Caso Diciotti. Le memorie di Salvini, Conte, Di Maio e Toninelli. E il M5S convinto che “spedire il capo leghista alla sbarra vorrebbe dire suonare la campana a morto per il governo”

Caso Diciotti. Le memorie di Salvini, Conte, Di Maio e Toninelli. E il M5S convinto che “spedire il capo leghista alla sbarra vorrebbe dire suonare la campana a morto per il governo”

Mancano ancora oltre 10 giorni a quando, il 20 febbraio, la giunta per le immunità del Senato si esprimerà sull’autorizzazione a procedere contro il ministro Salvini per sequestro di persona. In mezzo ci saranno le conclusioni del presidente della Giunta Gasparri, che formulerà una proposta, e poi il dibattito in Giunta su quella proposta. Sulla carta tutto è ancora aperto. Di fatto, invece, la partita sembra essersi chiusa con la seduta nella quale è stata consegnata alla Giunta la memoria difensiva di Salvini, stilata in punto di diritto dalla sua legale, Giulia Bongionro, a propria volta ministra.

La tesi difensiva è chiara: la decisione di non far sbarcare i profughi dalla Diciotti ormeggiata nel porto di Catania tra il 20 e il 25 agosto fu presa dal ministro, con l’appoggio pieno dell’intero governo, nel quadro di un contenzioso con Malta, che avrebbe dovuto accogliere i profughi e invece li dirottò verso l’Italia, come passaggio necessario nella strategia tesa a ottenere dall’Europa l’assolvimento degli impegni assunti sulla ripartizione dei migranti, e a fini di ordine pubblico, essendo il controllo sull’immigrazione tassello fondamentale nella difesa della sicurezza.

Il testo non entra dunque nel merito del reato. Non è questo che compete alla Giunta. Si limita a illustrare perché, a parere del diretto interessato, quella decisione, che comportasse o meno un reato, fu presa nel “preminente interesse pubblico”. E’ su questo infatti, non sull’esistenza o meno del reato, che prima la Giunta e poi quasi certamente anche l’Aula, dopo un mese, devono pronunciarsi.

Il braccio di ferro in Giunta non si è verificato però sul testo ma sulle lettere accluse alla memoria dal ministro, una firmata dal premier Conte, l’altra dai ministri Di Maio e Toninelli, dunque dalle quattro figure del governo più direttamente interessate. In quelle lettere il premier non si limita ad assumersi la co-responsabilità della decisione di non far sbarcare i profughi. Se la intesta quasi, come se Salvini avesse poi proceduto su suo mandato. Il Pd ha chiesto a gran voce che quelle lettere non fossero consentite. Gasparri le ha invece ammesse. La differenza è rilevante: M5S sarà così chiamato a esprimersi, quasi esplicitamente, non sull’operato di un ministro ma su quello dell’intero governo e dunque sull’intera politica migratoria dell’esecutivo.

Ufficialmente una decisione i 5S ancora non la hanno presa, ma già nei giorni prima dell’arrivo della memoria il tam tam a cinque stelle ha ripetuto più e più volte che il Movimento resta contrario all’immunità parlamentare ma che il caso Salvini “è diverso da tutti gli altri”. Lo stesso Di Maio ha fatto chiaramente capire di considerare il caso in questione non paragonabile a una normale richiesta di autorizzazione a procedere.

Insomma, il Movimento sembrava aver deciso da prima dell’invio dell’autodifesa di Salvini. Quel testo, vergato con sapienza, offre l’appiglio necessario. A dettare la linea ai 5S, nonostante una profonda lacerazione interna tutt’altro che ricomposta, sono stati diversi fattori: l’ostilità della maggioranza dei senatori, in particolare di quelli di recente elezione, ad approvare la richiesta del tribunale dei ministri di Catania, la massiccia opinione favorevole a Salvini di larghissima parte dell’elettorato pentastellato, ma soprattutto la consapevolezza che spedire il capo leghista alla sbarra vorrebbe dire suonare la campana a morto per il governo. Non subito magari, per salvare le apparenze, ma nel giro di poche settimane. E una crisi al buio è quanto di più temuto oggi dal Movimento Cinque Stelle.

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