La tragedia di Marcinelle: quando vittime della “pacchia” eravamo noi italiani

La tragedia di Marcinelle: quando vittime della “pacchia” eravamo noi italiani

Il quotidiano belga “Le Soir” pubblica la lista delle vittime il 10 agosto del 1956, due giorni dopo la tragedia a Marcinelle. Un interminabile elenco di 262 nomi. Il più numeroso è quello degli italiani, 136; ci sono poi 95 belgi, otto polacchi, sei greci, cinque tedeschi, tre ungheresi, altrettanti algerini; due francesi, due sovietici, un britannico, un olandese. Sette appena i superstiti, che riescono a salvarsi grazie a due ascensori; poteva salvarsi un ottavo, ma era sceso per ridare il via al secondo ascensore che parte senza di lui. Lo trovano morto in fondo al pozzo. Si chiamava Marceau Caillard. Gli altri? Ferdinand, François, Raffaele, Maurice, Sisto, Carmelo, Robert, Pietro, Rodolfo, Joseph, Omar, Assunto, Napoléon, Giovanni, Henryk… Ve l’abbiamo detto: l’elenco non finisce mai… Almeno la metà dei morti italiani erano abruzzesi. Una tragedia che ancora si ricorda a Manoppello, Lettomanoppello, Turrivalignano in Abruzzo; e a Crotone, a San Giovanni in Fiore e a Castelsitrano in Calabria. Ferite ancora aperte. Una grande tragedia mineraria, una grande tragedia dell’emigrazione italiana.

L’Abruzzo nel 1945 è una regione dove la fame, quella vera, letterale, è una realtà quotidiana e di massa. Poveri i paesi, le campagne. Manoppello e Lettomanoppello due paesi famosi per gli scalpellini: abilissimi artigiani capaci di plasmare la pietra nera e bianca della Maiella. Dopo la guerra neppure questo mestiere sfama; non c’è alternativa all’emigrazione: nelle Americhe, in Australia, in Francia; in Belgio. Sono 140mila gli emigranti italiani che cercano pane e lavoro in Belgio. I manifesti promettono: “Solo 18 ore di treno per arrivare in Belgio”; sono indicati gli stipendi, che fanno sognare chi in Italia quado è fortunato racimola poche lire. E ancora: “Assenze giustificate per motivi di famiglia, carbone gratuito, biglietti ferroviari gratuiti, premio di natalità, ferie, vitto e alloggio presso la cantina della miniera, contratto annuale…Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.

Balle. Arrivati in Belgio a scavare in miniera, ecco la silicosi (di quella non aveva parlato alcun manifesto); ecco il grisù, il gas traditore che si sprigiona dalle pareti della miniera e uccide incendiandosi. Hai voglia a portare topolini e canarini nella speranza che avvertano per primi il gas e consentano la fuga. E se dopo aver firmato per cinque anni di miniera dicevi che non ci stavi a lavorare in quel modo, se tentavi di lasciare il cantiere, vieni arrestato e condannato. All’Italia va bene così. Con il Belgio ha stipulato un contratto: per ogni emigrante, quintali di carbone a basso costo per le industrie del Nord…

Questo il contesto in cui matura la tragedia di Marcinelle. E’ bene ricordarlo. “Una pacchia”, si potrebbe dire col linguaggio in uso oggi. Al posto dei pomodori e dell’uva di oggi, il carbone: “Per ogni scaglione di 1.000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà verso l’Italia: tonn. 2.500 mensili di carbone se la produzione sarà inferiore a tonn. 1.750.000 tonn.; 3500 mensili per 2 milioni di tonn; 5000 mensili per più di 2 milioni di tonn.”.  Nei cinque distretti carboniferi del Belgio arrivano 2.000 lavoratori alla settimana. Garanzie e sicurezza sul lavoro? Non scherziamo. Bilancio: dal 1946 al 1963 ben 867 morti italiani nelle miniere. Tante Marcinelle, insomma. Anche se Marcinelle, per le sue dimensioni è quella che più colpisce, più si ricorda.

Sono le 8,30. Due vagoncini colmi di carbone vengono caricati sulla gabbia-ascensore. Il secondo carrello è mal posizionato. Il vagonetto vuoto strappa una putrella, che rompe una conduttura dell’olio; i cavi vengono contemporaneamente tranciati, l’olio sprizza sulla corrente, provoca una fiammata. Escono 850 kg di olio. L’incendio è alimentato dall’aria compressa e dai ventilatori d’areazione. Si sprigiona una fiamma alimenta dall’olio e dalle tante strutture in legno del pozzo. L’incendio, di inaudita violenza, si estende in tutta la miniera: un banale incidente di carico si è trasformato in un disastro. Le strutture portanti delle gallerie sono tutte in legno, le porte anti incendio sono in legno; non esistono porte stagne, non esistono vie di fuga, la maschere anti gas sono poche e inservibili… I minatori restano intrappolati nelle gallerie percorse dal fuoco che brucia tutto, un torrente di fuoco alimentato dall’impianto di ventilazione. Dove non arriva il fuoco arriva il fumo che satura progressivamente i due pozzi. Non ci sono estintori e tubi dell’acqua; i minatori non avevano maschere antigas con l’ossigeno; non ci sono vie di fuga. Le porte stagne sono in legno, come tutte le strutture. Non c’è personale specializzato per le operazioni di soccorso e per spegnere incendi; l’ascensore è in legno e non in ferro come altre miniere; i soccorsi arrivano tardi, dopo due ore dall’inizio della tragedia. Il primo giorno allagano la miniera, ma l’acqua con quel calore diventa vapore acqueo bollente, e questo è forse la rovina definitiva per quelli che c’erano là sotto.

Giustamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scrive che il ricordo della tragedia di Marcinelle “rimane parte indelebile della memoria collettiva del nostro Paese e dei Paesi che ne furono colpiti. Il sacrificio dei duecentosessantadue lavoratori, tra i quali centotrentasei connazionali, è destinato a richiamare alla memoria di tutti noi il valore delle sofferenze e del coraggio dei migranti in terra straniera alla ricerca di un futuro migliore per le loro famiglie, da costruire con il loro lavoro”. Chi applaude Mattarella che onora gli italiani caduti “ieri” ricordi che anche oggi avvengono tragedie più contenute, per quel che riguarda i numeri, ma analoghe per quel che riguarda il contesto in cui si consumano. Dice bene il ministro degli Esteri Moavero: “Non dimentichiamo che Marcinelle è una tragedia dell’immigrazione, soprattutto ora che tanti vengono in Europa, non sottostimiamo la difficoltà di gestire un tale fenomeno ma non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti”. Ci si augura che le stesse parole vengano ripetute al prossimo consiglio dei Ministri. Guardando fisso negli occhi quel collega che va ricordato per anche (non solo) per quell’espressione cinica e volgare: “E’ finita la pacchia”.

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