Giulia Rodano. La Casa internazionale delle donne a Roma è un luogo di incontro, di costruzione della libertà e della autonomia, di erogazione di servizi, accoglienza, ascolto. Contro chi vuole “la casa chiusa”

Giulia Rodano. La Casa internazionale delle donne a Roma è un luogo di incontro, di costruzione della libertà e della autonomia, di erogazione di servizi, accoglienza, ascolto. Contro chi vuole “la casa chiusa”

“Vogliono la casa chiusa”. Questa una delle frasi che le donne della Casa Internazionale delle donne hanno lanciato per sostenere la loro battaglia per salvare la storica sede di via della Lungara, chiedendo a tutte e a tutti di aiutare la Casa, di sottoscrivere per consentirle di raccogliere le risorse per chiudere il contenzioso con il Comune di Roma. Rispondendo alla sindaca Raggi, che, dopo aver tolto alle donne la convenzione per la gestione del Buon Pastore, le ha accusate ancora di recente di volersi tenere il privilegio di utilizzare un luogo pubblico senza pagare, oggi le donne della casa hanno detto la loro. Hanno ricordato di aver sempre pagato quanto hanno potuto, di aver dovuto caricarsi tutta la manutenzione necessaria per conservare aperto e fruibile per tutte e tutti, uno stabile del ‘600 e di essersi anche viste imporre un canone di 90.000 euro l’anno.

Hanno ricordato che la Casa è un luogo di incontro, di costruzione della libertà e della autonomia delle donne, di erogazione di servizi, accoglienza, ascolto per tutte le donne e in particolare di quelle in difficoltà e vittime di discriminazione, quando non di vera e propria violenza. Hanno orgogliosamente affermato di non aver mai chiesto e di non costare, per tutto questo, un solo euro al Comune e alla collettività. Quindi la Casa ricorre ai tribunali per far riconoscere il proprio valore, ma non vuole solo difendersi e meno che mai perdere o prendere tempo. Continua a chiedere alla prima sindaca donna della città di comprendere che sfrattare la Casa delle donne, non valorizzare la loro azione, significa non solo chiudere un simbolo delle lotte delle donne e un luogo di partecipazione, ma far morire un bene comune, un’esperienza unica di gestione di un bene pubblico affidato, come dice la Costituzione, a una comunità di utenti che se ne prendono cura.

Nella migliore continuità con chi l’ha preceduta, dal governo Monti, al commissario prefettizio di Roma, fino ad ora, la Raggi sembra invece volersi affidare solo al mercato. Le donne della Casa stanno provando a richiamarla alla sua promessa di cambiamento. Si può fare. Questo hanno provato a ricordare ieri le donne del Consorzio che gestisce il Buon Pastore. Basterebbe riconoscere il valore della autorganizzazione e della partecipazione, e basterebbe chiedere di pagare il giusto, restituendo alla Casa la possibilità di continuare, come ha fatto nei decenni scorsi, a disegnare il futuro.

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