Perché Caltagirone ha cacciato il direttore del Mattino? Basta leggere il Messaggero, identico proprietario, con le cronache più che benevole dell’esordio del presidente Conte, l’elogio del populismo, l’apertura alla Russia. Anche con qualche strafalcione. Giornate nere per l’informazione

Perché Caltagirone ha cacciato il direttore del Mattino? Basta leggere il Messaggero, identico proprietario, con  le cronache più che benevole dell’esordio del presidente Conte, l’elogio del populismo, l’apertura alla Russia. Anche con qualche strafalcione. Giornate nere per l’informazione

Chiediamo scusa ai colleghi de “Il Mattino” di Napoli. In un articolo pubblicato dal nostro giornale si denunciava un “assordante silenzio” da parte, in primo luogo degli organismi sindacali, in relazione al licenziamento su due piedi di Alessandro  Barbano, direttore del Mattino di Napoli, da parte dell’editore, Francesco Gaetano Caltagirone, uno dei più importanti costruttori, con importanti affari nei diversi settori dell’edilizia. A Roma si chiamano “palazzinari”, con importanti giri di affari, ovviamente con rapporti, conoscenze con il mondo del potere politico, amministrativo. La “Caltagirone editore” che edita oltre al Mattino, il Messaggero di Roma, il Corriere adriatico, interessata a tutto quanto si riferisce all’editoria scritta, teletrasmessa, online è diventato il 5° gruppo editoriale italiano. Insomma una potenza, molto sensibile ai rapporti con il potere. Così come gli altri grandi gruppi editoriali. Ovviamente non c’è niente di male, purché i rapporti fra un editore e i poteri economici  siano alla luce del sole e non siano determinanti  per quanto riguarda la politica dell’informazione. Scriveva Valter Vecellio, ricordando che Barbano è “colpevole” di essere stato un direttore che ha saputo tenere la schiena dritta e opporre una resistenza civile alle ondate di demagogia in questi giorni prevalente, poco o nulla gli piacciono Lega e M5S. In sintesi: è “colpevole” di non essersi piegato agli interessati diktat di una proprietà che evidentemente già si adegua ai “gradimenti” di quelli che oggi sembrano essere i nuovi “potenti”, e null’altro sono se non le controfigure di chi li ha preceduti: due facce di una identica medaglia. “Rompeva” l’assordante silenzio un comunicato del Partito radicale, rilasciavano dichiarazioni illustri collaboratori del giornale come Aldo Masullo, Biagio De Giovanni, Paolo Macrì, a sostegno di Barbano. Niente più. Vecellio denunciava nel suo articolo un episodio che deve far riflettere. Gaia Tortora che nella sua trasmissione “Omnibus” aveva invitato Barbano e gli immancabili social telecomandati l’avevano coperta di insulti. Organismi sindacali della categoria, l’Ordine professionale, colleghi, assidui frequentatori delle trasmissioni televisive, nessuno ha preso posizione a difesa della libertà dell’informazione. Si prenda atto, scriveva Vecellio sul nostro quotidiano, che tanti giornalisti “neo filogovernativi non hanno difeso né Barbano né Gaia”. Ciliegina finale: una quantità di frequentatori di social, evidentemente di simpatie leghiste o grilline, in queste ore si sono prodotti in volgarità e insulti nei confronti di Gaia Tortora, anche lei “colpevole” di  aver ospitato l’ex direttore del Mattino.

Il “silenzio assordante” rotto da un imbarazzato comunicato del Cdr del Mattino

Dimenticavamo, quasi, perché siamo tornati sull’argomento. Ci eravamo sbagliati, si è sbagliato anche Vecellio quando ha parlato di “silenzio assordante”. In verità il comitato di redazione del Mattino, l’organismo sindacale di base dei giornalisti, che fa capo alla Federazione nazionale della stampa, aveva preso posizione come pubblicato da Articolo 21, il quotidiano online edito dalla omonima associazione, sempre presente nelle battaglie per la libertà dell’informazione, per il diritto dei giornalisti ad informare ed il diritto dei cittadini ad essere informati, in primo luogo ovviamente i lettori del Mattino che in sei anni di direzione hanno apprezzato il lavoro di Alessandro Barbano. Riportiamo integralmente il comunicato del cdr che scrive di aver “appreso con stupore e preoccupazione, come la redazione tutta, dell’improvvisa risoluzione del contratto di lavoro del direttore Alessandro Barbano. Esprimendo solidarietà al direttore e ringraziandolo vivamente per il lavoro svolto in questi sei anni, riconoscendogli un impegno in prima linea per la difesa dell’identità e del peso specifico del giornale leader del Mezzogiorno nonostante la crisi globale del settore e i tagli all’organico, sottolinea come il provvedimento arrivi in concomitanza con la riforma grafica e alla vigilia di un annunciato quanto traumatico cambio di sede”.

I giornalisti del Mattino: il licenziamento del direttore? Un “trauma come il cambio di sede”

Se possiamo permetterci, senza  erigerci a giudici, ci sembra del tutto fuori  luogo collegare il licenziamento in tronco del direttore col fatto che arrivi “in concomitanza con la riforma grafica” e, ancora di più “con l’annunciato quanto traumatico cambio di sede”. Sarebbe come dire che se avveniva dopo il cambio di sede o dopo la riforma grafica, andava tutto bene? Conclude il cdr, cuor di leone: “La redazione non ha paura delle sfide imposte dai tempi, né delle novità, ma vorrebbe poterle affrontare con la necessaria preparazione e serenità d’animo. Il Cdr esprime altresì gli auguri di buon lavoro al nuovo direttore Federico Monga”. Una volta, se ben ricordiamo, per quanto riguarda la nomina dei direttori si svolgevano le assemblee di redazione per esprimere  il loro parere. Forse la Federazione della Stampa potrebbe far sapere se  questa normativa è ancora in uso.

Infine una nota. Non ci voleva molto a capire perché l’editore aveva fatto fuori Barbano. Ma se  ce ne era bisogno basta leggere le cronache del Messaggero che danno conto del dibattito al Senato e alla Camera, della relazione con cui Giuseppe Conte si è presentato al Parlamento per ottenere la fiducia. Ha molto colpito il cronista la “cultura” del presidente del Consiglio. In particolare le citazioni di cui è stato prodigo il professore, avvocato, dal curriculum pieno zeppo di incarichi, corsi e ricorsi. In particolare ha colpito la “lezione” sul populismo che Conte ha dato ai suoi oppositori. Ha citato  le riflessioni di Dostoevskj tratte dalle pagine di Puskin.

La gaffe del presidente Conte sui “populisti” russi di fine Ottocento

Una gaffe storica, come  rilevato dal sociologo Domenico De Masi. Avrebbe dovuto sapere il Conte che  “populisti” in Russia, seconda metà del 1800, venivano chiamati i radicali. Che ne parla Cernicevskii, in un romanzo scritto  fra il 1862  e il 1863 dal  titolo “Che fare”. Che i “populisti” puntavano sui contadini per dar vita alla rivoluzione. “Che fare”, il “manuale” della rivoluzione venne scritto, prendendo il titolo del romanzo omonimo, da Lenin, il padre del comunismo. Non gli bastavano i “populisti” russi forse richiamati per dare forma e valore storico alla apertura da parte del governo italiano verso Putin. Conte nel lungo intervento ha richiamato anche il filosofo Hans Jonas. Sull’economia Ulrich Beck e Philip Kotler. Quando ha “spiegato” cosa significa “populismo”, “la classe dirigente sa ascoltare i bisogni della gente”, quando ha detto che bene la Nato “ma attenzione alla Russia e via le sanzioni”, i due guardiani, Di Maio e Salvini, l’uno seduto alla sua destra, l’altro alla sua sinistra, davanti ci stava Giorgetti, hanno applaudito.

Che c’entra tutto questo con la cacciata di Alessandro Barbano dalla direzione del Mattino? C’entra, c’entra. Basta leggere le cronache del Messaggero sulla seduta del Senato. Giornalisti, verrebbe da dire, folgorati sulla via di Damasco. Barbano, si deve essere detto  Caltagirone, “no buono”.

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