Concluso il Congresso italiano del Partito radicale. Difendere Radio radicale, un dovere di tutti

Concluso il Congresso italiano del Partito radicale. Difendere Radio radicale, un dovere di tutti

Sono venuti davvero in tanti, nel salone dell’hotel Quirinale di Roma, ad assistere e intervenire ai lavori dell’ottavo congresso italiano del Partito Radicale. Tanti gli iscritti (per tradizione i congressi sono aperti a tutti gli iscritti, tutti si possono iscrivere, e lo possono fare anche all’ultimo minuto), tanti gli “ospiti”, molti dei quali alla fine si sono iscritti, profittando della clausola che prevede si possa essere tranquillamente avere in tasca la doppia tessera; tutti d’accordo con la parola d’ordine del Congresso: “Per la vita di Radio Radicale, per la vita dello Stato di diritto”. Già: perché la costante del Congresso è stata proprio questa, assicurare, garantire la vita a Radio Radicale. L’ennesima, dura, sfida, l’ennesimo gravoso impegno.

Conviene fare un passo indietro. Già è stato difficile, per i radicali, elaborare il lutto costituito dalla morte, tre anni fa, di Marco Pannella. In pochi avrebbero scommesso che già quel fragile (organizzativamente parlando) partito sarebbe potuto sopravvivere senza la sua guida. Poi la non meno traumatica rottura con Emma Bonino: cominciata con Pannella vivo; consumata in modo insanabile, dopo. Con Bonino vanno via anche i responsabili dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato e Filomena Gallo; l’attuale parlamentare di “Più Europa” Riccardo Magi, Benedetto Della Vedova e altri. Danno vita, assieme al democristiano Bruno Tabacci a un bizzarro cartello elettorale che si fa “ospitare” nel Partito Democratico di Matteo Renzi; non va come molti ipotizzavano e speravano: appena una pattuglia di parlamentari, tre; e “Più Europa” si spacca. E’ comunque un’altra storia. I radicali elaborano anche questo “lutto”: nel corso del Congresso non uno solo degli intervenuti ha pronunciato il nome di Bonino o Cappato, non foss’altro per chieder loro un improbabilissimo ripensamento e ritorno sui loro passi. Nel frattempo, per poter continuare a vivere politicamente, i radicali si erano dati due gravosi impegni: quelli di raggiungere quota tremila iscritti per due anni consecutivi. Considerando che la quota di iscrizione è fissata ad almeno duecento euro l’anno, in tempi di magra come questi, non un facile obiettivo. Eppure i tremila più tremila sono stati raggiunti. A questo punto i radicali potevano finalmente tirare un sospiro di sollievo, dirsi soddisfatti, e provare a pensare non solo al contingente “oggi”, ma anche a un più disteso “domani”.

 Errore. Ci ha pensato il governo giallo-verde. In nome del “risparmio” ha deciso di non rinnovare più la convenzione stipulata con la “Radio Radicale”. Qui occorre fare una briciola di chiarezza: non si tratta di un sostegno economico (una forma di finanziamento pubblico) come assicurato ad altri giornali, per aiutarli e sostenerli; e consentire che voci più deboli possano esprimersi al pari dei colossi editoriali che possono contare su altri, assai più consistenti finanziamenti, pubblici o privati. Quello con “Radio Radicale” è un vero e proprio “contratto”: senza interruzioni pubblicitarie, l’emittente si impegna ad assicurare un vero e proprio servizio pubblico: consentendo la pubblicità di tutte le sedute del Parlamento, in diretta o in differita di poche ore, e integralmente. Un servizio di “conoscenza” di cui tutti possono beneficiare: sintonizzandosi nelle frequenze della radio, o attraverso il computer, recuperando gratuitamente i file. Di suo, l’emittente ci mette la registrazione delle Commissioni parlamentari, dei congressi politici, delle maggiori manifestazioni politiche e sindacali, gli eventi culturali, i più importanti processi. Tutti, integralmente; alla fine un immenso, preziosissimo archivio, a disposizione, anche questo gratuitamente, a studenti, ricercatori, storici, giornalisti. Un servizio unico in Italia, in Europa. Probabilmente al mondo. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, probabilmente senza neppure sapere quello che diceva, se ne è uscito dicendo che per questo servizio “bisogna affidarsi alle regole del mercato”. Non comprende, non ha voluto comprendere, non sa comprendere, che un servizio pubblico di conoscenza proprio perché tale, non è soggetto alle regole del mercato; e dirlo significa non aver compreso nulla di quella che è l’essenza della democrazia: il diritto a conoscere, il dovere di far conoscere.

Ma forse è proprio questo che si vuole? Il governo giallo-verde, che voleva “aprire come una scatoletta di tonno” Parlamento e istituzioni, palazzi del potere, rendere tutto una scatola di vetro, conosciuto e conoscibile, proprio questo non vuole e teme? E’ il sospetto che hanno adombrato in tanti: il timore che si sappia quello che accade (o non accade) nelle aule parlamentari. Impedire che gli elettori della Lega sappiano quello che fanno i loro dirigenti ed eletti; impedire che gli elettori del Movimento 5 Stelle sappiano quello che fanno i loro dirigenti ed eletti. Se il principio liberale sintetizzato da Luigi Einaudi è “conoscere per deliberare”, il principio giallo-verde sembra essere: non conoscere, per impedire di deliberare con scienza e coscienza. Fatto è che la convenzione, al momento, non viene rinnovata, per risparmiare cinque milioni di euro. Sono scesi in campo, in difesa di questo servizio essenziale tutte le correnti dell’Associazione Nazionale dei Magistrati (e dire che se c’è una forza politica severa con i magistrati, sono proprio i radicali); gli avvocati delle camere penali; intellettuali, attori, politici di un po’ tutti gli schieramenti politici. Tutti hanno portato al congresso la loro solidarietà per le sorti di “Radio Radicale” e promesso di mobilitarsi in prima persona.

Bene, gli hanno fatto eco i congressisti. “Non venite a dirci bravi qui da noi, lo sappiamo”, dice un dirigente radicale. “Piuttosto ai vostri congressi, alle vostre manifestazioni, riservateci uno spazio dove noi si possa spiegare che cosa è successo, che cosa succede”. E ai giornalisti convenuti (da Furio Colombo a Massimo Gramellini, da Mattia Feltri a Piero Sansonetti): “Scrivete sui giornali di Radio Radicale, consentite ai vostri lettori di conoscere che questo servizio, se le cose non cambieranno, verrà meno. Non è Radio Radicale solo che muore: è anche il vostro diritto di poter sapere, senza filtri, quello che accade nelle istituzioni e nelle tante piazze e agorà che voi non potete fisicamente raggiungere”.

Per tre giorni il congresso ha dibattuto sulle possibili forme di mobilitazione per salvare “Radio Radicale”; e ha raccolto i riconoscimenti, il plauso, il sostegno promesso di tanti che pur in dissenso con iniziative e proposte radicali, apprezzano comunque il “servizio pubblico” che finora hanno assicurato. E che per una sciagurata scelta governativa, rischia seriamente di venir meno. Non un danno per i radicali: è una ferita per la democrazia. L’ennesima, forse la più sanguinosa, visto che colpisce il costituzionale diritto di conoscere. Come si chiude l’ottavo congresso italiano del Partito Radicale? Riprendendo un vecchio slogan che fu di Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, i fratelli Carlo e Nello Rosselli: “Non mollare!”.

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