere in cui la preminenza della polizia sulla magistratura, l’uso dell’intimidazione e della tortura sono una regola ed il diritto è un’eccezione.  Chi esprime critiche al regime può restare in carcere per anni senza processo: tra loro attivisti politici, giornalisti e difensori dei diritti umani. La possibilità, invece, è data dalla straordinaria concomitanza del ritrovamento del corpo di Regeni con la vista del ministro Guidi. Come se qualcuno avesse voluto utilizzare lo scalpore della vicenda per “fare lo sgambetto” alla presenza commerciale ed imprenditoriale italiana in Egitto. Difficile che le due cose siano intimamente legate e che abbiano un nesso causa-effetto. Ma oramai, dato che il cadavere c’era …

QUANTO CI PIACE AL-SISI …

Eppure l’Egitto di Al-Sisi piace. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk elogiano Il Cairo come partner “esemplare” del Nord Africa per aver impedito la partenza dei migranti diretti in Europa. Il nostro Ministro degli interni, Matteo Salvini, nonostante le indagini italiane parlino chiaro, nutre ancora fiducia incondizionata in Al-Sisi: “Il ministro dell’Interno egiziano e il presidente della Repubblica mi hanno garantito che il lavoro degli inquirenti va avanti e che i responsabili saranno individuati e puniti. Io mi fido di quello che mi hanno detto”. Salvini arriva anche a dichiarare che: “Non si possono annullare i rapporti con l’Egitto per Giulio Regeni”. Si sa, gli affari sono affari. Passano sopra l’evidenza dei fatti, le grossolanità, le bugie che fino ad oggi gli egiziani ci hanno propinato. E passano anche sopra il cadavere martoriato di un ragazzo morto atrocemente a soli 28 anni.

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