Alfonso Gianni. La legge di bilancio scoperchia i veri progetti del governo

Alfonso Gianni. La legge di bilancio scoperchia i veri progetti del governo

Nel suo tradizionale messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica, in un discorso conciso e molto misurato nei toni e nelle parole, è tornato brevemente sulla legge di bilancio da lui promulgata. Lo ha fatto probabilmente per due motivi. Il primo è spiegare in qualche modo il perché di una firma su una legge che è stata approvata nel puro disprezzo di un Parlamento che l’ha votata sotto le forche caudine del ricorso alla fiducia senza neppure averla letta. Mattarella ha fatto quindi riferimento alla necessità di evitare la procedura di infrazione da parte della Ue, anche se in realtà la rapida promulgazione dell’alto colle evita solo l’esercizio provvisorio. Il secondo motivo è che, proprio per le inaudite modalità con cui la legge non è stata discussa nelle commissioni e nelle aule parlamentari, Mattarella ha voluto richiamare l’attenzione di tutto il corpo politico del paese, seppure a “babbo morto”, sulle conseguenze delle norme contenute in quel testo. Avremmo preferito un passaggio più incisivo sullo strappo costituzionale e istituzionale che è stato commesso. Ma, come si suol dire, non si può avere tutto dalla vita. E su molti aspetti gravi ha taciuto, come ad esempio sui tagli all’editoria.

In effetti nei 1143 commi che sostituiscono il primitivo articolo uno riscritto dal maxiemendamento governativo se ne trovano di tutti i colori, a riprova che i vecchi metodi di governo non sono cambiati, ma al contrario esaltati fino al parossismo dalla compagine pentaleghista. E non è finita perché si resta in attesa di ben 161 decreti attuativi, senza i quali la legge non è applicabile. In sostanza ognuno dei due contraenti il patto di governo, intesi come insieme dei due gruppi parlamentari, più ministri e sottosegretari ha infilato nel provvedimento ciò che più serviva ad assicurarsi il sostegno del proprio spicchio di elettorato.

L’esito sciagurato di questa legge non dipende solo, anche se in gran parte, dalla invasività delle euroburocrazie di Bruxelles che hanno scandagliato fino al minuto dettaglio il testo della legge, giungendo ad un vero esproprio della potestà sul bilancio da parte di governo e parlamento. Tutto ciò è avvenuto del resto in perfetta coerenza con quell’articolo 81 della Costituzione modificato dal governo Monti, costituzionalizzando il pareggio di bilancio – senza che vi fosse stata in quel caso una vera imposizione da parte di Bruxelles -, che le successive maggioranze si sono ben guardate dal toccare.

Il mercimonio lungamente protrattosi tra governo italiano e Ue ha avuto per oggetto l’andamento del deficit strutturale. Questa è la ragione per cui a un certo punto l’unica soluzione cui aggrapparsi è sembrata quella di elevare da 0,3% all’1% la quota di privatizzazioni con  conseguente discesa del rapporto debito-Pil. Il che comporta la vendita per 2 miliardi di euro di immobili dello Stato, peraltro non del tutto facile. Ma resta il fatto che si tratterebbe di una entrata “una tantum” non in grado di ridurre il deficit strutturale. Poiché, per ora, viene lasciata inalterata l’Iva – che però diventa una spada di Damocle sempre più pesante sugli anni futuri – il governo, per superare l’impasse, ha giocato la carta della netta riduzione delle previsioni sulla crescita, dall’1,5% all’1%. Non si è trattato solo di un maquillage per dimostrare maggiore realismo – visti gli andamenti concreti della nostra economia e dello stesso quadro europeo -, come alcuni hanno commentato. La ragione della mossa che vanifica l’ottimismo governativo, risiede nel fatto che una minore previsione nella crescita del Pil aumenterebbe la componente “ciclica” del deficit. In altre parole sul nuovo obiettivo del 2,04% nel rapporto deficit/Pil peserebbero di più gli elementi congiunturali (come meno entrate fiscali e più ammortizzatori sociali dovuti a una minore crescita del Pil), modificando così il rapporto con la componente strutturale del deficit  in modo di avvicinarsi di più ai desiderata di Bruxelles. Come si vede, la logica del fiscal compact, per quanto non ancora entrato nel corpus dei Trattati, l’ha fatta da padrone ed è evidente che senza la sua eliminazione anche maggioranze e governi diversi si troveranno sotto schiaffo.

Ciò detto, l’invadenza di Bruxelles non può giustificare le responsabilità del governo italiano. Soprattutto perché, se la leggiamo bene, questa legge di bilancio non è solo un insieme di norme ad hoc, ma fa trasparire un disegno ben più ambizioso e letale. Gridare all’aumento di qualche decimale  della pressione fiscale complessiva, che pure c’è,  è del tutto fuorviante, nel senso che fa perdere di vista quanto di assai più grave e pericoloso questa legge contiene. Il suo obiettivo è quello di portare avanti in modo strisciante ma deciso una integrale controriforma fiscale che, come sappiamo, è un chiodo fisso del neoliberismo a ogni latitudine.

Non si tratta solo della flat tax proposta a puntate. Anche se il primo assaggio è micidiale. Il regime forfettario potenziato dal 2019 scava un largo vallo tra lavoratori autonomi e dipendenti, tra i titolari di partita Iva tassati con l’Irpef e quelli che si avvantaggeranno della flat tax prevista nella legge di bilancio. I risultati di alcune simulazioni di fonte padronale indicano che un professionista con compensi annui di circa 64mila euro pagherà 10.200 euro di imposte in meno di un lavoratore dipendente con  reddito simile e due figli a carico. In questo modo le forze al governo perseguono l’obiettivo politico di dividere e contrapporre il lavoro autonomo a quello dipendente, di frammentare ulteriormente e contrapporre settori del mondo del lavoro e del non lavoro.

Ma non c’è solo la flat tax: l’accumularsi di altre sette nuove imposte sostitutive nella legge di bilancio mina dalle fondamenta l’Irpef. Il nostro sistema fiscale viene così a comporsi sempre più di tributi su stipendi e pensioni e si basa sempre meno su una imposta generale e progressiva sui redditi delle persone fisiche. E’ un cambiamento di paradigma e di sistema che liquida sottotraccia il principio della progressività contenuto nell’articolo 53 della Costituzione. Se a ciò si aggiunge l’autonomia regionale voluta a gran voce dal Nord leghista, si ha il quadro completo di un nuovo attacco ai fondamenti della Repubblica.

Quanto agli altri cavalli di battaglia della politica economica del governo pentaleghista, sarà bene attendere per un giudizio più fondato di conoscere i testi dei decreti. Visto che tanto su quota cento per le pensioni, quanto sul cosiddetto salario di cittadinanza – che tale non è, ma al massimo un sussidio di disoccupazione –  i bisticci tra i due dioscuri del governo non mancano. Tra i quali, peraltro, la volontà della Lega sembra essere comunque prevalente. Così le dichiarazioni si rincorrono smentendosi l’una con l’altra. È infatti clamorosa l’ultima “uscita” di Di Maio, dopo le esternazioni di Salvini, secondo cui il sussidio di disoccupazione spetterebbe solo ai cittadini italiani, dopo che più volte – anche per evitare giudizi di incostituzionalità, viste le precedenti sentenze della Corte Costituzionale – esponenti autorevoli del governo, fra cui Giancarlo Giorgetti, avevano pubblicamente affermato che sarebbe stato esteso anche ai cittadini stranieri che potevano vantare un determinato numero di anni di residenza nel nostro paese. Tutto ciò malgrado che le statistiche ufficiali testimonino la rilevante percentuale degli stranieri tra i cittadini residenti che vivono al di sotto del limite della povertà assoluta. Come dire, ci sono i poveri e poi i “paria” (sempre che non muoiano in mare).

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