Gianfranco Pagliarulo. Foibe, la polemica strumentale e la dura replica della storia

Gianfranco Pagliarulo. Foibe, la polemica strumentale e la dura replica della storia

L’aggressione all’Anpi da parte del ministro Salvini e di alcuni suoi sodali di estrema destra (cambiano le sigle ma non la sostanza) è sotto gli occhi di tutti. La minaccia sarebbe quella di “rivedere i contributi” all’Anpi. E’ stato ricordato da Carla Nespolo, presidente nazionale dell’associazione, che “all’Anpi il Governo non dà contributi a fondo perduto bensì finanzia – come per tutte le associazioni riunite nella Confederazione italiana tra le associazioni combattentistiche e partigiane – progetti di ricerca che vengono accolti dal Ministero della Difesa, dopo aver ottenuto parere favorevole delle Commissioni Difesa della Camera e del Senato”. Questo, per sgonfiare la zampogna dei “contributi”, e per sottolineare che il ministro dell’Interno non dovrebbe avere voce in un capitolo seguito dal ministro della Difesa e dalle Commissioni Difesa della Camera e del Senato. E’ da tempo che Salvini manifesta una spiccata pulsione antipartigiana, del tutto speculare alle evidenti (e ricambiate) simpatie per CasaPound. Tanto per memoria – e senza voler generalizzare – val la pena rammentare che alle elezioni del 2017 il neofascista Luca Traini, lo sparatore di Macerata, era stato candidato per la Lega Nord al consiglio comunale di Corridonia. Ed anche che il ministro, prima di negare contributi a chicchessia, farebbe bene a saldare il debito che il partito di cui è segretario ha contratto con lo Stato dopo la condanna della Lega per la nota frode di 49 milioni di euro.

Chiarita la natura del pulpito da cui viene la predica, e chiarito che l’Anpi (ma ce n’è bisogno?) non si fa intimidire da nessuno, veniamo al merito. Ancorché controversa, c’è una legge dello Stato che istituisce il “Giorno del Ricordo”. Tale legge è stata promulgata, come si legge nel suo primo articolo, “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Oggetto della legge sono quindi anche “tutte le vittime delle foibe” nella “più complessa vicenda del confine orientale”.

Detto questo, sia chiaro che non condividiamo affatto nessun tipo di negazionismo (né ciò che può apparire tale) compresi quelli che possono nascere dal nostro mondo, e lo abbiamo dimostrato: l’Anpi nazionale fa quello che dice e dice quello che fa; riconoscere un errore è sempre una virtù, specie nel tempo in cui si assiste a camaleontismi d’ogni genere proprio da parte di chi sostiene di voler cambiare la politica, l’Italia, l’Europa, il mondo e la galassia. L’errore è nel metodo: le iniziative criticate dall’Anpi nazionale si sono dimostrate un eccellente assist a favore della propaganda dell’estrema destra, negazionista – quella sì – . Ma è anche nel merito, perché il punto non è negare la verità storica degli italiani che sono stati infoibati. Certo, si può discutere del numero e della natura delle vittime delle foibe, ma non si può sminuire la drammaticità né dell’evento, né dell’esodo. La questione essenziale da mettere a fuoco sono invece i crimini del fascismo sul confine (ed oltre il confine) orientale dell’Italia. L’“incipit” lo diede proprio Mussolini il 22 settembre 1920 a Pola, anticipando il suo – per così dire – programma: «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone […]credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

La politica imperialistica dell’Italia fascista fece il resto: l’occupazione della Slovenia con Lubiana  “provincia italiana”, la selvaggia repressione contro gli sloveni, «la caccia allo slavo», gli incendi delle Case del Popolo, delle scuole croate e slovene, di decine di villaggi, le violenze efferate contro la popolazione civile, lo scioglimento delle associazioni sociali, il divieto dell’insegnamento e persino dell’uso delle lingue croata e slovena nei luoghi pubblici, l’espropriazione delle terre dei contadini a favore dei coloni italiani, l’infoibamento (sic!) in Istria di centinaia di persone da parte dei fascisti, la strage di 1500 sloveni nel campo di internamento di Arbe (Rab, il “campo della morte”), i crimini dei generali Mario Roatta, Gastone Gambara, Mario Robotti, per il quale in Jugoslavia «si ammazza troppo poco», e poi, nel dopoguerra, la condanna dei criminali di guerra, nessuno dei quali espierà la pena.

Ecco dunque, in pillole (amarissime) “tutte le vittime delle foibe” e la “più complessa vicenda del confine orientale”.

Questo non cambia di una virgola l’orrore e la gravità delle foibe contro gli italiani e il dramma dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati: una pagina nera, una tragedia nazionale che va giustamente ricordata, senza alcuna rimozione né minimizzazione, ma avendo chiare le incancellabili responsabilità del fascismo che aprì una ferita gravissima fra popoli vicini e fratelli avviando una lunga spirale di vendette, di terrore e di lutti.

E’ perciò giusto ricordare i drammi di quegli anni terribili per guardare ad un futuro in cui quei Paesi e quei popoli siano sempre più uniti in una Unione Europea profondamente rinnovata. Viceversa la politica autoassolutoria e ciecamente nazionalista, che decontestualizza gli eventi e fa l’occhiolino al fascismo, dà torto alla storia e riapre le ferite causate dal ventennio.

Gianfranco Pagliarulo, vicepresidente nazionale dell’Anpi

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