La recessione economica italiana a pochi mesi dalle elezioni europee

La recessione economica italiana a pochi mesi dalle elezioni europee

Il 2019, l’anno nel quale voteremo per il rinnovo del Parlamento europeo, non si apre certo sotto una buona stella per l’economia europea, peraltro entro un quadro mondiale tutt’altro che roseo. Più che rallentare l’economia dell’Europa inchioda bruscamente. La pur solida locomotiva tedesca arranca e sbuffa, non tira più come qualche mese fa. Le stime di crescita per questo anno sono quasi dimezzate. Lo stesso governo tedesco le ha riviste scendendo  dall’1,8% in più previsto in autunno all’1%. Probabilmente l’anno in corso sarà il peggiore degli ultimi sei. Ha pesato nella seconda parte del 2018 soprattutto le difficoltà legate al settore automobilistico, anche a causa del necessario riadattamento ai nuovi standard di inquinamento dei motori diesel. Ma non è solo questo. Se l’Europa non sta bene e il mondo rallenta, a cominciare dal dragone cinese, un’economia mercantilista come quella tedesca, ove le esportazioni svolgono un ruolo decisivo, non può non soffrirne.  Ma anche gli Usa han poco da stare allegri. La guerra dei dazi, la spinta protezionistica di America first non stanno dando frutti nella misura promessa da Trump. In realtà siamo di fronte a un rallentamento, che contiene anche un cambiamento, della famosa globalizzazione. Slowbalisation titola la cover dell’Economist di questa settimana, disegnando il mondo come il guscio di una lumaca e decretando la fine degli della golden age della globalizzazione situata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio della grande crisi del 2008. Diminuisce il commercio mondiale, come le delocalizzazioni delle imprese (anzi si assiste a un ritorno in patria, di unità produttive: il cosiddetto reshoring), mentre continua la sfrenata corsa alla finanziarizzazione del sistema, nella sua versione peggiore e l’espandersi del capitalismo delle piattaforme che non ha bisogno di costruire costosi insediamenti e sfrutta il lavoro precario. Intanto il valore nozionale dei derivati in circolazione raggiunge, secondo autorevoli fonti, la ragguardevole cifra di 2,2 milioni di miliardi di euro e supera di 33 volte il Pil mondiale, ben più di tre volte riaspetto al 2008. La loro maggiore concentrazione sta nelle banche europee. La Deutsche Bank ha più derivati di tutte le banche giapponesi nel loro insieme. Se a questa si aggiunge la Barclays e il Credit Suisse si arriva a un importo di derivati superiore a quello delle prime 14 banche Usa. La grande crisi non ha insegnato nulla.  Siamo di nuovo seduti su una nuova enorme bolla finanziaria, pronta a scoppiare.

È vero quanto diceva Marc Bloch, cioè che il capitalismo è un regime in cui i debiti non si ripagano mai, almeno non tutti, altrimenti il capitalismo crollerebbe. Ma ogni tanto quel momento arriva, ed è quello delle crisi, sempre più frequenti nel dopoguerra. E’ il momento che – osservava John Galbraith – separa gli sciocchi dal loro denaro, ma purtroppo anche gli operai dal loro lavoro. Oggi questo fenomeno oltre che vestire i panni della disoccupazione classica assume il carattere sempre crescente della precarietà, ove la condizione del working poor è la più diffusa. Così succede da noi: quando sentite parlare di aumento dell’occupazione, stimata con criteri assurdi e taroccati, significa che si riduce il lavoro a tempo indeterminato.

Come era prevedibile la certificazione della recessione italiana è arrivata. Si dice ‘tecnica’ perché è calcolata su due trimestri di seguito con il segno meno. Per sapere se si tratta di una recessione vera e propria, dovremo aspettare la fine del 2019, quando e se si realizzerà l’arretramento di un punto su base annua. Comunque mai così male dalla fine del 2013. Il governo minimizza, dice addirittura di averla prevista, ma non ha fatto nulla per evitarla. Intanto assistiamo al solito melenso rimbalzo delle accuse. Di Maio dice che è colpa dei governi precedenti, Padoan gli dà dell’ignorante. In realtà il degrado dell’economia italiana ha una lunga storia e molti padri, di centrodestra come di centrosinistra, ma la manovra avanzata da questo governo ha peggiorato ulteriormente le cose. Aspettarsi un rimbalzo positivo dal decreto sul reddito di sudditanza e quota 100 è pura illusione, così come lo fu per gli 80 euro di Renzi. Del resto i due provvedimenti entreranno in funzione solo nella seconda parte del 2019, con la clausola che se i fondi non dovessero bastare l’uno li toglierà all’altro.

Una redistribuzione senza una radicale riforma fiscale (al suo posto avanza la flat tax e la controriforma dell’Irpef) che colpisca le ricchezze in tutte le loro forme e senza l’avvio di investimenti in settori innovativi, ha solo il fiato corto della demagogia. La Confindustria prevede che nel primo semestre 2019 ci sarà un rallentamento ancora peggiore del passato trimestre e vorrebbe aiuti per gli investimenti, ma poi reclama solo la Tav. E Salvini prontamente annuncia un decreto “cantieri veloci”, mentre Di Maio insiste sulla “riforma” degli appalti. Aspettiamoci meno regole e nessuna sicurezza, quindi – per quanto sia triste dirlo – ancora più incidenti e morti sul lavoro. L’irresponsabilità e l’incapacità delle classi dirigenti, economiche e politiche, più vecchie le prime più novelle le seconde, si tengono per mano.

Questo governo si regge sull’assenza di un’opposizione. Gli argomenti per tagliargli l’erba sotto i piedi non mancherebbero. Persino il dato di Bankitalia e del Fmi di una crescita dello 0,6% appare ottimistico. Il decalage delle previsioni governative ha sfondato il muro del ridicolo. Le agenzie di rating sono in agguato e la relativa tranquillità dei mercati potrebbe diventare burrasca nello spazio di un mattino. L’Istat diffonderà il 5 marzo i dati di consuntivo su Pil, deficit e debito e il Def di metà aprile dovrà ridefinire il quadro. L’ipotesi di una manovra bis tra i 4 e i 7 miliardi diventa sempre più probabile, anche se, e proprio perciò, il governo si affanna a negarla. D’altro canto una sorta di manovra occulta sta già nei 2 miliardi congelati in accordo con Bruxelles per sei mesi, pronti a restare tali nella seconda metà del 2019 in caso di scostamento dal deficit programmato. Ma potrebbe non bastare.

Tuttavia il quadro europeo non è monocorde. Nella depressa Eurolandia emerge un’eccezione che non ti aspetti. E’ il caso della Francia che ha il segno più nella crescita. Poca roba, si dirà. Di cui molto è legato alle consegne in base agli ordini del settore navale e aeronautico. Ma lo 0,3% in più nell’ultimo trimestre 2018 avviene proprio nel fuoco della rivolta dei Gilets Jaunes. Daniela Ordonez di Oxford Economics ci spiega che pur nelle incertezze “la fiducia dei consumatori è rimbalzata in modo rilevante dopo che il forte stimolo fiscale introdotto in risposta alle proteste ha iniziato ad avere effetti”. Non è possibile dire se questo dato si consoliderà, ma forse si dimostra, a che i sommovimenti di popolo sono gli unici in grado di smuovere qualcosa nell’ottusità delle classi dominanti. Su questo la sinistra dovrebbe riflettere, anche in vista delle prossime elezioni europee.

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