Salvini e Di Maio, disastrosi. Il primo, alleato con Orban, vuol consegnare la Ue all’estrema destra. Il secondo, in Egitto, inciucia col dittatore Al Sisi. Offesa alla memoria di Regeni. E l’Ilva? Può attendere. La protesta del Pd

Salvini e Di Maio, disastrosi. Il primo, alleato con Orban, vuol consegnare la Ue all’estrema destra. Il secondo, in Egitto, inciucia col dittatore Al Sisi. Offesa alla memoria di Regeni. E l’Ilva? Può attendere. La protesta del Pd

Ormai corrono a ruota libera. Fanno a gara a che le spara più grosse. Parliamo, ovviamente, dei due personaggi che tengono banco. Si chiamano Luigi Di Maio, Giggetto per gli amici, Matteo Salvini e basta, sono due vicepremier, ministro due volte il primo,  Sviluppo economico e Lavoro, Interni il secondo ma si occupa anche delle infrastrutture, dei porti in particolare, dell’Economia. Non ne sa molto, ma non vuol dire. I due  svolgono anche il ruolo di ministri degli Esteri, tengono i rapporti, si fa per dire, con la Commissione Europea, riuscendo nel nobile tentativo di isolare il nostro Paese. Il Salvini, in particolare, è ormai schierato con  le forze di estrema destra europea, il suo grande ammiratore Orban, chiamarlo razzista è come rendergli onore, conta su di lui per spostare l’Europa verso il populismo e il sovranismo, parole difficili che riassunte in una sola significano una forma, diciamo moderna, di fascismo. Il Salvini incontra Orban, fanno le fusa. Il capo dell’Ungheria guida il quartetto di Visegrad, con Polonia, Slovacchia, Repubblica ceca, che gli ha affidato il compito di sfasciacarrozze, di mandare all’aria l’Unione europea. Per inciso ricordiamo che il presidente del Consiglio, nelle stesse ora incontrava il presidente ceco, tanto per fare sapere che esiste anche lui. Il Conte ogni tanto parla, dice qualcosa. Non può rimanere indietro al Di Maio, che va in Egitto per incontrare il presidente Al Sisi, affari commerciali, tutela delle imprese italiane che operano in Egitto, il “caso Regeni”. Non una parola sulla repressione, sulle pesanti condanne inflitte agli oppositori dell’ex generale, alla libertà di informazione che non esiste più. E sulla morte di Regeni? Al SiSi  ne ha perfino offeso la memoria quando ha detto che “Giulio Regeni è uno di noi”. E Di Maio non ha neppure il pudore di affermare che “i membri del governo egiziano presenti sono stati più che disponibili e convengono che la verità vada accertata il prima possibile”.

Il vicepremier n. 2 ce l’ha con la Ue. Ignora i Trattati. L’economia non è il suo forte

Non una parola sull’Ilva, sui sindacati che hanno chiesto un incontro “urgentissimo”, che annunciano la mobilitazione. Invece ha trovato il modo di accentuare la polemica con la Commissione europea, in particolare con il Commissario al Bilancio, Oettinger il quale ha ribadito che se l’Italia “non verserà i contributi, scatteranno le sanzioni”. Dal Cairo parte la raffica di Di Maio. Proprio dal tono e dai contenuti della risposta al Commissario si avverte che il vicepremier non  conosce i contenuti dei trattati di  Maastricht e del trattato di Lisbona. Non ha una idea di cosa significhino le parole, deficit, debito pubblico,  debito eccessivo prodotto interno lordo. Fa finta, oppure ignora proprio gli impegni che ogni Paese sottoscrive aderendo alla Ue. Risponde con arroganza al Commissario: “Le considerazioni di Oettinger sono ancora più ipocrite perché non li avevamo sentiti su tutta la questione della Diciotti e adesso si fanno sentire solo perché hanno capito che non gli diamo più un euro”. Un rapporto difficilissimo quello tra Di Maio e Oettinger. Già nei giorni scorsi il commissario aveva parlato di “farsa” a proposito delle parole di Di Maio sui “20 miliardi di contributi” italiani all’Unione europea. Farsa e insieme un falso clamoroso. “La nostra posizione sul veto al bilancio resta – insiste – se poi nei prossimi giorni vorranno cominciare a riscoprire lo spirito di solidarietà con cui è stata fondata l’Ue allora ne parliamo”.

Vicepremier stellato:  da settembre libro dei sogni. Riforme a tutto spiano

E già che c’è, il vicepremier Cinquestelle per non rimanere indietro rispetto al Salvini  che le spara grosse lo supera. Per quanto riguarda la possibilità di un attacco speculativo rassicura: “Se dovesse esserci, sarà per ragioni politiche perché sulle ragioni economiche del nostro Paese non solo siamo molto tranquilli ma da settembre presenteremo un piano delle riforme, che va dalla sburocratizzazione agli investimenti alla riforma fiscale, al reddito di cittadinanza, che è la nostra road map per far crescere l’economia. Saranno le riforme con cui accompagneremo la legge di bilancio”.  Le spara grosse appunto, dopo aver ribadito che si può andare oltre il 3% nel rapporto debito-Pil, cosa che lo stesso ministro dell’Economia, Tria, respinge.  Così il Di Maio diventa anche ministro dell’Economia. Di tutto si occupa, anche delle pensioni d’oro. Un avvertimento a Salvini il quale mostra molte perplessità sul taglio: “Non voglio entrare in conflitto con nessuno, ma nel contratto di governo abbiamo detto che avremmo tagliato le pensioni d’oro”. E ancora: “La proposta è stata formulata dai capogruppo M5S e Lega e si va avanti se qualcuno dice che non si può attuare il contratto di governo lo dica subito, non ci rimangeremo questa promessa”.

Silenzio sull’Ilva. Il ministro non ha alcuna cognizione di politiche industriali

Insomma un Di Maio tuttofare. Ma per quanto riguarda il problema più importante che dovrebbe affrontare, l’IIva, non c’è segno. In realtà avendo ascoltate le sue conferenze stampa, le adunate, inutili esibizioni, con le 62 associazioni, le dichiarazioni, ci viene un dubbio. Non solo il vicepremier è digiuno di politiche europee, ma non ha alcuna cognizione di politiche industriali. Quando incontra i sindacati non sa che dire. Non risponde alle domande. Ha inventato la questione della legittimità della gara per prendere tempo. Si è rivolto anche all’Anac. Ha in mano le considerazioni della Avvocatura dello Stato. Convoca una conferenza stampa, i sindacati sono presenti. Invece di leggere quanto l’Avvocatura gli ha comunicato riassume. Insomma gli chiedono Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil: la gara è legittima oppure no? Subito il tavolo di trattativa, in cassa ci sono solo 24 milioni.  Lui non risponde.

Taranto. Martina incontra gli operai Ilva. Il governo smetta con lo scaricabarile

A Taranto, ai cancelli della fabbrica, prima del turno delle 6, si presenta il segretario del Pd, Maurizio Martina. Partecipa al volantinaggio organizzato dal Pd cittadino. Parla con gli operai, incontra i sindaci, le organizzazioni locali, denuncia una “impressionante assenza di rapporti con i territorio”,  chiede un “confronto urgente” con il ministro del Lavoro Luigi Di Maio “per capire le sue reali intenzioni sul futuro dell’Ilva”. “Tutta la città di Taranto le famiglie e i lavoratori dell’azienda – ha detto il segretario Dem – meritano risposte serie e immediate sul futuro della fabbrica e della città, sugli investimenti programmati in questi anni per Taranto da Ilva, sul contratto istituzionale di sviluppo, sulla zona economica speciale per il porto. Non serve la propaganda, prima il governo chiarisce cosa intende fare, meglio è per tutti. Il governo attuale la smetta di perdere tempo e di giocare allo scaricabarile. La tutela ambientale, della salute e del lavoro ora esigono responsabilità e scelte precise. Noi ci associamo all’iniziativa delle organizzazione sindacali e dell’impresa perché ora non è più tempo di rinvii”.

Confindustria di Taranto. Allarme fortissimo per la situazione dell’Acciaieria

Allarme lanciato anche dal presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. Prende spunto dal fatto che in cassa ci sono solo 24 milioni. Un fatto che “ci allarma moltissimo” e annuncia che sentirà il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, per vedere in che modo lanciare un’iniziativa unitaria del territorio di Taranto che sia di forte monito al Governo sulla situazione di crisi dell’Ilva”. “Se la cassa si prosciuga definitivamente, se l’attesa svolta dell’Ilva tarda a manifestarsi perché prevalgono ancora incertezze, rinvii e indecisioni, come purtroppo sta avvenendo in queste settimane, è chiaro che si determina a Taranto una situazione di grande instabilità, di ordine pubblico direi. Perché l’Ilva con la cassa a secco vuol dire una cosa molto semplice: che non è più in grado di pagare i suoi dipendenti e le aziende dell’indotto. Con l’Ilva prossimamente all’asciutto, è evidente che si innesca una catena pericolosa che coinvolge sul territorio, tra diretti e indiretti, circa 15mila addetti”. Per domani, oggi per chi  legge è previsto un sopralluogo della Fiom Cgil nell’area di cantiere dove è in corso la copertura dei primi due grandi parchi minerari, per “verificare lo stato di avanzamento dei lavori e la corretta attuazione di quanto previsto” con “specifico riferimento” anche alle imprese presenti nel cantiere.

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