Migranti e sicurezza dividono il governo. Nel M5S, tra sbandamenti e subalternità a Salvini, esplode la critica di militanti e parlamentari

Migranti e sicurezza dividono il governo. Nel M5S, tra sbandamenti e subalternità a Salvini, esplode la critica di militanti e parlamentari

Governo diviso sul destino dei 49 migranti a bordo delle due navi Sea Watch e Sea Eye. Da una parte il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il vicepremier M5s, Luigi Di Maio, che annunciano la “disponibilità” manifestata dall’Italia ad accogliere mamme e bambini a bordo delle navi. Dall’altra, il vicepremier leghista, Matteo Salvini, che da giorni ripete come una litania i “porti italiani sono chiusi” ai migranti, e che ribadisce il concetto in un duro post su Facebook, in cui chiede che si ponga fine ai “ricatti” e spiega di non aver cambiato idea. L’altro vicepremier, Luigi Di Maio, dopo aver parlato con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, invece apre: “Malta faccia sbarcare subito donne e bambini da quelle imbarcazioni e li mandi in Italia. Li accoglieremo”. Si avvicina dunque la soluzione per i 49 migranti delle navi di due ong tedesche, Sea Watch (32 persone salvate il 22 dicembre) e Sea Eye (17 soccorse il 29), arrivate a poche miglia dalle coste di Malta. Ma Salvini tiene il punto con un post su twitter: “io non cambio idea”. I tanti mal di pancia all’interno del Movimento 5 Stelle verso la linea dura sui migranti tracciata da Salvini hanno dunque portato a una correzione di rotta da parte del governo.

Nel corso di un colloquio telefonico tra Di Maio e Conte è stata decisa la nuova posizione: Malta fa sbarcare le due navi umanitarie e l’Italia è pronta a farsi carico di donne e bambini: si tratta complessivamente di 5 donne e 7 minori, tra i quali 3 bimbi. “Li accoglieremo. Siamo pronti ancora una volta a dare, come sempre, una lezione di umanità all’Europa intera”, spiega Di Maio, che attacca l’Europa: “così non va, la cambieremo con le prossime elezioni europee. Ma i bambini non possono pagare il prezzo di un’Europa che si gira dall’altra parte per non vedere”. Dopo che donne e bambini saranno sbarcate delle due navi, aggiunge, “ci mettiamo al telefono con ognuno dei capi di Stato europei e li costringiamo a rispettare le quote previste per ogni Paese”.  Chi ha parlato con il ministro dell’Interno, ad ogni modo assicura che Salvini non sia irritato per la sortita di Conte e Di Maio, della quale – si osserva – sarebbe comunque stato messo a conoscenza. Su Palazzo Chigi sarebbe intervenuto il pressing dell’Unione europea, con il Commissario Dimitris Avramopoulos, come spiegato stamane dalla portavoce dell’esecutivo Ue, che ieri avrebbe “invitato gli Stati membri a dare sostegno e a contribuire a questo sforzo congiunto per sbarcare in sicurezza quanti sono a bordo il prima possibile”.

Nel governo, intanto, i malumori sul decreto intaccano parte del M5S ma Luigi Di Maio assicura: “Il decreto Sicurezza è una legge dello Stato, e nessun governo dirà mai ad un sindaco di disobbedire”. Un decreto “incostituzionale e stupido”. Sono invece queste le esatte parole con cui Matteo Mantero qualifica il dl Sicurezza, meglio conosciuto come decreto Salvini, dal nome del suo ideatore. Nella truppa M5S sono in tanti a pensarla come il senatore ‘dissidente’, solo che in pochi hanno deciso di uscire allo scoperto. Come il magma che cova e ribolle nel vulcano, sempre pronto a eruttare, anche tra i Cinquestelle la marea sta montando lentamente ma inesorabile. Tanto che il capo politico, Luigi Di Maio, è costretto a fare da ‘pompiere’ per spegnere i primi, pericolosi focolai della polemica interna, stimolata dalla protesta dei sindaci. “Se c’è qualcuno che si sente a disagio, si ricordi che ha votato il decreto Sicurezza perché fa parte di una maggioranza che ha sostenuto questo provvedimento”, tuona il vicepremier dalle nevi del bellunese, invitando i suoi a “non prendere parte” a una polemica che definisce “boutade politica” e “l’occasione di fare campagna elettorale” in vista delle europee. Tanto “sarà la Corte costituzionale a giudicare il decreto”.

Non la pensa così, però, il senatore Mantero. Che per esteso, nel suo post, scrive: “Ecco quello che si ottiene emanando un decreto incostituzionale e stupido, a solo scopo propagandistico, che auspicabilmente sarà smontato dalla Consulta”. Il parlamentare Cinquestelle solo lo scorso 31 dicembre è stato ‘assolto’ dal collegio dei probiviri, dopo essere stato deferito assieme ai colleghi Paola Nugnes, Elena Fattori, Gregorio De Falco e Virginia La Mura, proprio per aver disertato il voto di fiducia sul provvedimento che porta la firma leghista in calce. Appunto, un testo che il Carroccio può sentire proprio, ma non chi nel Movimento milita sin dai suoi esordi. Come Fattori, che spera in un intervento del premier, Giuseppe Conte. Basta leggere il blog che pubblica la senatrice M5s Paola Nugnes sull’Huffington post. E’ un vero affondo contro il provvedimento e, in attesa della mediazione del premier Giuseppe Conte, è anche un annuncio: “io sto con i sindaci. Il decreto Salvini è una ferita che si riapre? Direi piuttosto una ferita che non si è mai chiusa. La politica dovrebbe essere l’arte di governare la società, dicono, e non dovrebbe piegarsi a mere valutazioni di parte. Bisognerebbe essere in grado di valutare ‘proposta per proposta e idea per idea’ a prescindere da chi la esprime. Sul decreto immigrazione e sicurezza io sono con i sindaci che si oppongono, di qualunque colore politico siano e non mi chiedo se abbiano intenti più o meno propagandistici in questo”, scrive. “Le posizioni delle amministrazioni contrarie al decreto sono tra l’altro alquanto trasversali, sono di colore diverso le città che si ribellano al decreto Salvini, o quelle che aderiscono per obbligo istituzionale ma che hanno espresso il loro dissenso, ricordo anche che le amministrazioni di Roma e di Torino sono state le prime ad approvare una mozione che chiedeva la sospensione del decreto quando era ancora in discussione”, osserva.

Anche tra i sindaci pentastellati, nonostante Di Maio garantisca che applicheranno la legge, nessuno sembra particolarmente entusiasta. Virginia Raggi fece votare una mozione all’Assemblea capitolina prima che il dl diventasse legge, mentre a Livorno Filippo Nogarin, pur promettendo “non chiederò ai miei dirigenti di ignorarle”, ha definito il dl Sicurezza “tutt’altro che una buona legge”. Dai rumors interni al M5S, arriva una lettura diversa rispetto alla presa di posizione del primo cittadino toscano, che sembra sempre più proiettato verso una candidatura al Parlamento Ue alle prossime elezioni europee di maggio. Qualunque sia la motivazione, le riflessioni di Nogarin sembrano convincere almeno due deputati Cinquestelle, il ‘veterano’ Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera, e la new entry Riccardo Ricciardi. Non sono in vista clamorose uscite o ‘segnalazioni’, ma gli occhi sarebbero puntati su di loro per capire se il malumore per la scarsa discussione interna raggiunge e supera i livelli di guardia. Non fa testo, invece, la posizione del presidente della Camera, Roberto Fico. Le sue idee sono chiare, anche se ufficialmente non è mai intervenuto in dissenso con la maggioranza e il suo M5S. Anche se non rinuncia a far politica, il suo compito ora è un altro, diverso, terzo, istituzionale. Non può schierarsi, ma di sicuro riesce a farsi capire lo stesso. Come quando non guidò l’aula di Montecitorio al momento dell’approvazione del dl Sicurezza. Un gesto carico di significato, molto più di mille parole

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