La fiera “Più libri più liberi” è stata un successo. Ma la realtà del mercato editoriale è molto diversa, e drammatica (e il governo non se ne occupa)

La fiera “Più libri più liberi” è stata un successo. Ma la realtà del mercato editoriale è molto diversa, e drammatica (e il governo non se ne occupa)

L’annuale rassegna – numero 17 – “Più libri più liberi”, tenutasi a Roma dal 5 al 9 dicembre dentro il grandissimo (ma ancora non ben strutturato per circostanze simili) complesso de “La nuvola” di Fuksas, è stata un successo. Ancora una volta si è superato il tetto delle 100.000 presenze. Tutto ciò è merito indubbio dell’associazione italiana editori (Aie) presieduta da Riccardo Franco Levi.

La Fiera della piccola e media editoria ha attratto 545 espositori e ha ospitato 650 appuntamenti, con 1500 autori presenti. Record di presenze anche  nello “spazio ragazzi” organizzato a cura delle Biblioteche di Roma, cui va aggiunto il successo dei ventitré appuntamenti del “programma professionale”, presso il Business Centre. Il luogo di incontro degli editori con le aziende della filiera e il pubblico degli addetti ai lavori è una novità significativa, che forse fornisce un’anticipazione delle intenzioni dell’Aie in merito all’appuntamento milanese “Tempo di libri”. Quest’ultimo ha incontrato molte difficoltà nel confronto con il Salone di Torino. È d’obbligo, dunque, un ripensamento, annunciato proprio in queste ore. La strada, dunque, potrebbe essere – tra l’altro – proprio quella intuita con la sezione professionale, utilizzando l’esposizione come occasione per aprire e incrementare il mercato, piuttosto che come semplice occasione di vendita straordinaria.

Del resto, l’andamento delle vendite è sempre magro. A novembre si è registrato un -0,9%. Che potrebbe con le vendite natalizie portare a -0,6% alla fine dell’anno. Insomma, dopo qualche annata di parziale risalita, la lettura ha di nuovo segnato il passo. Ha sottolineato Levi che il settore da anticiclico è tornato ad essere ciclico: soggetto all’andamento della crisi generale. Il rapporto assai accurato predisposto dall’Aie sullo stato dell’editoria in Italia offre un quadro circostanziato: il 45% dei volumi venduti, pari a circa 54 milioni di copie (su 119,4 ml di copie complessive) viene acquistato da 5 milioni di lettori. Dunque, il 18% (5 ml su 28,3) genera quasi la metà del mercato. È una distorsione preoccupante, che porta con sé due ovvie considerazioni. Innanzitutto, e ciò spiega la fortuna delle fiere della piccola e media editoria, la lettura forte non si muove dalle nicchie benestanti ed esigenti, mentre la diffusione di massa è molto limitata. Inoltre, ed è la principale concausa delle difficoltà, i gruppi editoriali egemoni si basano quasi esclusivamente sui titoli di richiamo sui quali viene convogliata la strategia di marketing. Insomma, una piramide affollata e povera fino alla cima, dove risiede la “fabbrica dei best seller” (qualche volta). È ovvio, allora, che nelle belle giornate sotto la Nuvola dell’Eur si vivesse in un mondo che fuori non c’è: un frammento di desiderio, che non ci si occupa di “normalizzare”.

Lo sforzo di chi ha ruoli pubblici di responsabilità dovrebbe essere proprio quello di favorire la crescita dei lettori “forti”. A cominciare dalla scuola e dall’università, per immaginare una vera e propria linea di contenitori – e non unicamente format specializzati – nel servizio pubblico radiotelevisivo. Tuttavia, il testo della proposta di legge di Bilancio, in corso d’opera al Senato, contiene una plateale sconfessione di ogni sforzo, visto che viene tagliato il credito di imposta previsto per i librai.

Se da una parte il sottosegretario con delega all’editoria Crimi ha inaugurato pomposamente la Fiera romana, dall’altro il medesimo esecutivo ha sferrato un colpo al settore. Contraddizioni in seno al popolo o con il popolo?

Dal quotidiano Il Manifesto di mercoledì 12 dicembre 2018

Share