Brexit. La premier May accusata di oltraggio al Parlamento per aver secretato parte del parere legale sull’accordo con la Ue. I laburisti vincono la prima battaglia in attesa del voto dell’11 dicembre

Brexit. La premier May accusata di oltraggio al Parlamento per aver secretato parte del parere legale sull’accordo con la Ue. I laburisti vincono la prima battaglia in attesa del voto dell’11 dicembre

Scintille al Parlamento di Londra in vista del voto sulla Brexit. Oggi il governo di Theresa May è stato battuto in una votazione preliminare, con i parlamentari che hanno così imposto all’esecutivo di pubblicare un parere legale sull’accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, che il governo aveva in parte secretato. I deputati hanno ritenuto che fosse stato commesso un oltraggio al Parlamento con il rifiuto della pubblicazione integrale della consulenza legale. La richiesta di pubblicazione è stata messa al voto e hanno vinto coloro che la richiedevano con 311 voti contro 293, dando un colpo alla maggioranza di Theresa May. Domani il parere legale sull’accordo con la Ue sarà pubblicato integralmente e messo a disposizione dei parlamentari che, l’11 dicembre prossimo, sono chiamati a esprimersi a favore o contro l’accordo siglato con Bruxelles.

In realtà, l’approvazione ora impone la pubblicazione integrale, ma il governo si è riservato di farlo dopo un passaggio entro domani di fronte allo Standards and Privileges Committee sugli aspetti confidenziali e di potenziale impatto sulla sicurezza nazionali contenuti nella documentazione richiesta. Comporta inoltre, in caso di ulteriore resistenza, possibili sanzioni dei ministri responsabili – da identificare fra l’attorney general Geoffrey Cox (figura equiparabile nel Regno Unito a quella dell’avvocato dello Stato italiano, ma con rango ministeriale), il numero due dell’esecutivo David Lidington o la stessa May – passibili di eventuali sanzioni fino alla sospensione dai lavori d’aula. Cox ha negato ieri la pubblicazione integrale invocando ragioni di confidenzialità. Ma i partiti d’opposizione guidati dal Labour – e spalleggiati dagli unionisti nordirlandesi del Dup, junior partner di maggioranza – hanno presentato la mozione di censura accusando il gabinetto d’aver qualcosa “da nascondere”. Il parere legale, secondo quanto ammesso pure da Cox, crea in effetti imbarazzi alla May certificando che il meccanismo del backstop imposto da Bruxelles a garanzia della frontiera aperta fra Irlanda e Irlanda del Nord, per quanto transitorio, potrebbe lasciare il Regno “intrappolato” a tempo indeterminato nell’unione doganale se non si arrivasse poi a un accordo definitivo con l’Ue sulle relazioni future post Brexit.

Il tentativo, in queste ore, è quello di scrutare le carte in mano ai fronti contrapposti, e le loro possibili mosse, laddove la conta finisse davvero per punire la May alla cui risicata maggioranza rischiano di mancare, stando ai pronostici, fino a un centinaio di voti (di Tory ribelli di diversa tendenza e alleati unionisti nordirlandesi del Dup), non compensati dall’ipotetica stampella d’una quindicina di ‘peones’ laburisti pro Breit. In caso di esito sfavorevole della votazione, la premier non sarebbe in effetti automaticamente spacciata (per quanto non vadano escluse dimissioni immediate nello scenario d’una disfatta numerica umiliante). Secondo l’iter indicato a suo tempo dallo stesso esecutivo, e approvato dalla Camera dei Comuni, May avrebbe infatti 21 giorni di tempo per valutare il da farsi. Con la possibilità entro tale scadenza di tornare in aula con un accordo diverso (ammesso lo si possa rinegoziare, cosa al momento negata sia da Downing Street sia dall’Ue) o magari con un testo più o meno identico. Ma potrebbe pure far scattare (da subito o dopo i 21 giorni) il cosiddetto ‘no deal’, annunciando una traumatica Brexit senz’accordo: sbocco di cui – stando alle procedure previste al momento – il Parlamento potrebbe soltanto prendere atto, senza avere armi per opporsi.

L’opposizione laburista, proprio per sgomberare il campo da questo spettro, punta tuttavia a far approvare prima del voto dell’11 un emendamento ‘anti no deal’ promosso dal presidente della commissione parlamentare sulla Brexit, Hilary Benn: documento politicamente, se non legalmente vincolante che ha già l’appoggio degli altri partiti di opposizione (dai LibDem agli indipendentisti scozzesi dell’Snp) e che sembra poter essere approvato con il sostegno di qualche decina di deputati conservatori. In ogni modo la vera mossa del Labour, dinanzi a una bocciatura dell’accordo May, arriverebbe all’indomani dell’11 con la già preannunciata mozione formale di sfiducia al governo che, se passasse, aprirebbe le porte ad elezioni politiche anticipate: vero obiettivo del leader laburista Jeremy Corbyn, convinto di poter cogliere la palla al balzo per sbarcare a Downing Street. Un orizzonte di fronte al quale non è d’altronde da escludere che la dilaniata maggioranza Tory provi a ricompattarsi: salvando la stessa May, subito dopo averne affondato l’intesa, o magari tentando di darsi un nuovo leader. Non senza innescare uno stallo di cui spera di approfittare lo schieramento parlamentare trasversale pro Ue favorevole a un secondo referendum. Uno schieramento che non ha a sua volta numeri certi ai Comuni (dove per ora può contare su buona parte, ma non tutto il gruppo laburista, sui partiti minori d’opposizione e su un totale da definire di dissidenti Tory), ma che intende provarci fino in fondo. Tanto più dopo essere stato incoraggiato dal parere dell’avvocato della Corte di Giustizia Ue che proprio oggi ha riconosciuto il diritto di Londra di revocare “unilateralmente” la Brexit, purché prima del 29 marzo 2019, scadenza formale concordata per l’uscita.

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