Caso Diciotti. Salvini e i 5Stelle nella palude si sono infilati in buona misura da soli. Ne usciranno malissimo

Caso Diciotti. Salvini e i 5Stelle nella palude si sono infilati in buona misura da soli. Ne usciranno malissimo

Cosa farà il Movimento 5 Stelle quando, il 22 febbraio o pochi giorni prima, dovrà votare nella Giunta per le immunità del Senato la richiesta di autorizzazione a procedere contro il ministro degli Interni Salvini per sequestro di persona? Questo sembra essere l’interrogativo la cui risposta determinerà la sorte del leader più popolare che ci sia in Italia in questo momento. È una domanda solo in parte corretta. Il vero quesito è infatti un altro: “Riusciranno i 5S a giustificare agli occhi del loro elettorato la scelta di votare contro l’autorizzazione, nonostante i proclami precedenti?”. M5S non può infatti mandare sotto processo il ministro per una quantità di motivi: perché il rischio di crisi di governo a breve sarebbe altissimo, perché la maggioranza degli elettori pentastellati è invece favorevole a respingere la richiesta ma anche perché accogliere la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania dopo aver rivendicato la scelta di Salvini sarebbe più o meno da ospedale psichiatrico.

Il guaio è grosso per il Movimento e potrebbe essere enorme per Salvini. Il Senato, in base alla legge istitutiva del Tribunale dei ministri del 1989, è infatti chiamato a esprimersi non sull’eventuale fumus persecutionis e tanto meno sull’esistenza o meno del reato ma sulle motivazioni che hanno spinto Salvini a prendere quelle decisioni, e che devono naturalmente essere dimostrate e sostanziate. La domanda è se Salvini abbia agito nell’interesse costituzionalmente rilevante dello Stato, per un prevalente interesse pubblico oppure per altri motivi, nel qual caso deve essere processato. Ma ove il Senato affermasse col proprio voto che Salvini non ha agito per motivi di pubblico interesse la condanna al processo sarebbe quasi automatica, essendo quasi inevitabile considerare reato e quindi punire, la decisione di impedire a 117 persone di sbarcare da una nave italiana senza motivi di pubblico interesse.

Le difficoltà dei 5S sono di ordine politico e non giudiziario: se è vero che i vertici, dissidenza di sinistra a parte, non hanno alcuna voglia di rischiare una crisi che potrebbe facilmente sfociare in nuove elezioni nel momento peggiore e che la maggioranza degli elettori è contraria a mandare Salvini sotto processo, è anche vero che nella base militante dura e pura l’opinione è diametralmente opposta e un no all’autorizzazione verrebbe presa come alto tradimento. Tra i senatori, poi, il fronte favorevole a procedere minaccia di abbandonare il Movimento se il voto sarà diverso da quello per l’autorizzazione che si aspettano. Essendo la maggioranza al Senato già molto circoscritta, non più di 6 voti, la defezione potrebbe essere esiziale.

Nella palude sia il ministro che M5S si sono infilati in buona misura da soli. Se Salvini avesse capito subito i termini della vicenda e la serietà del rischio avrebbe evitato quelle uscite gradasse sulla rinuncia all’immunità che hanno rinsaldato il Movimento nella sua storica posizione a favore sempre e comunque delle autorizzazioni. Se i 5S avessero colto per tempo la specificità della situazione si sarebbero mossi da subito con ben maggiore prudenza e non apparirebbero ora come quelli che tradiscono il principio con la poltrona.

Ma il danno è fatto e il tempo per rimediare è poco. Ci prova, più di chiunque altro, il premier Conte. Da avvocato esperto, è lui che da giorni illustra la tesi difensiva, segnalando la particolarità del voto in questione. Mercoledì prossimo Salvini farà il possibile per corroborare la tesi. Se gli sforzi saranno sufficienti lo sapremo forse solo il 22 febbraio.

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