Alfonso Gianni. Il senso delle nuove nomine all’Inps e non solo

Alfonso Gianni. Il senso delle nuove nomine all’Inps e non solo

I due dioscuri del governo sono riusciti a trovare una quadra per la presidenza dell’Inps. Il ticket inizialmente previsto, che vedeva nella carica di presidente Mauro Nori, sponsorizzato da Salvini e in quella di vice Pasquale Tridico, consigliere di Di Maio è stato ribaltato anche se resta incompleto. Via libera a Tridico come presidente (e commissario per il periodo di transizione), ma Nori, che è stato tempo addietro direttore generale dell’Istituto, sembra rifiutare la poltrona di vice, ritenendo non valorizzate le proprie competenze e limitato il proprio raggio di azione. La carica, secondo l’immarcescibile manuale Cencelli, spetta alla Lega, ma ancora non si sa a chi. Nel frattempo nel ruolo di sub commissario verrà insediato Francesco Verbano, già segretario generale del ministero del Lavoro e poi consigliere dell’allora ministro Maurizio Sacconi. Il commento, fin troppo facile, data anche la successione subitanea dei tempi è che il M5Stelle sia passato a “batter cassa” (avrebbe detto un Marco Pannella redivivo) dopo il  salvataggio di Salvini sull’affaire Diciotti. Non vi è ragione di dubitarne.

Ma non si tratta solo di questo. La vicenda nomine all’Inps non è che, per ora, l’ultimo anello di una catena che vede i due contraenti il contratto di governo impegnati nella sostituzione degli assetti dell’establishment pubblico e statuale. Siamo in un quadro diverso da quello di una rottamazione seppure estesa al di fuori dei confini partitici. Ben oltre il tradizionale spoils system. Al di là della collocazione delle persone di fiducia nei posti “giusti”, che era la pratica della cosiddetta prima Repubblica, in cui eccellevano le correnti democristiane, seguite poi a suo tempo da quelle socialiste. Qui si intende disarticolare l’apparato esistente e sostituirlo con uno di fedeltà di lungo periodo. A cominciare dai luoghi dove si forma l’immaginario e il senso comune – quello da cui si nascondeva il “buon senso” come diceva il Manzoni – o si forniscono dati e si sfornano valutazioni che influiscono sugli irritabili mercati finanziari. Se le vicende delle nomine Rai, dei cambi della guardia nei vari canali e Tg rientrano nel già visto e vissuto – seppure non in misura così massiccia e sfacciata -, appaiono con tratti di inusitata virulenza le accuse al Direttorio della Banca d’Italia, almeno dai tempi dell’arresto di Sarcinelli e l’incriminazione di Baffi di quaranta anni fa, così come atipica la girandola che porta l’82enne Paolo Savona all’incarico settennale di presidente della Consob.

Ma forse, in questo rinnovamento di cariche eccellenti, il caso insieme più emblematico e squalificante è la designazione a capo dell’Istat del salviniano Gian Carlo Blangiardo, fatta dalla ministra della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno. Quando era ministro Giulio Tremonti era solito dire: “Il vero potere, quando stai al governo, non consiste nel piazzare un fedelissimo a capo dell’Eni, ce l’hai se controlli l’Istat”. Per l’ovvia ragione che  fornisce e certifica ufficialmente le statistiche economiche su cui si basano gran parte delle fortune dei governi. Gian Carlo Blangiardo con un passato di Comunione e Liberazione, salito da tempo sul Carroccio, nel 2017 partecipante alla assemblea programmatica della Lega a Piacenza, nel 2018 punta di lancio contro  Tito Boeri sui migranti, appare perfetto per questo ruolo.  D’altro canto da uno che nel 2016 ha proposto di calcolare l’aspettativa di vita dal concepimento, equiparando di fatto l’interruzione di gravidanza alla mortalità infantile, ci si può ben aspettare che dia i numeri (nel senso di quelli voluti).

La dittatura della maggioranza a trazione leghista sta costruendo un regime, passo dopo passo, ma con rapidità e decisione. Come diceva Giulio Tremonti nei tempi del suo massimo fulgore: “Il vero potere, quando stai al governo, non consiste nel piazzare un fedelissimo a capo dell’Eni, ce l’hai se controlli l’Istat”. Se tutti e due meglio naturalmente. Ma intanto il controllo sul flusso dei dati riguardanti i conti pubblici è decisivo per costruire un’immagine tranquillizzante in patria e all’estero. Proprio sui dati si erano manifestati i maggiori scontri tra Tito Boeri e il governo pentaleghista, da quelli sui versamenti dei contributi degli immigrati che poi non godono della pensione, a quelli sulla futura applicazione di quota 100.

Nello stesso tempo però non si può dire che Tridico sia un semplice uomo di paglia. Come sappiamo era inizialmente indicato come potenziale ministro del lavoro. Vi ha rinunciato per “incompatibilità ideologica” con i salviniani, come esplicitamente da lui detto, e perché era sparito dal contratto di governo la reintroduzione dell’articolo 18. Di questo gli va dato atto. Poi ha lavorato all’elaborazione di un reddito di cittadinanza che tale non è, malgrado i suoi tentativi di difenderlo a spada tratta, ulteriormente aggravato dalla guerriglia degli emendamenti cui il provvedimento è stato sottoposto dai leghisti, tra cui spicca l’aumento da 8 a 16  ore destinate a “lavori di pubblica utilità”.

Tridico si troverà a gestire in qualità di presidente dell’Inps – ed è lì per quello -– una misura già largamente compromessa rispetto ai nastri di partenza. Senza contare che anche per implementare un sistema di workfare, quale quello cui si ispira il progetto in questione, ci vogliono strutture che non esistono ancora nel nostro paese. Né è detto che siano desiderabili per la funzione di controllo cui sono destinate. L’escamotage dei navigators assunti a tempo determinato la dice lunga al riguardo non solo di questo settore ma di come si intende ulteriormente demolire la qualità della pubblica amministrazione. Il nuovo presidente ha una formazione di tipo più lavorista che previdenziale. Non sarà semplice per lui guidare un sistema pensionistico pubblico che continua ad essere in forte attivo, l’1,8% del Pil, se si fa riferimento alla parte strettamente previdenziale. Tridico si è occupato, nel suo lavoro di docente a Roma Tre di Economia del lavoro e di Politica economica, dell’aumento delle diseguaglianze mostrandosi sensibile ad un approccio neokeynesiano, insistendo molto sulla necessità di investimenti pubblici, consapevole che solo dal lato redistributivo il problema non si risolve. Predica bene, ma razzola male? Se si aggiunge anche il cosiddetto “decreto dgnità”, pare proprio che sia così. Tuttavia non sarà privo di interesse valutare il suo percorso a fronte di una manovra economica del governo ove di investimenti innovativi non vi è nemmeno l’ombra. Forse è anche per questo che il sottosegretario leghista Durigon ha subito dichiarato che è finita l’epoca di un uomo solo al comando. A meno che non si chiami Salvini.

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