Processo per la morte di Stefano Cucchi, nuova agghiacciante testimonianza

Processo per la morte di Stefano Cucchi, nuova agghiacciante testimonianza

“Lui con la divisa si sentiva come Rambo. Diventava aggressivo”. E’ iniziata praticamente con queste parole la testimonianza di Anna Carino, ex moglie di Raffaele D’Alessandro, davanti ai giudici del tribunale di Roma nell’ambito del processo bis per la morte di Stefano Cucchi in cui sono imputati oltre al militare anche i suoi colleghi Alessio Di Bernardo, Francesco Tedesco, Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini.

La signora Carino, ha ricordato in aula il suo rapporto con Raffaele, dalla conoscenza del 2002 sino al matrimonio e poi il trasferimento a casa della madre di D’Alessandro, a Trentola Ducenta, un paesone di 10mila abitanti del Casertano. “Lui dopo la scuola allievi di Torino prese servizio a Roma, alla stazione Appio. Tornava a casa una volta al mese o al massimo due”. Poi la parte più inquietante della deposizione, quando la donna racconta di un episodio rilevante per il caso del giovane geometra romano. In occasione di un servizio tv su Cucchi , racconta la signora Carino,  D’Alessandro avrebbe confessato alla moglie ‘Quante gliene ne abbiamo date’. “Me lo disse in dialetto. Dopo alcuni mesi ricevette una convocazione e mi aggiunge che anche altri erano stati pestati da lui ed altri, specie extracomunitari”.

Comunque Cucchi,  “era un drogato di merda” – ha continuato la Carino usando le parole dell’ex consorte – “mi raccontò di un calcio e della caduta che venne provocata”. La storia della morte del giovane geometra arrestato per spaccio di droga provocava divertimento in D’Alessandro. “Non era certo preoccupato sino a quando non ricevette la lettera”. Poi sempre rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò ha detto: “Quando venni convocata dai magistrati avevo paura. Lui, in seguito, aveva avuto reazioni violente. Faceva continue telefonate, minacce, atteggiamenti intimidatori. Litigavamo tantissimo”.

In una occasione D’Alessandro avrebbe anche cercato di togliersi la vita. “Gli tolsi la pistola dalle sue mani. Lo convinsi a desistere. Lui non è aggressivo nei miei confronti. Una volta mi prese per la maglietta e mi spostò vicino ad una finestra ed ebbi paura”. I rapporti adesso sono interrotti. “E’ venuto il 6 maggio scorso alla comunione di uno dei figli. Non ci siamo salutati. Da circa un anno e mezzo non mi passa l’assegno di mantenimento. Comunque anche io dalla mia scelta di verità non ho avuto certo premi”.

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