27 gennaio. Giornata della memoria, il dovere di conoscere e ricordare

27 gennaio. Giornata della memoria, il dovere di conoscere e ricordare

“Coloro che non conoscono affatto la storia si espongono a che ricominci…” (Elie Wiesel); “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo…” (Primo Levi);  “La memoria è necessaria; dobbiamo ricordare, visto che le cose che si dimenticano possono ritornare” (Mario Rigoni Stern); “Perdere il passato, significa perdere il futuro” (Wang Shu). Si potrebbe andare avanti a lungo, con le citazioni relative all’importanza, al valore, alla necessità della memoria e del ricordo. Come osserva Oscar Wilde (e per una volta non è un graffiante paradosso): “La memoria è il diario che ciascuno porta con sé”.

Dunque, memoria, ricordo; e – fondamentale presupposto – la conoscenza.

Conoscenza, ricordo, memoria di quello che è stato Auschwitz-Birkenau, e l’orrore delle decine e decine di lager concepiti e realizzati dalla follia nazista, ultimo “capitolo” di quel grande libro della vergogna che sono state le leggi antisemite volute da nazisti e fascisti e i loro epigoni. La tragedia delle persecuzioni patite dagli ebrei, dagli anni Trenta fino alla fine della seconda guerra mondiale: colpevoli solo e unicamente di essere ebrei; come altre minoranze, quali gli zingari, gli omosessuali, i “diversi” colpevoli solo e unicamente d’essere nati come erano nati; e per questo considerati “perversi”. Nella sola Auschwitz-Birkenau, enorme “complesso” concentrazionario, costituito da tre lager principali, vengono uccisi un milione e centomila persone: simbolo visibile e concreto di un terribile passato. Alla base di questo orrore un’ideologia razziale e antisemita che classifica le persone, e stabilisce chi ha diritto di vivere; chi deve essere considerato schiavo; chi “inutile”, deve morire.

Lascia l’amaro in bocca che tantissimi criminali nazisti non abbiano pagato per le loro nefandezze.

Per quello che riguarda i soli crimini consumati ad Auschwitz-Birkenau, si è calcolato che siano state coinvolte almeno settemila persone, tra ufficiali e guardiani. Pochissimi tra loro hanno conosciuto il carcere; ancora meno sono stati condannati a morte. Non è mancato l’oltraggio: nei pressi del lago di Garda, in particolare la sponda veronese, durante la guerra, stazionavano i comandi delle SS e della Gestapo. I contadini del luogo raccontano che i tedeschi la facevano da padroni durante la guerra; e “dopo” sono tornati, per comprare case e terreni.  I tedeschi; ma anche gli italiani hanno fatto la loro parte, per quello che riguarda persecuzioni e deportazioni. I fascisti, a cominciare da Mussolini, collaborano convintamente e attivamente al progetto di liquidazione degli ebrei. Le leggi razziali del 1938 sono, da questo punto di vista, solo un prologo di quello che sarà negli anni successivi. Ogni giorno, ogni anno, in tanti, quasi sempre turisti, molti stranieri, si soffermano dinanzi al Tempio sul lungotevere di Roma: “Da Roma duemilanovantuno i deportati. Non aride cifre son queste ma nella civiltà offesa, nella offesa della santa legge di Dio, è questo un tributo di lacrime e sangue”… Una lapide che ricorda le vittime di una persecuzione odiosa. Molti, tanti, passano, ignari. È un luogo sacro, merita rispetto, meditazione. Non il solo. Nonno Mosé, è il più anziano, ha 74 anni; il cugino Giovanni 18 giorni appena. Sono tanti i Di Consiglio e i Di Castro: ebrei e romani da generazioni. Una ventina. Sette sono trucidati alle Fosse Ardeatine; gli altri “passano per il camino”, quelli del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau: gasati, ridotti in cenere, in quelle camere a gas che ancora oggi qualcuno si ostina a negare siano esistite.

Al loro martirio sono dedicate le cosiddette “Pietre di inciampo” che la notte tra il 9 e il 10 dicembre scorsi dei farabutti antisemiti vandalizzano, profanano, fanno sparire. “Pietre d’inciampo”, o più propriamente, del ricordo: collocate nel 2012 nel cuore dello storico rione Monti di Roma. Anche quello è un luogo sacro, che merita rispetto. Quelle “pietre” ricordano l’orrore della persecuzione contro gli ebrei, perché tutti noi si possa davvero “inciampare” su una memoria che troppe volte si smarrisce, si scolora. “Pietre” con incisi i nomi delle vittime della Shoah, le generalità, il luogo dove sono stati massacrati. Per ricordare che il 16 ottobre del 1943, quando i nazisti rastrellano il ghetto, tanti, troppi sono rimasti inermi, hanno fatto finta di nulla. Un’indifferenza complice con i massacratori.

Sono le 5.30 del 16 ottobre 1943

È sabato, la comunità ebraica si prepara a celebrare il terzo giorno della festa di Sukkot. Quel giorno, per gli ebrei di Roma è l’ultima tappa di un incubo cominciato nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali. I nazisti la chiamano “soluzione finale”, significa liquidare gli ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali e in generale chi è bollato come perverso in ragione di una sua presunta diversità. L’ordine, perentorio, viene da Hitler in persona. Il tenente colonnello Herbert Kappler lo applica alla lettera. Gli Alleati lo sanno. Non muovono un dito, per una ragione atroce: avrebbero irrimediabilmente compromesso la rete spionistica infiltrata all’interno dell’intelligence nazista. Gli ebrei romani non si aspettano quello che sta per accadere. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono scarse, imprecise. Inoltre la richiesta fatta da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, illude gli ebrei che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto. Lo mettono insieme con enormi difficoltà, lo consegnano. Si illudono così di salvarsi. Al termine della razzia risultano catturati 363 uomini, 689 donne, 207 bambini. 237 sono rilasciati, non sono ebrei. Gli altri destinati ai forni di Auschwitz. Donne, bambini, vecchi: il più piccolo aveva appena un giorno, la più anziana 90 anni. Per loro non c’è stata pietà. Dei 1021 catturati quel “sabato nero” di 70 fa, appena in 16 sono tornati.

Conoscere, ricordare, è necessario; e più che mai di questi tempi: senza memoria, con pochi ricordi, poca conoscenza.

Auschwitz-Birkenau, la tragedia degli ebrei, la stessa Resistenza con i suoi immortali valori, sono sempre più percepiti come fatti lontani, “estranei”. Sarebbe necessario che la scuola si attrezzasse per inserire nei testi e nei programmi questo periodo: solo un’istruzione diffusa capace di affrontare seriamente questi temi può restituire la dimensione autentica e vera di quell’orrore, di quei giorni terribili: perché è un passato che non deve passare. Beati quegli studenti i cui insegnanti fanno conoscere e imparare a memoria i versi di una poesia di Joyce Lussu: “C’è un paio di scarpette rosse / numero ventiquattro / quasi nuove: / sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica / ‘Schulze Monaco’. / C’è un paio di scarpette rosse / in cima a un mucchio di scarpette infantili / a Buchenwald / erano di un bambino di tre anni e mezzo / chi sa di che colore erano gli occhi / bruciati nei forni / ma il suo pianto lo possiamo immaginare / si sa come piangono i bambini / anche i suoi piedini li possiamo immaginare / scarpa numero ventiquattro / per l’eternità / perché i piedini dei bambini morti non crescono. / C’è un paio di scarpette rosse / a Buchenwald / quasi nuove / perché i piedini dei bambini morti / non consumano le suole”.

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