La sinistra non può morire di elettoralismo o di conformismo. Serve un’alternativa larga e di popolo

La sinistra non può morire di elettoralismo o di conformismo. Serve un’alternativa larga e di popolo

Un soggetto non nasce per contrarietà. Nasce perché c’è una rottura, una domanda nuova di cambiamento. Interessi, bisogni, aspirazioni che convergono dentro un disegno di società possibile, alternativa all’offerta politica esistente. E’ questo il tempo? Oppure ci troviamo ancora una volta davanti a un’illusione ottica, a una tendenza a confondere i desideri con la realtà? Oggi tutto spinge a destra, tutto ci dice che lo spazio della sinistra si è esaurito. Attenzione, non parlo dello spazio elettorale, che può allargarsi o restringersi a seconda delle congiunture politiche. Parlo dello spazio sociale, di quella moltitudine di forze che vivono del proprio lavoro, della propria creatività, della propria conoscenza e che sono state le principali vittime della crisi, del trionfo della rendita sulla produzione, della vittoria della finanza sulla democrazia. Sono forze frammentate, divise, piegate da una congiuntura decennale che ha distrutto il potere d’acquisto delle classi medie e, quindi, indebolito il potere politico dei lavoratori. Dunque, fondare un soggetto di sinistra, ecosocialista e del lavoro può apparire un’operazione antistorica, innestata su una società ripiegata, incapace di reagire, riorganizzarsi attorno a una missione democratica.

I muri sembrano il segno prevalente del nostro tempo, la separatezza lo sfogo della solitudine, il ripiegamento egoistico la conseguenza della concorrenza sfrenata del mercato. Dentro la rivoluzione tecnologica, che trasforma il lavoro, che lo specializza e lo frammenta al tempo stesso, che sposta la battaglia dal contratto sociale all’algoritmo, emerge il bisogno di delineare una società 5.0, come propone Susanna Camusso nella relazione introduttiva al Congresso Nazionale della Cgil. Società 5.0 che riapra il tema dei tempi di vita liberati, di una redistribuzione degli orari del lavoro, del valore inestimabile della cura in una società che invecchia, di un nuovo compromesso per salvare il pianeta terra dal capitalismo estrattivo, di una manutenzione delle risorse esaurite del suolo, della rivoluzione dei commons, del valore della cooperazione sulla competizione. Questa agenda, che oggi appare minoritaria davanti all’aggressività di una nuova destra privatrizzatrice e antiecologista, protezionista e xenofoba, resta ancora oggi senza rappresentanza politica. Nessuno prova a marcare il campo di una sinistra radicale e di governo.

La sconfitta di Leu ha pesato, uccidendo in parte la speranza di una ricomposizione a sinistra. Costruita troppo tardi, rabberciata dentro un cartello elettorale, condizionata dalla ricerca estenuante di una formula politica piuttosto che di un senso di marcia. Non rimpiango nulla, ne’ recrimino qualcosa. Non c’era molto altro da fare in quella fase, senza Leu anche quel milione di voti sarebbero stati forse consegnati al campo populista o all’astensione. Dobbiamo fare tesoro di quei limiti per evitare di fare gli stessi errori domani. Mai più cartelli elettorali che si sciolgono il giorno dopo. Fondiamo una nuova forza – il 16 e 17 lanciamo la campagna di adesioni e presentiamo il programma fondamentale – perché lo spiraglio c’è, perché la sinistra non può morire di elettoralismo o di conformismo, perché al tempo dei Cinque Stelle e della Lega non basta un’opposizione con il ditino alzato, ma un’opposizione che crea le condizioni di un’altra narrazione, di un’alternativa larga e di popolo, di una riappropriazione della questione sociale scippata dalla destra. Riacciuffare per i capelli i tanti che sono andati via non è una sfida di pochi mesi, ne’ la si può affrontare predicando l’autosufficienza.

Serve una rottura con un tempo passato, serve una rilettura critica di questi anni, serve un progetto politico e sociale, serve la ricostruzione di un campo di forze. Senza ammucchiate senz’anima. Senza fronti repubblicani che mettono destra e sinistra sullo stesso piano. Solo il pluralismo spianerà la strada agli auspicabili e necessari percorsi unitari. Perché contro questa destra non serve coltivare un orticello. Serve dire chi sei, cosa vuoi rappresentare, da che parte stai. Noi oggi piantiamo un seme.

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