Brexit. The Sun: “trattative tra Tories e Laburisti per un governo di unità nazionale”. Ma prima occorre sfiduciare la premier May. E l’Onu denuncia: “14 milioni di poveri”

Brexit. The Sun: “trattative tra Tories e Laburisti per un governo di unità nazionale”. Ma prima occorre sfiduciare la premier May. E l’Onu denuncia: “14 milioni di poveri”

Trovato l’accordo con l’Ue, rischia di saltare lei e il suo governo: sono giorni di passione per Theresa May, alle prese con una vera e propria rivolta nel gabinetto e tra i Tories. Dopo l’annuncio di un’intesa con l’Unione europea su una bozza di accordo di recesso, si sono dimessi quattro esponenti dell’Esecutivo britannico, tra cui proprio il ministro per la Brexit, Dominic Raab. L’accordo prevede un’uscita “soft” della Gran Bretagna, e contiene un periodo di transizione di due anni (prorogabili) durante i quali le regole europee rimarranno in vigore e proseguiranno i negoziati. Londra continuerà sostanzialmente a far parte di una specie di Unione doganale, e anche di una parte del mercato unico, almeno fino a quando non saranno definiti nuovi e specifici Trattati. La soluzione individuata permette alla Gran Bretagna di evitare un confine fisico tra Irlanda del Nord ed Eire, uno dei nodi principali di tutta la questione: dopo gli accordi di pace che hanno messo fine ad una sanguinosa guerra civile, tra Belfast e Dublino non c’è nessuna barriera; una situazione che va preservata per evitare che si rompano equilibri delicati. La Brexit ha cambiato tutto, e il mantenimento dell’Unione doganale evita un “hard border”. Ma è un compromesso che non va proprio giù all’ala più euroscettica dei tories. Theresa May ha sottolineato quelli che per lei sono i risultati principali dell’intesa: fine della Pac, della giurisdizione della Corte di giustizia Ue, dei versamenti all’Unione e della libera circolazione delle persone. Su quest’ultimo punto l’intesa si era già trovata da tempo: gli europei che arriveranno nel Regno entro la fine del periodo di transizione, che si concluderà al termine del 2020, godranno di tutti i diritti attualmente previsti; dal 2021 le cose invece cambieranno, e non si potrà più andare a lavorare, a studiare o a vivere in Gran Bretagna senza un permesso di soggiorno. Porte aperte per i turisti, a cui però potrebbe essere chiesto il passaporto invece della sola carta d’identità. Infine, il conto: Londra pagherà all’Unione quasi 50 miliardi di euro per il “divorzio”, una cifra che tiene conto di obblighi già presi.

Martedì 20 il giorno decisivo per Theresa May, primo ministro in bilico

In questo contesto complesso, potrebbe essere martedì 20 il giorno decisivo per l’avvio delle procedure di voto in casa Tory sulla mozione di sfiducia contro la leadership di Theresa May che i brexiteers del partito stanno promuovendo in polemica con l’intesa sul divorzio dall’Ue raggiunta dalla premier con Bruxelles. Nelle ultime ore si è aggiunta la firma di John Whittingdale, ex ministro della Cultura nel governo Cameron, il quale ha confermato d’aver inviato una lettera a sostegno della mozione al comitato 1922, l’organismo interno che sovrintende alle procedure per l’elezione del leader del Partito Conservatore. Il presidente del comitato, Graham Brady, ha tuttavia affermato di non essere ancora al corrente del raggiungimento del quorum necessario, a dispetto di indicazioni che lo danno già per superato. L’avvio dell’iter richiede la firma di almeno 48 deputati, numero che i ribelli sembrano comunque in grado di raggiungere entro martedì. Tuttavia, poi, in caso di voto, occorrerebbe un minino di 158 per scalzare May dalla guida del partito, soglia considerata fuori portata salvo sorprese.

Dopo l’uscita di otto membri dal governo, quattro confermano la fedeltà alla May

E per Theresa May un sospiro di sollievo dopo che è emerso che quattro membri euroscettici del suo governo non si dimetteranno, dopo la raffica di colleghi che hanno deciso di lasciare l’esecutivo, ieri, dopo l’annuncio dell’accordo con l’Ue, minando l’autorità del capo di governo. Si tratta del ministro dell’Ambiente, Michael Gove e dei sottosegretari Penny Mordaunt, Chris Grayling e Andrea Leadsom. Figura di punta della campagna pro-Brexit, Gove ha detto di avere “assoluta” fiducia in Theresa May. “Spero di continuare a lavorare con tutti i miei colleghi di governo e tutti i miei colleghi in Parlamento per fare in modo di ottenere il meglio per il Regno Unito”, ha aggiunto il ministro, interpellato dai giornalisti. La leadership di Theresa May ieri era apparsa appesa ad un filo dopo le dimissioni del segretrario per la Brexit Dominic Raab e del sottosegretario alle Pensioni Esther McVey. In una telefonata a LBC Radio, May ha detto di essere pronta a combattere i più euroscettici che potrebbero costringerla ad affrontare un voto di sfiducia nel giro di qualche giorno.

Il popolare quotidiano The Sun: “in corso trattative per formare un governo di unità nazionale”

Nel frattempo il popolare quotidiano The Sun rivela che sarebbero in corso colloqui molto riservati tra esponenti del Labour e dei Tories per una eventuale formazione di un “Governo di unità nazionale”, che prevederebbe comunque le dimissioni di Theresa May. Il Sun sostiene che alcuni ministri avrebbero dato inizio a dialoghi la parte più moderata dei parlamentari laburisti, per raggiungere una coalizione stile Seconda guerra mondiale. Secondo alcuni parlamentari, si tratterebbe della migliore soluzione per uscire nel migliore dei modi dalle impasse sulla Brexit. Si cita il governo di coalizione presieduto da Winston Churchill dal 1940 al 1945, quello in cui laburisti e conservatori lavorarono assieme. Il laburista John McDonnell ha sostenuto l’idea di lavorare in coalizione coi Tories, affermando a Radio4: “credo che possiamo assicurare la formazione di una maggioranza. Credo che stia emergendo nella Camera dei Comuni una sorta di piattaforma per evitare un secondo no-deal”. E ieri sera anche il parlamentare conservatore Ken Clarke ha insinuato che avrebbe sostenuto un governo di unità nazionale, e ha fatto appello ale persone di buona volontà, compreso Corbyn, a “fare insieme gli interessi del Paese”.

Il governo britannico ha “rimosso” il problema della povertà e non ha pensato a valutare il potenziale impatto della Brexit sui redditi più bassi. A denunciarlo, mentre l’esecutivo di Theresa May è nella bufera per le proteste sulla bozza di accordo per l’uscita dall’Ue, è Philip Altson, inviato speciale dell’Onu per la povertà estrema e i diritti umani. Circa 14 milioni di persone, pari al 21% dei 66 milioni di abitanti del Regno Unito vivono in relativa povertà, mentre un milione e mezzo di persone sono indigenti, ha detto Altson presentando ai giornalisti i risultati un rapporto preliminare. Il tasso di povertà dei minori è “sconcertante” e destinato ad aumentare, ha proseguito, accusando il governo di aver operato una sorta di “rimozione” del problema. L’assistenza sociale è stata resa “il meno accogliente possibile” per spingere le persone ad una maggiore autosufficienza, sostiene l’inviato Onu, secondo il quale “la compassione per chi soffre è stata sostituita da un approccio punitivo, meschino e spesso cinico”. “LaBrexit peggiorerà la situazione, perché chi ha bassi livelli di reddito ne soffrirà”, ha rimarcato Alston, lamentando che l’impatto dell’uscita dall’Ue sulla vita delle persone “non è stato esaminato come si doveva”. “Siamo completamente in disaccordo con questa analisi”, ha risposto un portavoce del governo, rivendicando di aver sottratto un milione di persone dalla povertà assoluta rispetto al 2010. Secondo Alston, che presenterà il rapporto finale in giugno, le differenze socioeconomiche hanno diviso la Gran Bretagna “in due società drammaticamente differenti”.

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