Decreto sicurezza. Il governatore toscano Rossi sfida Salvini e lunedì presenta ricorso alla Consulta. Con lui i governatori di Calabria, Piemonte e Lazio. E su Salvini durissima anche la Chiesa

Decreto sicurezza. Il governatore toscano Rossi sfida Salvini e lunedì presenta ricorso alla Consulta. Con lui i governatori di Calabria, Piemonte e Lazio. E su Salvini durissima anche la Chiesa

Enrico Rossi, governatore della Toscana, lancia il guanto di sfida a Matteo Salvini. Il governatore annuncia che lunedì la sua Giunta approverà una delibera per far ricorso alla Consulta sulla costituzionalità del decreto sicurezza. Rossi si iscrive così alla battaglia portata avanti da alcuni sindaci, da Leoluca Orlando a Luigi De Magistris, che “fanno bene a ribellarsi ad una legge disumana che mette sulla strada, allo sbando, decine di migliaia di persone facendole diventare preda dello sfruttamento brutale e della criminalità organizzata, aumentando l’insicurezza. Nel frattempo – aggiunge – per aiutare e assistere i migranti e tutti coloro che hanno bisogno, almeno in Toscana si avranno tutele stabilite da una legge regionale che sarà votata dal prossimo Consiglio e per la quale abbiamo già previsto in bilancio 2 milioni di finanziamento”. Un’iniziativa che, dichiara ancora, “tutela i diritti della persona, a prescindere dalla cittadinanza: diritti per tutti, non solo per i cittadini italiani, ad essere curati, ad avere una dimora, un’alimentazione adeguata e ad avere un’istruzione”. Rossi, inoltre, invita Salvini ad un confronto pubblico sul tema “dove vuole e quando vuole”.

La replica imbarazzante e razzista di Salvini al governatore Rossi

Tirato in ballo, il ministro dell’Interno risponde per le rime: “Ci sono 119mila toscani (pari a 53mila famiglie) in condizioni di povertà assoluta, si contano quasi 22mila domande per ottenere una casa popolare in tutta la regione, si registra una sanità criticata da medici e utenti per le liste d’attesa, i tagli e i turni di lavoro massacranti. Eppure il governatore Enrico Rossi straparla del decreto sicurezza che dà più legalità, risorse e strumenti agli amministratori locali. Lui pensa ai clandestini, noi agli italiani”, dice. Una posizione condivisa anche da Luigi Di Maio che parla di una “sedicente sinistra che, per sentirsi un po’ di sinistra, fa campagna elettorale opponendosi al decreto sicurezza”.

Cosa può accadere dopo la presentazione del ricorso della Regione Toscana alla Consulta

Dapprima la Toscana, dunque, poi il Piemonte, la Calabria, il Lazio e la Campania, potrebbero seguirne l’esempio, accodarsi e proporre ricorsi alla Corte costituzionale contro la legge Sicurezza. Ci sono 60 giorni a disposizione, ovvero dal momento in cui la legge è in Gazzetta Ufficiale: la pubblicazione di una legge è infatti l’ultimo atto di un percorso, da quel momento in poi la legge vincola la generalità dei soggetti. E si può fare ricorso. Le Regioni possono farlo direttamente alla Consulta, senza il passaggio in sede di giudice ordinario, dove viene sollevata la questione di legittimità costituzionale di un provvedimento e quindi lo stesso giudice si ferma nell’esame del ricorso e trasmette gli atti alla Consulta. Per le Regioni è una prerogativa in più quella del ricorso diretto, come del resto lo è per il governo, ovvero lo Stato, di fronte a leggi regionali che a suo parere violano competenze statali. “La porta d’ingresso per proporre ricorso – spiega il professor Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale – è sempre un vizio della legge, la violazione di competenze regionali o, al contrario, competenze statali”. E comunque questa ‘corsia’ diretta “non preclude che possano esserci delle questioni di legittimità costituzionale nel corso del giudizio”. La differenza sostanziale nella procedura di accesso alla procedura di impugnazione davanti alla Consulta sta nel fatto che attraverso il giudizio ordinario occorre partire dall’accertare l’esistenza di una controversia sull’applicazione della legge che si vuole impugnare, mentre sia le Regioni che il governo centrale possono, reciprocamente, contestare la violazione di proprie competenze.

Il plauso ai governatori del sindaco di Palermo Orlando

“La decisione di alcune regioni, titolate a differenza dei Comuni a poter fare ricorso alla Corte Costituzionale, di sollevare l’eccezione di incostituzionalità di alcune parti del ‘decreto insicurezza’ è un fatto importante” ha dichiarato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, commentando quanto affermato dai presidenti di Calabria, Lazio, Piemonte e Toscana sulla possibilità di ricorso alla Consulta. “È importante politicamente – ha sottolineato il sindaco capofila dei ‘disobbedienti’ – perché chiarisce ancora una volta che, contrariamente a quanto qualcuno vorrebbe, l’Italia non è una paese da ‘pensiero unico’ e perché formalmente permetterà di avviare il percorso verso l’annullamento di norme inumane che contrastano con la nostra Costituzione e con i valori fondamentali del nostro Paese.”

E c’è una Chiesa che richiama all’accoglienza

In un lungo articolo di Fabrizio Contessa sull’Osservatore romano, si scorre l’elenco di quella chiesa che si mette di lato rispetto alle proteste ma chiede accoglienza e solidarietà concreta. Ci sono le parole dell’arcivescovo di Palermo, la città del sindaco capofila dei disobbedienti, monsignor Corrado Lorefice: “Gesù, sei stato il primo profugo dell’era cristiana. Aiutaci ad aiutare ogni uomo che chiede accoglienza”. Ci sono le parole del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, che ricorda come gli italiani “non hanno nel dna il virus del razzismo o della xenofobia” e “avere delle paure o nutrirle non giova a nessuno”. L’Osservatore Romano ripropone le parole di papa Francesco nel messaggio per l’ultima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. E – ricorda il quotidiano della Città del Vaticano – da quando il papa tre anni fa lanciò l’appello ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia, sono state accolte 25.000 persone in 136 diocesi, e oltre duemila profughi sono arrivati con i corridoi umanitari. “Una mobilitazione, silenziosa e quotidiana, che coinvolge parrocchie, diocesi, congregazioni religiose, associazioni, organizzazioni laicali e semplici famiglie di fedeli. Un lavoro che attraversa la penisola in lungo e in largo all’ombra dei campanili”, dice Fabrizio Contessa, citando esempi che vanno da San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, a Torino. Perché, spiega dalle pagine dell’Osservatore Romano il vescovo Guerino Di Tora, presidente nazionale della Fondazione Migrantes: “Come cristiani non possiamo mai rinunciare all’accoglienza” e sottolinea come siano state le parrocchie di tutta Italia a muoversi per rispondere all’appello del papa, gli stessi parrocchiani a cercare i fondi per ospitare le famiglie di profughi. La migrazione – ricorda il vescovo – è un fenomeno “epocale” e va “governato con lungimiranza”.

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