Germania. Il ministro dell’Interno Seehofer contro Merkel. Crisi politica, campagna elettorale o farsa?

Germania. Il ministro dell’Interno Seehofer contro Merkel. Crisi politica, campagna elettorale o farsa?

Dal nostro corrispondente a Berlino, Nicola Bassoni

Il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, minaccia di dimettersi dall’incarico di governo e dalla presidenza del proprio partito, la CSU bavarese. Sostenuto dai vertici cristiano-sociali in una dura battaglia contro Angela Merkel per inasprire le politiche d’accoglienza, Seehofer si trova adesso in un vicolo cieco, dove in gioco è la sua credibilità. L’Unione tra CDU e CSU è in crisi, ma difficilmente ciò porterà a una caduta del gabinetto Merkel.

L’attuale governo tedesco è nato sotto cattivi auspici. Formato sulla base di un contratto tra CDU, CSU e SPD – frettolosamente redatto all’indomani del fallimento dei lunghi negoziati con i Grüne e la FDP – il quarto gabinetto Merkel è minato da profonde divergenze e dall’ascesa di una opposizione parlamentare di destra, la prima nella storia della Repubblica federale tedesca. La Grösse Koalition di Berlino è data per morta già dalle prime settimane di insediamento. Immancabilmente, a ogni minimo dissenso interno alla coalizione, diversi media stranieri – tra i quali spiccano per prontezza e assiduità i nostri organi di informazione – annunciano la crisi e l’imminente caduta della cancelliera. Finora, tuttavia, ciò non è accaduto, e sarebbe interessante riflettere sulle ragioni che conducono decine di osservatori e migliaia di lettori ad attendere con trepidazione, e spesso con malcelata soddisfazione, la fine politica di Angela Merkel.

Anziché la poltrona della cancelleria, questa volta a vacillare pare essere quella del Ministero degli interni. Horst Seehofer – definito impropriamente il “Salvini tedesco”, senza che nessuno, dall’altra parte, si sognerebbe mai di definire quest’ultimo il “Seehofer italiano” – è giunto nella serata di ieri a minacciare le proprie dimissioni, tentando un ultimo disperato gesto per ottenere il benestare di Merkel alla propria linea politica in materia d’immigrazione e, con esso, salvare la faccia in uno scontro istituzionale dietro cui è naturale scorgere l’ombra della campagna elettorale per il rinnovo del parlamento bavarese – atteso nell’ottobre del 2018.

La scommessa politica di Seehofer si è tuttavia dimostrata errata. Sottolineando come le dimissioni del ministro non significassero la caduta del governo, i vertici della CSU – nella persona di Markus Söder, presidente dei ministri della Baviera – hanno di fatto disinnescato il valore politico del suo gesto, rendendolo una mera scelta personale che, probabilmente, si ritorcerà contro Seehofer stesso. Il calcolo della CSU è peraltro ovvio e fa emergere quanto ingenua sia stata la mossa del ministro: i cristiano-sociali bavaresi sono infatti un partito regionale, cattolico e conservatore, che rappresenta circa tre milioni di elettori; la CDU è invece un partito nazionale, pluriconfessionale e modernista, forte di quattordici milioni di consensi; il compromesso tra le due forze, la cosiddetta Unione, da cui è risultata la stabilità politica della Germania negli ultimi sessant’anni, prevede che la CDU rinunci a presentare le proprie liste in Baviera, e viceversa.

Un’eventuale rottura dell’Unione, che seguirebbe immancabilmente a una crisi di governo prodotta dai cristiano-sociali, farebbe venire meno tale equilibrio, dando luogo a una situazione in cui ambedue i partiti andrebbero a perdere, ma la CSU più della controparte. La competizione tra CDU e CSU dividerebbe profondamente l’elettorato bavarese, rendendo impossibile la prosecuzione dell’egemonia politica che quest’ultima esercita ininterrottamente sulla regione dal secondo dopoguerra. I cristiano-democratici, d’altra parte, si troverebbero a fare i conti con una perdita significativa di voti favorevoli nel Bundestag – contando appunto il 7% di parlamentari che la CSU ha portato nell’Unione – ma, al contempo, avrebbe poco da temere da una concorrenza cristiano-sociale sul resto del territorio federale, dove le posizioni tradizionaliste e intimamente “bavaresi” del partito gemello possono fare breccia solo in una sparuta minoranza di elettori, peraltro già irretiti dalle sirene della AfD. In definitiva, la rottura dell’Unione non impedirebbe alla CDU di rimanere il primo partito e di guidare una coalizione a livello federale, ma pregiudicherebbe certamente le possibilità che la CSU continui a governare la Baviera.

È soprattutto per queste ragioni che, nonostante la durezza dello scontro, una crisi di governo prodotta dalla CSU rimane inverosimile. Ed è appunto per le medesime ragioni che la mossa di Seehofer assomiglia sempre più a un suicidio politico: se egli tornasse sui propri passi, ne uscirebbe compromessa la sua credibilità; mentre, se confermasse le proprie dimissioni, dovrebbe abbandonare tanto il governo quanto la presidenza del partito, vedendosi probabilmente sostituito da un altro membro di spicco della CSU. Rimane infatti da chiarire quanto l’attuale situazione sia invero un frutto delle lotte interne ai cristiano-sociali, dove proprio Seehofer, durante il proprio mandato come presidente dei ministri della Baviera, era stato accusato dagli altri leaders – in primo luogo proprio Markus Söder – di eccessiva condiscendenza verso la politica di Angela Merkel. Una nuova generazione di cristiano-sociali – tra cui, oltre al cinquantunenne Söder, figurano anche il quarantottenne Alexander Dobrindt e il quarantaquattrenne Andreas Scheuer – si sta imponendo alla guida del partito, sfruttando la crisi di consensi dovuta all’ascesa della AfD e dichiarando ormai inadeguata la “vecchia guardia”, il cui principale rappresentante è proprio il sessantanovenne Horst Seehofer.

Quali siano le ragioni delle attuali prese di posizione – si tratti sia della “questione dei migranti”, come la stampa nostrana si è affrettata a dichiarare, oppure, come invece appare agli osservatori più smaliziati, di una mossa elettorale in vista delle consultazioni bavaresi e il prodotto di una lotta interna alla CSU – la stabilità del governo di Angela Merkel non dovrebbe correre alcun serio rischio. Meno certe sono le sorti politiche del ministro degli Interni, gettatosi volontariamente in un vicolo cieco da cui sarà difficile uscire. La perdita di credibilità che l’attuale “farsa” – come lo Spiegel ha efficacemente descritto le ultime vicende – minaccia di riversare su entrambi i partiti dell’Unione, tuttavia, potrebbe avere notevoli conseguenze nel lungo periodo, andando a esclusivo favore del populismo di destra della AfD.

Share