Il libro. Giuliano Battiston e Giulio Marcon, “La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare”

Il libro. Giuliano Battiston e Giulio Marcon, “La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare”

Con le ultime elezioni politiche la sinistra italiana ha subito una storica sconfitta. Dopo aver toccato il fondo riuscirà a risalire? Sul piano elettorale è difficile fare previsioni. Sul piano culturale qualcosa invece sembra muoversi. Lo testimoniano le sempre più numerose pubblicazioni che aggiornano i concetti classici del socialismo, propongono nuove categorie interpretative del capitalismo e si pongono sul piano intellettuale in netta contrapposizione all’ideologia neoliberista oggi egemone. Un ottimo esempio in tale direzione è il libro curato da Giuliano Battiston e Giulio Marcon intitolato La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare, (minimum fax, Roma, 2018, 258 pagg., 16,00 euro).

La perdita di consenso della sinistra non è solo elettorale. Rappresenta anche una crisi di identità dinanzi alla straordinaria affermazione del neoliberismo in ogni campo: economico, politico, culturale e sociale. Tale affermazione è dovuta anche ai cedimenti in ognuno di questi campi da parte della sinistra moderata che non è stata in grado di coniugare i principi fondanti della propria tradizione politico-culturale con le innovazioni necessarie per affrontare le trasformazioni degli ultimi decenni. I piccoli e grandi compromessi con cui la sinistra di governo sperava di tenere in qualche modo sotto controllo il neoliberismo si sono purtroppo rivelati inefficaci. Basti pensare a quanto, in nome della globalizzazione, sono state scardinate le tutele del lavoro e i magri risultati ottenuti. Dopo le esperienze dei governi di centro-sinistra il riformismo sta rischiando di essere spazzato via per lasciare spazio a nazionalismi, populismi e persino nuovi fascismi.

A guardare l’Italia e l’Europa dei nostri giorni per la sinistra tutto sembra perduto. Secondo Battiston e Marcon non è così. Sin dal titolo il loro libro induce all’ottimismo: la sinistra ha un futuro. Un futuro da creare iniziando dalle parole che costituiscono la sua identità oggi così mortificata e da ricostruire mattone dopo mattone. Allo scopo di allargare gli spazi di agibilità politica e culturale il libro contempla ventidue voci scritte da altrettanti intellettuali mossi dalla consapevolezza che il neoliberismo ha provocato danni politici, ambientali, economici che hanno fatto arretrare la società e compromesso il futuro delle prossime generazioni.

Partendo da questa presa d’atto ogni autore affronta un argomento diverso. Per fornire al lettore una mappa completa (e tutto sommato arbitraria, ma ci sia concesso) possiamo suddividere tali argomenti in aree i cui confini sono comunque estremamente porosi. Rientrano nell’alveo del pensiero politico le voci: Democrazia, Disuguaglianza, Libertà, Movimenti, Pace e, ovviamente, Politica. Altri concetti sono più strettamente legati alle dinamiche economiche: Capitalismo, Decrescita, Lavoro, Precariato, Produzione. Altri ancora affrontano temi di portata transnazionale: Europa, Globalizzazione, Migrazioni, Sud. Due voci sono dedicate invece alla questione ambientale: Ecologia e Terra. Infine, in un’area che investe la qualità della vita troviamo i lemmi: Cooperazione, Femminismo, Giustizia, Welfare e Reddito di base.

Le ventidue parole chiave non rappresentano una novità assoluta. D’altra parte i loro autori sono noti da diversi decenni negli ambienti dell’intellighenzia di sinistra. Giusto per fare qualche nome ricordiamo Richard Sennett, Serge Latouche, Luigi Ferrajoli, Étienne Balibar, Vandana Shiva. I rapidi saggi scritti da questi come dagli altri autori irrigano idee in un campo già coltivato e pronto a farle crescere ulteriormente. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti l’irrazionalità del neoliberismo: sul piano sociale ha creato disuguaglianze insostenibili, sul piano ambientale siamo a un passo dal collasso ecologico, sul piano occupazionale l’incertezza regna sovrana e guerre devastanti si succedono una dopo l’altra. Non è casuale allora che la prima parola chiave della sinistra che verrà sia proprio Capitalismo, scritta dal sociologo tedesco Wolfgang Streeck. Riassumendo per sommi capi il saggio di questo studioso emerge il seguente quadro: 1) nella storia del capitalismo le crisi economiche sono la regola e non l’eccezione; 2) col neoliberismo il capitalismo ha divorziato dalla democrazia con cui aveva convissuto dal 1945 fino alla seconda metà degli anni ’70; 3) il capitalismo sta finendo per una dinamica endogena di autodistruzione; 4) occorre riportarlo nell’alveo della democrazia attraverso una deglobalizzazione controllata dai governi nazionali. Come si vede da questa sintesi c’è molto realismo nel tratteggiare la politica della sinistra che verrà. A spingersi più avanti è invece Serge Latouche. Il quale in un saggio che costituisce una piccola summa del suo pensiero oppone al capitalismo del mercato globalizzato un altro progetto di civilizzazione fondato sulla decrescita. Categoria che non significa tornare a una condizione preindustriale ma abbandonare la religione dello sviluppo per lo sviluppo. Decrescita significa in sostanza costruire un’altra società, una società “dell’abbondanza frugale”. La quale ha come conseguenza l’uscita dalla religione dei consumi e in ultima istanza dal capitalismo.

Almeno in prima approssimazione le posizioni di Streeck e Latouche appaiono distanti. E distanze ce ne sono altre tra i ventidue autori che compongono “La sinistra che verrà”. D’altra parte lo stesso lettore potrebbe nutrire seri dubbi dinanzi a ipotesi come quelle di Colin Crouch. Per il quale una rinnovata socialdemocrazia ha il compito di provare a cambiare l’Unione Europea (pur nella consapevolezza che “è nemica dei nostri valori politici e sociali”), rimanendo all’interno di una cornice capitalistica alternativa al neoliberismo. Anche questa è una proposta improntata al realismo e tuttavia, almeno a prima vista, sembra molto difficile da realizzare. Altri dubbi potrebbero venire dal programma di Saskia Sassen. La quale, per cambiare l’attuale stato di cose, pare affidarsi a un generico volontarismo in grado di creare dal basso “forme di solidarietà trasversali, tra località e comunità diverse”. La sociologa statunitense non sembra tenere conto del fattore violenza nelle dinamiche politiche. Eppure i movimenti contro la globalizzazione capitalistica hanno iniziato la loro parabola discendente proprio dopo la feroce repressione dei manifestanti durante il G8 di Genova nel 2001. Non sarà stata l’unica causa della loro ormai lunga fase di contrazione. Ma certo non è stata ininfluente. Se un domani le comunità di cui parla la Sassen dovessero minacciare sul serio gli interessi di grosse corporation è assai improbabile che verrebbero lasciate fare in nome della libera concorrenza e della democrazia. Altri dubbi possono sorgere dalla lettura della parola Libertà scritta da Ágnes Heller. La filosofa ungherese di oggi non ha più nulla a che spartire con la Heller della teoria dei bisogni in Marx e nel suo saggio si rifugia in illusioni illuministiche. Si può comprendere il desiderio di voltare pagina rispetto alle utopie socialiste di matrice ottocentesca, ma da qui a riproporre Voltaire ci pare più una resa culturale che un’evoluzione del suo pensiero.

A leggere le analisi e le opinioni di questi come degli altri autori emergono diverse sensibilità, inclinazioni, strategie. Tuttavia, pur nelle differenze, è unanime la volontà di superare la società ridotta a mercato in cui ci troviamo a vivere. Come tutte le culture politiche anche quella della sinistra che verrà avrà diverse anime. Ma la priorità oggi è ripartire iniziando, come sostiene Marcon, ad affermare senza se e senza ma i valori che definiscono l’identità di chi si dichiara di sinistra: “l’uguaglianza contro la disuguaglianza, i diritti contro il privilegio, la giustizia contro l’ingiustizia, la libertà contro l’autoritarismo, la pace contro la guerra, l’ambiente contro la sua riduzione a merce, il welfare contro la sua trasformazione in mercato, i beni comuni contro le privatizzazioni”.

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