Giorgio Benvenuto. Il sindacato non deve avere paura: deve fare il sindacato.Con Carniti e Lama, poi Trentin, eravamo una cosa sola

Giorgio Benvenuto. Il sindacato non deve avere paura: deve fare il sindacato.Con Carniti e Lama, poi Trentin, eravamo una cosa sola

A pochi giorni dalla scomparsa di Pierre Carniti, grande esponente della CISL e del sindacalismo italiano nonché promotore dei Cristiano sociali, che innervarono una delle migliori stagioni della recente storia della sinistra, e alla vigilia del congresso della UIL, abbiamo intervistato Giorgio Benvenuto, ex segretario dell’organizzazione di via Lucullo, oggi presidente della Fondazione Nenni. Se il sindacato fa il sindacato, può avere ancora un ruolo fondamentale nella nostra società, forse persino superiore a quello che ha esercitato in passato: questa è la sua convinzione e la sua lucida analisi, in un momento in cui i pensieri lunghi, oggettivamente, scarseggiano.

Se ne è andato di recente Pierre Carniti, storico segretario della CISL. Chi è stato e cosa ha rappresentato per lei?

È stato una parte di me. Io, Carniti e Lama, successivamente Trentin, eravamo una cosa sola. Per me Pierre incarnava il sindacato unitario, così come Lama e Trentin. A quei tempi, il sindacato non aveva paura del futuro: sapeva di star costruendo una società e un avvenire migliori per tutti. Avevamo caratteri diversi ma queste nostre differenze ci arricchivano, rendevano ancora più utili le rispettive organizzazioni.

Alla vigilia del congresso, qual è, secondo lei, il ruolo della UIL e del sindacato in generale in questa stagione in cui regna il concetto di disintermediazione?

Io ormai sono nella riserva! Tuttavia, credo che oggi il sindacato abbia delle occasioni straordinarie perché mai le diseguaglianze sono state forti come adesso, mai i diritti dei lavoratori, e in particolare dei giovani, sono stati così oscurati e cancellati. Bisogna ritrovare una strada unitaria, e dovrebbe essere anche più facile rispetto al passato, in quanto non esistono più i vincoli ideologici che esistevano un tempo. All’epoca il sindacato metteva paura, oggi non deve avere paura.

Perché tanti giovani non si riconoscono più nel sindacato?

Perché i sindacati hanno commesso un grave errore, predicando il meno peggio e dicendo loro: meglio un lavoro precario che stare in mezzo alla strada. Il sindacato, al contrario, deve sempre puntare a realizzare il meglio: con saggezza e responsabilità perché non è un agitatore politico, ma senza mai dimenticarsi della propria ragione sociale. In una fase in cui a dominare sono il mercato e la finanza, bisogna rimettere al centro l’uomo e valorizzare i giovani, non solo assisterli.

Che valutazione dà del governo Conte? Quali sono le sue speranze e i suoi timori in merito?

Non ho pregiudizi. È un grande cambiamento: nel nostro Paese si è verificata un’autentica rivoluzione. È facile mettere insieme la protesta, ma ora dovranno scegliere le priorità e non tutte le richieste possono essere soddisfatte. Anche per questo il sindacato, se ritrova la sua unità, può avere un ruolo fondamentale, esponendo la sua agenda e non limitandosi a fare l’opinionista. Perché ciò avvenga, però, deve fare il sindacato.

Qualche giorno fa si è svolto un convegno organizzato congiuntamente dalla Fondazione Nenni, che lei presiede, e dalla FEPS, dedicato alla transizione energetica e allo sviluppo sostenibile. Che ruolo avranno questi temi nel futuro del pianeta?

Sono temi di grande attualità, temi strategici. Questi argomenti possono portare a una notevole valorizzazione del lavoro, favorendo al tempo stesso il cambiamento della società e del sindacato e ponendo la tecnologia e l’innovazione al servizio della persona e della natura. Non è stato un convegno difensivo, come non deve esserlo nessuna delle iniziative del sindacato e di ciò che gli ruota attorno.

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