Alfonso Gianni. Verso le elezioni europee con un’economia in ginocchio

Alfonso Gianni. Verso le elezioni europee con un’economia in ginocchio

Mentre mancano pochi mesi alle elezioni europee, che segneranno un passaggio fondamentale per il futuro dell’Unione europea, ma anche per le sorti del governo italiano e delle forze che lo compongono, la situazione economica del continente e dell’Italia in particolare diventa sempre più aspra e i tentativi di abbellirla sempre più posticci.

Per quanti sforzi faccia non ricordo una distanza così grande tra le dichiarazioni degli esponenti di governo e la realtà economica di un paese. Si può – anzi si dovrebbe – discutere sui criteri con cui vengono effettuate le rilevazioni. Ci sarebbe infatti molto da dire e da cambiare. Sta di fatto che, ci piaccia o no, quelle stime sono calcolate su parametri che fanno testo nella comunità politica ed economica internazionale. E sono lontane anni luce dall’ottimismo strabordante che viene diffuso dalle fonti governative.

Aveva cominciato Di Maio, di fronte ad un’assemblea di consulenti del lavoro, non proprio degli sprovveduti, ad annunciare la venuta prossima ventura di un nuovo boom economico le cui avvisaglie sono state evidentemente viste solo dal vicepremier pentastellato. Poi il presidente del Consiglio Conte ha parlato di un 2019 “bellissimo”, una valutazione estetica che nasconde a fatica un disperato bisogno di training autogeno collettivo. Quando Bankitalia e Fmi hanno accreditato il nostro paese di una crescita non superiore allo 0,6% vari esponenti governativi si sono affrettati a dire che Bankitalia non ci prende mai e che il Fmi è famoso per affamare i popoli. Vera quest’ultima osservazione, ma per nulla pertinente in questo caso,  improbabile e temeraria la prima. Va benissimo porre in discussione la “sacralità” della Banca d’Italia, ma bisognerebbe saperlo fare contestando nel merito le sue valutazioni, non certo sparando bordate alla rinfusa.

Ma ora siamo di fronte ad un nuovo dato, ancora più impressionante. La Ue ha ufficializzato le stime al ribasso sulla crescita del 2019 per tutta l’area Euro: solo +1,3%. Mal comune mezzo gaudio? Niente affatto, perché in questa classifica rivisitata l’Italia occupa l’ultimo posto con un misero +0,2%. Di poco più generoso l’Ufficio parlamentare di bilancio che ci accredita di uno 0,4%. Il che avviene dopo due trimestri con il segno negativo, quindi con una recessione “tecnica” accertata. Ma se l’andamento è questo la recessione da tecnica diventerà a fine anno reale a tutti gli effetti. Lo stesso ministro Tria, nell’informativa fornita ad un’Aula di Montecitorio alquanto sovraeccitata, ha riconosciuto, pur non rinunciando ad un tocco di rosa spalmato sul futuro, che “si dovrà tenere conto” di queste valutazioni peggiorate “nell’aggiornamento delle previsioni di crescita per quest’anno”. Non siamo ancora all’annuncio di una manovra correttiva, ma ci si sta avvicinando passo dopo passo.

Le conseguenze di questo quadro fattosi sempre più plumbeo non si sono fatte attendere.  Lo spread BTp-Bund si è rilanciato a quota 285 con un balzo di quasi venti punti rispetto all’altro ieri (un anno fa era a 120 punti base). Naturalmente la crescita del differenziale Italia-Germania, tra i più alti degli ultimi anni, non dipende solo dall’incremento dei rendimenti dei BTp (quelli a dieci anni sono saliti dal 2,83% al 2,96%), ma anche per la contemporanea discesa dei Bund precipitati allo 0,11%. Senza una inversione di tendenza – che con questa politica governativa è preclusa in partenza – anche il famoso 2,04% di deficit, faticosamente contrattato con l’austera Bruxelles, è destinato ad una revisione. Tria ha finora detto che il deficit strutturale, in sostanza quello calcolato tenendo conto della differenza fra il Pil nominale e quello potenziale, non dovrebbe peggiorare. Ma si tratta di previsioni incerte che vengono smentite strada facendo, senza contare che la definizione di Pil potenziale contiene margini di discrezionalità che non è affatto detto vadano a vantaggio del nostro paese. Ma se lo spread tornasse a sforare la quota 300 e mantenersi su quei livelli, tutte queste ultime considerazioni verrebbero travolte.

Né si può sperare che i due provvedimenti cardine del contratto di governo, reddito di “cittadinanza” (le virgolette sono lì a dire che è semplicemente un sostegno alla disoccupazione pesantemente condizionato) e quota 100 per le pensioni siano in grado di produrre effetti espansivi di rilancio dei consumi. Bisognerebbe solo evitare di criticarli da destra come fa il Pd. Ma detto questo, è chiaro che l’organizzazione dei centri per l’impiego che dovrebbe controllare l’erogazione del reddito, sono ben lungi dall’essere in funzione – come denunciato da subito da chi già lavora in quelli esistenti – e non basta il manager che viene d’oltreoceano per fare miracoli. Per ora c’è Di Maio in versione Mago Silvan che fa comparire la social card in una campana di vetro, ma siamo nel campo della pura messa in scena. Quindi se ci saranno effetti positivi sull’aumento dei consumi, essi si manifesteranno molto in là. Non solo, ma le famose offerte di lavoro alle quali non è possibile rinunciare, pena la decadenza dal beneficio monetario, possono essere anche a tempo determinato. Piove sul bagnato quindi, nello stesso tempo è difficile immaginare migrazioni da sud a nord, quando la prospettiva è un contratto a scadenza, per giunta breve nella maggioranza dei casi. D’altro canto chi usufruirà della quota 100 vedrà il proprio assegno pensionistico fortemente ridotto ed è quindi altamente improbabile che faccia da volano ai consumi, mentre altrettanto poco credibile è che ad ogni pensionato si sostituisca un nuovo assunto.

In altre parole l’impressione che, vuoi per tracotanza vuoi per dilettantismo, questo governo ci porti a sbattere, senza  peraltro piegare la cieca politica di austerità della Ue, è molto forte. E comincia ad essere percepita. Eppure, si dirà, i sondaggi confermano una larga maggioranza per questo governo. Vero, ma molto deriva dalla assenza di un’opposizione degna di questo nome. Tuttavia Ilvo Diamanti ci avverte che il governo resta forte, ma appare più fragile di prima. I segnali sono diversi. Se passiamo dai sondaggi “politici” a quelli che colgono, o cercano di farlo, lo stato d’animo delle classi sociali, qualcosa si sta muovendo. Purtroppo ci fa velo l’assenza di un’inchiesta nei settori popolari, di cui ci sarebbe un grande bisogno, proprio perché una sinistra non rinasce se prima non capisce la realtà e il pensiero del popolo che vuole rappresentare.

Per contro abbiamo segnali che misurano lo stato d’animo imprenditoriale. Il quale appare assai più preoccupato delle dichiarazioni dei loro rappresentanti confindustriali. Se si guarda a quel dato chiamato “sentiment” delle imprese, monitorato con scadenza trimestrale dal famoso istituto Ambrosetti (per la precisione da The European House-Ambrosetti) si nota un  netto peggioramento delle aspettative di sviluppo per le imprese dei 350 imprenditori, Ad e rappresentanti dei vertici aziendali delle più rilevanti società italiane  e multinazionali operati nel nostro paese, che sono stati oggetto del sondaggio. Per la prima volta in un triennio l’indicatore che concerne il mercato del lavoro presenta un valore negativo, che d’altro canto è in sintonia con i dati Istat sul crollo della produzione industriale e sulla precarizzazione del lavoro. Come dire che i pentagrillini possono raccontare fole, anche le più incredibili, ma chi opera nella realtà non può fare finta di non vederla. In sostanza Lega e 5stelle avevano fatto della lotta contro le elite il mantra del contratto di governo. Ora si trovano esattamente nella condizione di chi volevano combattere. Chi infatti più di un elite è così lontano dalla realtà e dalle condizioni di vita del popolo in nome del quale vorrebbe parlare ed agire?

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