Reggio Emilia. Francesco Amato, condannato per ‘ndrangheta, prende in ostaggio i dipendenti di un ufficio postale e chiede di parlare con Salvini. Dopo 9 ore si consegna. Ostaggi sani e salvi

Reggio Emilia. Francesco Amato, condannato per ‘ndrangheta, prende in ostaggio i dipendenti di un ufficio postale e chiede di parlare con Salvini. Dopo 9 ore si consegna. Ostaggi sani e salvi

“Vi ammazzo tutti”: così ha urlato Francesco Amato, 55 anni, condannato a 19 anni nel processo Aemilia contro la ‘ndrangheta in Emilia Romagna e latitante dopo la sentenza, facendo irruzione, armato di un coltello da cucina di almeno 25 centimetri, la mattina del 5 novembre alle 9.30, nell’ufficio postale di Pieve Modolena, alle porte di ReggioEmilia. I clienti sono stati fatti uscire mentre cinque dipendenti della filiale sono stati presi in ostaggio. E’ cominciata così una giornata ad alta tensione, finita alle 17 quando Amato si è arreso dopo una lunga trattativa con i carabinieri. Durante il negoziato, Amato aveva chiesto, invano, di parlare con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Nelle prime ore di trattativa, il sequestratore aveva liberato una donna. L’uomo ha agito perché convinto di essere vittima di una condanna ingiusta: “Io non appartengo alla ‘ndrangheta”, avrebbe detto ai carabinieri durante il lungo assedio che ha tenuto in apprensione non solo la città reggiana ma tutto il Paese. Sul posto, pronti ad intervenire, anche i carabinieri del Gruppo di intervento speciale (le cosiddette teste di cuoio) arrivati da Livorno.

Dopo oltre sette ore di trattative, attraverso il telefono fisso dell’ufficio postale, i quattro ostaggi rimasti – 3 donne, tra cui la direttrice delle Poste, e un uomo – sono usciti uno a uno. Poi Francesco Amato si è consegnato ai carabinieri dopo aver gettato a terra il coltello. Gli ostaggi sono stati portati per alcuni minuti in un vicino negozio di materassi e, protetti dalle forze dell’ordine, hanno lasciato il posto senza fare dichiarazioni. Amato è stato arrestato per sequestro di persona e contestualmente gli è stato notificato anche l’ordine di carcerazione per la condanna di primo grado del processo Aemilia. “Abbiamo agito anche sui suoi asseriti sentimenti religiosi – ha detto il generale Claudio Domizi, comandante legione carabinieri della Regione Emilia Romagna – e quindi su questo abbiamo fatto leva per convincerlo. Lo abbiamo indotto a pensare anche alle famiglie degli ostaggi facendogli presente che con questa iniziativa non avrebbe risolto i suoi problemi”. “Ci hanno premiato la pazienza e il dialogo. Non ha mai minacciato gli ostaggi concretamente”, ha spiegato il comandante provinciale di Reggio Emilia, Cristiano Desideri. Sul posto sono accorsi anche alcuni parenti di Amato. “Mio zio non è una persona cattiva. Mi dispiace per le povere persone lì dentro. Lo sta facendo perché pensa di aver avuto una condanna ingiusta. Non è colpevole”, questa la ‘difesa’ della nipote. E il cognato: “Non fa male a nessuno, vuole solo giustizia”. Nato a Rosarno il 27 febbraio del 1963 Francesco Amato da molti anni risiede a Reggio Emilia. E’ stato condannato a 19 anni e un mese di reclusione nel processo Aemilia come organizzatore dell’associazione ‘ndranghetistica. Per la Dda, e per i giudici che hanno emesso la sentenza, è un esponente di spicco dell’associazione ‘ndranghetistica emiliana, gruppo legato alla Cosca Grande Aracri di Cutro, ma autonoma e organizzata. Assieme al fratello Alfredo, Francesco, sarebbe un ‘braccio operativo’ dell’organizzazione. Volto conosciuto alle forze dell’ordine reggiane, essendo già stato arrestato nel 2003 all’interno dell’operazione Edipiovra, in cui era stata smantellata un’organizzazione dedita alle estorsioni nei confronti di imprese edili gestite da calabresi in Emilia. Tra le sue ossessioni, da anni, c’era poi il radicamento islamico all’interno delle carceri italiane. E anche durante il sequestro ha chiesto ai carabinieri che trattavano con lui di poter parlare con il ministro dell’Interno per denunciare anche questa situazione.

Sull’epilogo dell’operazione che non ha richiesto azioni di forza, torna anche il comandante della legione dei Carabinieri dell’Emilia-Romagna, il generale Claudio Domizi. “Abbiamo agito con tutta la calma, la serenità, l’attenzione e la concentrazione professionale possibile. Abbiamo pensato a tutte le alternative possibili cercando di rinviare ad ogni momento un intervento che può presentare dei momenti di criticità e diventare rischioso soprattutto per gli ostaggi”. La “pazienza – aggiunge il generale – ci ha premiato: abbiamo intavolato questa conversazione attraverso i negoziatori e la pazienza ha fatto cedere Amato. “L’arma che vedevamo – ha detto il generale Domizi – era un coltello” di 25 centimetri di lama “ma non potevamo escludere che ci fossero altre armi occultate nell’ufficio postale e che potesse crescere il livello del rischio”.

Attori non protagonisti della vicenda, ma presenti ben oltre il dovuto, sono stati poi i parenti di Amato (che ne hanno difeso l’iniziativa di protesta contro una sentenza ritenuta iniqua) e altre persone, sue amiche o conoscenti. Una trentina in tutto, con spiccato accento calabrese, alcune delle quali si sono offerte due volte con i Carabinieri (senza successo) di entrare nell’ufficio postale per fare da mediatori diretti. Una piccola folla di curiosi – che si ha l’impressione non fosse del tutto casuale – che nel momento in cui Amato è salito sull’auto ha gridato per lui frasi di incoraggiamento e altre contro i militari, come “Così pensate di aver sconfitto la ‘ndrangheta”. Affermazioni su cui il colonnello Desideri al momento non si sbilancia. “Sono abituali e legate alle operazioni in essere. In questo frangente non vedo nessun significato particolare”, afferma.

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