I conti con il merkelismo. La Cdu dopo il Congresso di Amburgo

I conti con il merkelismo. La Cdu dopo il Congresso di Amburgo

Dal nostro corrispondente da Berlino

Con una maggioranza di appena trentacinque voti – corrispondenti al 4% dei delegati – la CDU si è espressa sulla successione ad Angela Merkel, affidando la guida del partito ad Annegret Kramp-Karrenbauer, personaggio politico vicino alla cancelliera e segno di “continuità” rispetto all’attuale esperienza di governo. Tuttavia, con il congresso di Amburgo, la CDU volta definitivamente pagina rispetto al merkelismo, imboccando una strada irta di incognite. La parola d’ordine al congresso della CDU ad Amburgo è stata Erneuerung (rinnovamento), scandita a chiare lettere e ripetuta senza sosta da diversi oratori. I cristiano-democratici – reduci da una serie di sconfitte elettorali più o meno gravi, e provati da una costante perdita di consensi a beneficio dell’AfD – hanno così annunciato ai quattro venti la loro intenzione di svecchiare la propria leadership e ridefinire il proprio profilo, tentando di trovare una degna successione a quella figura politica che ha determinato il carattere del partito per circa diciott’anni. A ben vedere, i delegati della CDU ad Amburgo erano chiamati a scegliere tra tre differenti gradazioni di “rinnovamento”: da una parte un ritorno al passato, incarnato dal conservatore ed esponente del mondo economico tedesco Friedrich Merz; nel mezzo un probabile salto nel buio, con l’attuale ministro della Salute Jens Spahn, che rappresentava l’alternativa semi-populista ad Angela Merkel; dall’altra, infine, un’evoluzione del merkelismo nella persona di Annegret Kramp-Karrenbauer, fedelissima della cancelliera ma distante da quest’ultima sia sul piano caratteriale sia riguardo ad alcune importanti questioni politiche.

La vittoria di misura conseguita da Kramp-Karrenbauer su Merz non si riduce pertanto a un successo postumo di Angela Merkel – per quanto il suo ultimo discorso da leader della CDU abbia probabilmente condizionato gli esiti del congresso – ma deve essere letta come una scelta del partito per un rinnovamento senza rottura, mirando ad aggiornare l’agenda cristiano-democratica senza gettare alle ortiche l’eredità del fenomeno merkeliano.

L’eredità politica di Angela Merkel

È fin troppo semplice cantare il de profundis dell’attuale cancelliera all’indomani di un disastro elettorale in un Land, oppure a margine di una rivolta xenofoba nel centro di una città di provincia della Germania orientale. Quando però proviamo a trarre un bilancio dei diciotto anni di presidenza della CDU – oppure dei tredici anni appena trascorsi di cancellierato – il giudizio su Angela Merkel cambia facilmente di segno, rilevando quella che probabilmente è stata la figura politica tedesca più significativa dal dopoguerra a oggi. Merkel stessa, nel suo discorso di ieri ad Amburgo, ha tratto tale bilancio, ricordando come nell’aprile del 2000 – quando assunse la guida del partito – la CDU fosse una forza politica devastata dagli scandali e costretta all’opposizione da un SPD giunto al 40% dei consensi. Inoltre i cristiano-democratici di Helmut Kohl scontavano il contrappasso della riunificazione, ovvero i costi sociali ed economici dell’integrazione dei Länder orientali nella Repubblica federale, nonché la percezione diffusa secondo cui il processo di riunificazione si fosse ridotto a una spoliazione dell’ex-DDR in favore di aziende e forze politiche della Germania occidentale. Da questo punto di vista, l’ascesa di Angela Merkel ha rappresentato sia una risposta alla perdita di credibilità della CDU sia, sul piano nazionale, il modello di una nuova Germania riunificata.

Politicamente Angela Merkel ha conseguito un risultato notevole: riportare la CDU al centro della vita politica tedesca, condannando – complici anche le controverse decisioni del governo Schröder in materia assistenziale – i principali avversari socialdemocratici a un costante declino. I cristiano-democratici a guida merkeliana hanno occupato stabilmente il centro del panorama partitico tedesco, coniugando le precedenti istanze liberali con una maggiore attenzione alle tematiche sociali e intercettando abilmente gli umori dell’elettorato, fino ad appropriarsi di idee e battaglie appartenute alla controparte. Un esempio significativo di tale capacità lo possiamo trovare nel fatto che in Germania, al contrario degli altri paesi europei, sia stato proprio il partito cristiano-democratico a introdurre riforme quali quella delle unioni civili. L’efficacia della politica merkeliana si è quindi tradotta nella costituzione di quattro governi consecutivi e in altrettante vittorie elettorali che hanno sistematicamente impedito la formazione di una coalizione rosso-verde tra SPD e Grüne – lo spettro che agita il sonno di qualsiasi cristiano-democratico che si rispetti.

Tuttavia, come insegna la dialettica, ogni stato di cose è destinato a mutare a causa delle contraddizioni interne che esso stesso ha generato. Altrimenti detto, le condizioni di possibilità per il crepuscolo del merkelismo sono state create dal merkelismo stesso, che ha lasciato scoperta l’area conservatrice permettendo la nascita e l’affermazione di un movimento politico di massa alla propria destra. Ancor più grave è stato però il deserto ideologico che Angela Merkel ha scavato all’interno della CDU. A fronte del pragmatismo, della disponibilità al compromesso e delle aperture politiche che hanno caratterizzato lo stile della cancelliera, molti delegati ed elettori cristiano-democratici sono piombati nello smarrimento, cominciando a chiedersi per quali idee e per quali valori il loro partito stesse effettivamente lottando. Gli insuccessi nelle ultime tornate elettorali non sono infatti stata la causa del ritiro di Merkel dal vertice del partito, ma sono stati piuttosto il pretesto che ha permesso a vasti strati della base e della dirigenza cristiano-democratica di levare le proprie critiche alla cancelliera e riaprire la discussione sulla linea politica della CDU. Il congresso di Amburgo, a ben vedere, è stato il culmine di tale processo.

Kramp-Karrenbauer: una Merkel ammezzata o una fase di transizione?

La nomina di Annegret Kramp-Karrenbauer alla guida del partito cristiano-democratico rappresenta la migliore soluzione per rinnovare i contenuti politici della CDU senza disconoscere i notevoli successi degli ultimi lustri. In primo luogo, al contrario di Friedrich Merz, Kramp-Karrenbauer è in grado di assicurare l’incondizionato supporto della CDU al governo Große Koalition, scongiurando l’ipotesi di una rottura tra la direzione e la cancelleria che avrebbe potuto avere conseguenze incalcolabili. In secondo luogo, Kramp-Karrenbauer ha un profilo molto più vicino alla tradizione cristiano-democratica di quello del suo illustre predecessore, soprattutto in virtù di stretti legami con gli ambienti religiosi della Germania occidentale. Da questo punto di vista, Kramp-Karrenbauer potrebbe svolgere ottimamente il ruolo di mediatrice tra l’ala conservatrice e quella progressista in seno alla CDU, ricucendo rapidamente quella rottura manifestatasi anche nella stessa elezione che l’ha condotta alla presidenza. In questo senso Kramp-Karrenbauer si è già mossa, promuovendo la nomina di Paul Ziemiak alla segreteria del partito. Il trentaduenne Ziemiak, leader della Jungen Union (l’organizzazione giovanile della CDU), figurava infatti tra i sostenitori di Friedrich Merz e tra i più accesi fautori di un ritorno alle radici conservatrici dei cristiano-democratici. Il ruolo di Kramp-Karrenbauer pare quindi quello di dirigere un partito in una fase di ridefinizione dei propri valori politici, svolgendo la funzione di rappresentante della precedente direzione.

Nonostante Angela Merkel abbia esplicitamente scelto Kramp-Karrenbauer come proprio “delfino”, difficilmente quest’ultima sarà in grado di replicare lo stile politico della cancelliera e, con esso, la formula del suo successo negli anni passati. Al di là delle convinzioni politiche, a Kramp-Karrenbauer paiono fare difetto le abilità comunicative di Angela Merkel, la sua astuzia diplomatica e la capacità di tenere assieme forze eterogenee e interessi talvolta opposti. È noto che il cancellierato di Merkel era una delle condizioni poste dai socialdemocratici per aderire alla Große Koalition, mentre non è affatto scontato che la stessa disponibilità possa ripresentarsi con una CDU rinnovata nei vertici e nelle posizioni politiche. Inoltre, come dimostra la nomina di Ziemiak, Kramp-Karrenbauer proseguirà probabilmente lo spostamento a destra del partito – seppur in maniera meno accentuata di quanto aveva promesso di fare Merz – nel tentativo di recuperare i consensi persi in favore della AfD. In questo caso si potrebbero anche aprire significativi margini di ripresa per la socialdemocrazia tedesca, liberata finalmente dall’abbraccio mortale del merkelismo. Ciò sarebbe però possibile solamente se l’SPD, come molti altri omologhi europei, non fosse preda di una crisi di identità – prima ancora di consensi – della quale non si riesce a scorgere la fine.

Merkel oltre il merkelismo

Non sarà facile – e, in parte, neppure auspicabile – per la CDU superare definitivamente l’era merkeliana, tanto più che il destino politico della cancelliera non sembra ancora segnato. Più di ogni altro leader europeo del XXI secolo, Angela Merkel è diventata una figura politica di eco internazionale, che ha attirato su di sé le speranze, le paure, l’ammirazione e l’odio dalle parti più disparate del globo. La sua fotografia è stata portata, come fosse un’icona sacra, per le strade di Baghdad e da masse di profughi siriani. Quella stessa foto è stata modificata dai suoi oppositori per farle vestire divisa e baffetti da dittatore nazista, e agitata in ogni angolo d’Europa, spesso da esponenti di quegli stessi movimenti di estrema destra che si inalberano come furie se vengono tacciati di “fascismo”. Piaccia o meno, Angela Merkel è diventata un simbolo della Germania moderna, che continuerà a essere presente nell’immaginario politico anche all’indomani del suo ultimo cancellierato e che, con ogni probabilità, sopravviverà anche alla fine del merkelismo nei ranghi del suo stesso partito.

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