“Italia, Europa: verso un nuovo riformismo”, il convegno nazionale promosso da un “cartello” di fondazioni, circoli, e associazioni. L’urgenza di un nuovo protagonismo europeista

“Italia, Europa: verso un nuovo riformismo”, il convegno nazionale promosso da un “cartello” di fondazioni, circoli, e associazioni. L’urgenza di un nuovo protagonismo europeista

Il nuovo riformismo europeista si confronta in un dibattito serrato a Roma, nell’aula magna dell’Università la Sapienza, con un convegno organizzato da un interessante cartello formato da Fondazione Grandi, Fratelli Rosselli, Koiné, L’Italia che verrà, Mondoperaio e Riformismo e Solidarietà. Al convegno hanno partecipato sedici relatori, tra sindacalisti, politici, esponenti della società civile, del volontariato e del mondo accademico, per discutere di “come il riformismo debba innovarsi per rispondere alle sfide poste dalle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo”. L’obiettivo è “avanzare proposte che, creando discontinuità con la stagione dell’austerità, siano capaci di assicurare coesione sociale, lavoro e integrazione europea. Tutto ciò nella convinzione che, da un lato, il perimetro del futuro degli italiani è l’Europa e le sue radici democratiche e solidali e, dell’altro, occorre il contributo determinante della società civile”. E proprio i corpi intermedi, e in particolare il sindacato confederale, insieme alla società civile, sono stati i protagonisti delle tavole rotonde dedicate a: coesione sociale e uguaglianza, coordinata da Vittorio Martone (Università di Torino); lavoro e sviluppo, coordinata da Pier Paolo Baretta (Riformismo e Solidarietà); Europa e democrazia, coordinata da Giuseppe Vacca (L’Italia Che Verrà). Ad aprire i lavori, Luigi Covatta (Mondo Operaio) e Raffaele Morese (Koinè). Tra i relatori: Carmelo Barbagallo, Nino Baseotto, Marco Gay, Enrico Giovannini, Roberto Gualtieri, Anna Maria Furlan, Roberto Rossini, Luca Visentini, Romano Prodi .

La prima sessione: interventi, tra gli altri, di Morese, Baseotto e Barbagallo

La prima sessione mattutina, dedicata alla coesione sociale, alla uguaglianza e al lavoro e allo sviluppo, è stata aperta dalla relazione di Raffaele Morese, il quale ha sostenuto che “molto del futuro dell’euro dipenderà dal successo degli europeisti convinti. Una riduzione dell’Europa ad una sorta di mercato comune, di buona ma datata memoria, non fornisce nessuna certezza sulla tenuta nel tempo della moneta unica”. Inoltre, ha aggiunto Morese, “il giochino dei sovranisti che ora dicono sì all’euro ma no ad un’Europa più forte, è troppo scoperto. Svuotare la democrazia europea e avere un euro stabile è un’equazione che non porta risultato. Fa semplicemente saltare il banco e fare molti passi indietro”. Per questa ragione, prosegue Morese, alle forze riformiste e progressiste è affidato un enorme compito persuasivo verso l’opinione pubblica, e tra queste centrale è diventato il sindacato, nonostante l’ondata, o forse anche per questa, di propaganda e di pratiche fondate sulla disintermediazione. Sia Morese che Baseotto, segretario confederale della Cgil, dopo di lui, hanno confermato che la “prova della resistenza ai tentativi di marginalizzare il lavoro e la sua rappresentanza è stata superata. Ha avuto i suoi morti e i suoi feriti, ma il sindacato non è stato devastato né dalla crisi economica, né dalle dinamiche della politica, come invece è avvenuto in altre parti d’Europa”. Anzi, ha poi aggiunto Baseotto, le organizzazioni sindacali confederali restano i caposaldi della democrazia e dei valori costituzionali di diritti, doveri e tutele da salvare e rilanciare. La prima parte della giornata è stata chiusa dal segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, che tra un’ironia, un racconto personale (aveva 13 anni quando fece la sua prima rivendicazione sindacale, fuggendo via in agosto dal luogo dove lavorava per prendersi la settimana di vacanze al mare negata dal datore di lavoro) e un’analisi serrata della globalizzazione, ha cercato di convincere la platea, piena di centinaia di giovani, che in fondo “battersi per i diritti, individuali e collettivi” è molto più che un esercizio delegato ai sindacalisti di professione, ma un “impegno forte per migliorare le condizioni generali di vita”. E Barbagallo ha esortato i giovani a battersi contro un destino di precarietà ricostruendo le ragioni stesse della militanza politica e sindacale. Infine, il segretario generale della Uil ha premuto l’acceleratore sulla necessità degli investimenti per creare lavoro vero e uscire dalla precarizzazione: “bisogna fare le grandi opere. A forza di dire no bloccheremo la crescita del Paese, i soldi ci sono e vanno spesi”. Ecco perché “bisogna iniziare a fare le infrastrutture – ha detto – bisogna delegiferare e bisogna fare le grandi opere a partire dalla Tav e alla Tap. Si facciano, sennò resteremo fuori dall’Europa. Il ponte Morandi ha dimostrato che le grandi opere sono scadute e vanno rifatte”. Infine Barbagallo ha commentato con preoccupazione il calo della produzione industriale e ha chiesto al Governo di convocare il sindacato.

La seconda sessione pomeridiana aperta da Beppe Vacca e conclusa da Romano Prodi

Nel pomeriggio si è svolta la tavola rotonda, organizzata dall’associazione politica culturale L’Italia che verrà, “Europa, democrazia sovranazionale e i valori della persona”, coordinata da Giuseppe Vacca, per parlare del progetto europeo, in un’ottica di sviluppo integrale della persona e di cooperazione in vista della pace mondiale. Hanno partecipato al dibattito Romano Prodi (ex Presidente della Commissione europea), Roberto Gualtieri (eurodeputato PD), Anna Maria Furlan (segretario generale Cisl) e Mauro Magatti (docente Università Cattolica). “Le fondazioni e le associazioni civiche che hanno promosso il convegno vogliono contribuire all’agenda della prossima legislatura europea raccogliendo le proposte dai cittadini sollecitandone la mobilitazione anche in vista delle prossime elezioni. Cerchiamo di contrastare la narrazione che si è andata imponendo in Italia intensificando un modo di vedere l’Europa come qualcosa di negativo, come un vincolo o peggio un avversario; una visione che si riassume nella formula del sovranismo e del nazional-populismo”, ha spiegato in apertura Giuseppe Vacca, che ha anche vouto ricordare le fasi storiche del riformismo italiano. A Roberto Gualtieri il compito di illustrare i risultati ottenuti in campo economico dall’UE a partire dalla “colossale opera di regolamentazione dei mercati finanziari in ottica globale e incisiva che ha portato all’integrazione di vigilanza comune europea”. “C’è una richiesta di politica da parte della gente: che qualcuno si metta in mezzo tra la propria vita personale e gli eventi globali: la domanda è una domanda di legame sociale e non è una domanda regressiva”, ha sottolineato Mauro Magatti. Sindacati e partiti progressisti, per il segretario generale della Ces Luca Visentini, devono però dimostrare di non assecondare il modello liberista che scarica sui lavoratori le diseconomie del sistema attraverso il taglio dell’occupazione e delle retribuzioni. Il lavoro dignitoso, insomma, per dirla con parole del presidente di Res Pierpaolo Baretta, resta centrale nella società contemporanea e soprattutto in un Paese come l’Italia che rappresenta il secondo polo manifatturiero in Europa dopo la Germania. Comunque, il primo punto di un fronte riformista, secondo il sociologo Mauro Magatti, è ”prendere sul serio il disagio sociale” di una larga fascia della popolazione europea e in particolare di quella italiana. Per la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, servono soprattutto proposte concrete di cambiamento. E il salto di qualità – dice – è un patto federativo per costruire gli Stati uniti d’Europa, con una propria capacità impositiva, con un progetto comune da mettere in campo sul modello di sviluppo e sul modello sociale, a cui devono contribuire anche le forze sociali, comprese quelle sindacali. Tenendo il tema del lavoro come cardine di un nuovo modello europeo e questione prioritaria da affrontare.

Anna Maria Furlan ha evidenziato come “il prossimo rinnovo delle cariche europee significherà decidere se l’esperienza comunitaria è conclusa oppure no”. “Per secoli abbiamo interpretato un ruolo importantissimo sia in termini economici e politici e sociali – ha aggiunto il segretario della Cisl – Andiamo incontro a un’Europa sempre più vecchia che tra 30 anni sarà un ventesimo della popolazione africana; un’Europa che chiudendosi sempre di più, piena di rancori e di timori, rischia di non cogliere il bisogno primario di accoglienza e di integrazione, che rappresentano l’unico modo di affrontare il futuro. La posta in gioco nelle prossime elezioni europee è di questa natura, ma abbiamo bisogno non solo di narrazioni diverse ma anche di narratori diversi”. L’ex presidente della Commissione europea ed ex premier, Romano Prodi, è intervenuto parlando della necessità di un disegno politico “che contrasti quella protesta che sta distruggendo la democrazia liberale”. Sulle prossime elezioni europee di maggio 2019, Prodi ha detto: “Saranno le prime vere consultazioni europee perché tutte le precedenti sono sempre state di carattere nazionale e poi trasformate in votazioni Ue. L’onda sovranista non prevarrà nel Vecchio Continente. Ci sarà quindi spazio per una gara politica fra i popolari, i liberali, i socialisti, e altri. C’è la possibilità di cominciare una fase post-Maastricht reale, più forte per i popoli, mettendo fine così all’anti-europeismo: il mondo ha bisogno dell’Unione europea”. L’ex premier ha, inoltre, voluto ricordare come per i sovranisti e i populisti sia l’euro la fonte di tutti i problemi: “Eppure – ha raccontato – quando anni fa chiesi a Helmut Kohl perché spingesse tanto sulla moneta unica, il cancelliere tedesco mi rispose: ‘Voglio l’euro perché mio fratello è morto in guerra’. È fondamentale capire che i padri fondatori d’Europa si sono battuti per portarci in una società salva da fascismi e derive dittatoriali”.

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