Riccardo Agostini. La sconfitta generale e specifica ci impone una riflessione profonda, che scavi nella storia del nostro paese

Riccardo Agostini. La sconfitta generale e specifica ci impone una riflessione profonda, che scavi nella storia del nostro paese

Le ultime elezioni politiche segnano un punto di svolta nella vita politica italiana e ci consegnano il risultato più basso per la sinistra nel suo complesso dalla fondazione della Repubblica. Il risultato di Leu, che ha raccolto solo il 3,4 per cento dei consensi, ha provocato un senso di scoraggiamento, demoralizzazione e smarrimento dei militanti, per di più in assenza di una discussione e riflessione collettiva. Crediamo, invece, che la sconfitta generale e specifica imponga a noi tutti una riflessione profonda, che scavi nella storia del nostro paese per capirne le cause, oltre che le colpe, per  offrire una chiave utile alla ricostruzione della Sinistra. Dobbiamo provare a mettere in campo una riflessione all’altezza di una sconfitta storica, aperta a tutto campo e rivolta a tutti gli interlocutori interessati, perché non riteniamo ineluttabile il destino di una politica dominata da 5 stelle, Lega e centro destra. Il milione di persone che ci hanno votato rappresentano un patrimonio prezioso, da rendere protagonista di un processo aperto e democratico. Proponiamo un contributo, degli “appunti”, per andare in questa direzione.

Gli effetti della globalizzazione

Siamo oggi a quasi 30 anni dall’avvio di un processo di globalizzazione dell’economia e dei mercati che irrompe sulla scena mondiale dopo il collasso dell’esperienza sovietica e il conseguente superamento degli equilibri di Yalta. Un primo bilancio di questa complessa ed inedita fase storica diviene oggi indispensabile. L’avvio del processo di globalizzazione pose a suo tempo le forze del lavoro e le loro rappresentanze politiche e sociali davanti ad una grande domanda: dove avrebbe portato un processo affidato alla spontaneità del libero mercato, anche per effetto di una circolazione di merci, persone e capitali mai conosciuta, stante il ruolo che via via veniva ad assumere il capitalismo finanziario? In sostanza la globalizzazione accelerata e guidata dal mercato avrebbe provocato una grande opportunità per riequilibrare risorse, saperi e poteri o invece una nuova e pressante deregolazione in grado di determinare nuove e più massicce diseguaglianze? La sinistra delle privatizzazioni, l’Ulivo mondiale con in testa Clinton e Blair, risponde Mercato, vincendo la partita all’interno della Sinistra e perdendo la guerra nel rapporto con il suo popolo. La sinistra storica, armi e bagagli, tranne poche eccezioni, passa in blocco alla cultura del libero mercato: riduzione e smantellamento di ogni presenza pubblica (banche, imprese,  ecc). Il privato è diventato culturalmente meglio del pubblico. In Italia si smantella la scala mobile (cioè uno dei principali meccanismi di protezione – anche attraverso la definizione del paniere dei prezzi dei beni di prima necessità – della parte più povera della popolazione e della parte più precaria del mondo del lavoro) e la privatizzazione a prezzi stracciati delle imprese pubbliche raggiunge vertici non toccati da nessun altro paese europeo. In questa periodizzazione è il 2007 l’anno della svolta, con l’esplosione non prevista della crisi, innescata dalla vicenda dei mutui sub-prime. Crisi peggiore di quella del 1929, per i suoi effetti a catena, immediati e a lungo termine sull’intero processo di mondializzazione dei mercati e che inaugura una seconda fase della mondializzazione.

Una crisi che gli Stati Uniti prontamente scaricano su tutti i paesi

Una crisi che gli Stati Uniti prontamente scaricano su tutti i paesi, specie i più vicini, pompando miliardi di dollari nel loro circuito economico interno attraverso la politica del Quantitative easing, fidando sul signoraggio del dollaro che, dopo il superamento dagli anni ‘70 di ogni forma di convertibilità, è  garantito unicamente dalla potenza americana. Potenza tecnologica, economica, militare. Le cinque grandi  banche d’affari di Wall Street (tra cui la famosa Lehman Brothers) sono state il vero cervello strategico della prima fase della mondializzazione.  L’impatto della crisi americana in Europa mette in difficoltà tutti i paesi, ma in particolare i più deboli e, tra questi, soprattutto quelli mediterranei. Le sofferenze del processo di unificazione europea hanno nella crisi del 2007 la loro causa prima. In Europa, la fase recessiva, nonostante alcuni attuali segni incoraggianti, ha assunto il carattere di una crisi di lunga durata. Le politiche di austerità non solo non sono riuscite ad affrontare i problemi che hanno generato la crisi stessa, ma hanno alimentato la recessione, colpito i sistemi di protezione sociale, aumentando le distanze tra paesi e all’interno dei singoli stati.

Una fase nuova e più avanzata del capitalismo mondiale

Con l’indebolimento del ruolo guida degli Stati, e della politica sull’economia, si afferma una fase nuova e più avanzata del capitalismo mondiale che attraverso la deregolazione assoluta dei mercati e della finanza, unitamente all’entrata in vigore in Europa di Trattati mai sottoposti al consenso popolare, ha finito con il trascinare con sé i fenomeni di disoccupazione di massa che stiamo conoscendo: la mercificazione del lavoro, la precarizzazione sociale estesa ai ceti medi e laureati, l’accrescimento incontrastato delle disuguaglianze economiche e sociali, un divario di genere che in molti paesi compreso il nostro tende ad approfondirsi, una competizione basata unicamente sulla riduzione del costo del lavoro, sulle delocalizzazioni delle imprese, sulla compressione dei diritti individuali, collettivi e di cittadinanza. LEuropa, basata sempre più sull’asse franco-tedesco e su procedure sovranazionali sempre meno democratiche, è apparsa un soggetto estraneo e nemico. Oggi, pur in presenza dell’importante crescita che si è potuta registrare in alcuni grandi paesi in via di sviluppo, quelli in particolare che si sono più protetti dal pensiero unico del libero mercato, non possiamo non vedere quanto alto sia il prezzo pagato. La perdita di milioni di posti di lavoro, la delocalizzazione delle produzioni, il diffuso processo di precarizzazione degli occupati, il gigantesco fenomeno migratorio verso i paesi più sviluppati, la crescita in numeri assoluti delle povertà, ci consegnano un quadro drammatico, esposto a rischi molto gravi anche sul piano della tenuta democratica dei singoli stati e degli stessi equilibri geopolitici venutesi a determinare.

La sinistra rischia di rimanere stritolata e ai margini della storia

Ne sono prova la stessa crescita di conflitti in armi, la ripresa alla rincorsa agli armamenti atomici, il ricorso a rappresentanze politiche populiste  e sovraniste, il progressivo estraniarsi di milioni di elettori dai sistemi democratici così faticosamente costruiti tanto da scivolare sempre più verso espressioni ribelliste o addirittura verso la non partecipazione al voto di milioni di cittadini. Il rinculo della mondializzazione dei mercati non poteva non provocare una forma di ri-territorializzazione degli interessi, esemplificata nella parola d’ordine “Prima gli Americani” di Donald Trump, il suo massimo sacerdote. Nella tenaglia tra globalizzazione dei mercati e ri-territorializzazione degli interessi colpiti la sinistra rischia di rimanere stritolata e messa ai margini della storia.  Il prezzo pagato dal nostro paese all’interno di questo ciclo internazionale è stato e continua ad essere altissimo, sia in termini di occupazione sia in termini di crescita delle disuguaglianze. Gli interventi compiuti dalla BCE a guida Draghi, messi in campo molto tempo dopo dal propagarsi della grande crisi, sono stati in grado di contenerne gli effetti più dirompenti, ma non di riprendere la via della crescita e dello sviluppo. La lieve inversione di tendenza che stiamo registrando in questa fase, non può introdurre una svolta in campo economico ne in campo sociale. Né la stessa forza intrinseca della moneta unica è riuscita (e non poteva farlo), a compensare il pesante ridimensionamento del nostro sistema industriale conseguente alla mancata innovazione di sistema e di prodotto.

L’Italia, di fatto, non ha più che un limitato numero di grandi imprese. Che sono sempre la vera ossatura di una forte economia. Un quadro di riferimento così complesso della situazione nazionale chiama in causa anche gli errori, i ritardi, le responsabilità della sinistra italiana. Una sinistra che a più riprese ha avuto le sue possibilità di governare, ma senza mai riuscire ad invertire la direzione di marcia, ad andare oltre il contenimento del debito pubblico, la riduzione del rapporto deficit-pil, la conquista di alcuni importanti diritti civili. La stessa riflessione autocritica sul cosiddetto “tardo blairismo” non può essere considerata sufficiente oggi a colmare queste responsabilità.

La lettura della crisi economica.

L’errore politico di fondo della sinistra sta nel non aver svolto una analisi benché minima circa i caratteri della crisi  scatenata dal capitalismo americano nel 2007. Il richiamo alla crisi del ‘29 è stato soltanto un artificio retorico. Né le consapevolezze via via acquisite, come ad esempio quella sul carattere non occasionale ma strutturale della stessa, sono state successivamente in grado di correggere significativamente la rotta. Abusando di uno schematismo, si può affermare che aver definito inizialmente questa crisi la più grave dopo quella del ’29, ma dando  ad essa il carattere di una crisi generale e non selettiva, o quasi di una fatalità senza responsabilità, che avrebbe colpito indistintamente persone, nazioni e continenti, è equivalso a metterci nelle condizioni di difenderci con gli occhi bendati. La crisi invece ha accresciuto a dismisura la ricchezza dei già ricchi, ha messo in fila alla Caritas anche gli occupati, ha portato a quattro milioni i poveri assoluti e a dieci milioni quelli che  rischiano di finire in povertà, ha visto spostare massicciamente la ricchezza prodotta verso i piani alti della società. La crisi non soltanto è stata e rimane una crisi selettiva pagata soprattutto da chi il lavoro ha perduto e più in generale dalle forze del lavoro, dalle donne e dalle giovani generazioni, ma anche una crisi di sovrapproduzione destinata a perdurare in assenza di coraggiose scelte in campo economico e sociale.

Le risposte senza cambiamenti

A queste difficoltà, ritardi ed errori, la sinistra italiana ha solo abbozzato una reazione, senza riorganizzare il suo pensiero, il suo campo e le sue forze. In assenza di una coraggiosa rimessa in discussione delle scelte compiute, del ruolo e della funzione del Pubblico, per di più in presenza di una rivoluzione digitale che assume la dimensione di un cambio di paradigma generale, di un capitalismo finanziario che ridimensiona il peso e il ruolo del capitalismo industriale, la Sinistra altro non ha saputo fare che spostare la discussione sul piano della sovrastruttura politico-istituzionale, inseguire continui cambi di “contenitori”, fantasiose importazioni di modelli politici e culturali di altri paesi. Bipolarismo e poi bipartitismo, partiti organizzati sostituiti da partiti elettorali, elezioni primarie nelle quali i passanti eleggono il segretario di un partito che diventa “scalabile” e “leaderistico” e nel quale la comunicazione diventa gran parte di sé.  In buona sostanza un susseguirsi di risposte illusionistiche e sovrastrutturali, occasionali mai accompagnate dalla rivisitazione di un progetto organico, da una lettura aggiornata della società, da una capacità e da una rinnovata volontà di restituire rappresentanza e forza a quella parte del Paese a cui la sinistra storica aveva saputo negli anni offrire la possibilità di riscatto. Estremizzando, si potrebbe riassumere “Partiti leggeri per tempi tranquilli”, adatti più alla gestione occasionale del presente che alla navigazione in acque burrascose.

Il Lingotto: l’amalgama che non poteva riuscire

L’errore di fondo all’atto di nascita del Partito democratico è stato fondare un partito con un’impostazione “liberal” mentre nel mondo scoppiava la più grande crisi del capitalismo. Questo è stato il “Lingotto”. Una convergenza forzata tra forze e culture di ispirazione socialista e democristiana in un modello politico e culturale improntato all’esperienza di oltre oceano. estraneo alla cultura italiana. L’amalgama non poteva riuscire. In tale dissipazione illusionistica è anche doveroso riconoscere che altri tentativi destinati a dare vita a formazioni identitarie e minoritarie non hanno dato una risposta all’altezza dei profondi cambiamenti che la globalizzazione introduceva, restituendo un legame di rappresentanza alla parte più debole del Paese. La vittoria di Renzi alle primarie del Pd ed il suo successivo incarico al governo non sono stati un incidente. Una sola camera, maggiore concentrazione dei poteri nelle mani dell’esecutivo, l’uso di un populismo a bassa intensità nell’obiettivo di indebolimento dei corpi intermedi, a partire dal sindacato. E poi via le vecchie tutele come quelle dell’articolo 18, violando un principio elementare: una nuova produttività del lavoro non si ottiene attraverso politiche di precarizzazione, come si è fatto in questi anni inventando e moltiplicando artificialmente forme contrattuali – linea sfociata nel jobs act – ma con un rilancio della ricerca, del diritto allo studio, della politica di investimenti, in particolare pubblici. La ricetta complessiva non ha funzionato, e neppure la sua narrazione, ed ha segnato uno spostamento definitivo di cultura ed offerta politica del PD. Basti guardare alla geografia politica romana nella quale il PD è definitivamente confinato nei quartieri abitati da chi dispone di un reddito medio-alto ed estraneo e sconfitto nelle periferie più sofferenti. L’intera strategia renziana, ferita a morte nel referendum del 4 dicembre, ha trovato il suo compimento ultimo nelle urne del 4 di marzo.

La nascita di Articolo Uno MDP e la scelta di LeU

In queste difficili condizioni, in presenza dei prevedibili quanto ormai inevitabili sbocchi a destra e verso formazioni populiste, in assenza di una risposta credibile della sinistra  verso i ceti popolari, prendendo atto dell’impossibilità di fermare la deriva centrista verso la quale il PD precipitava, dopo aver difeso le fondamenta del sistema costituzionale italiano nel referendum del 4 dicembre 2016, ha preso avvio la fase costituente per la riorganizzazione del pensiero politico e di una forza autonoma della sinistra italiana. Essersi trovati nell’immediato davanti ad una difficilissima consultazione elettorale senza aver avuto la possibilità di disporre dei tempi necessari per gettare le fondamenta di una soggettività politica, si è mostrato un ostacolo superiore alle nostre possibilità. Lo spostamento di milioni di elettori dal PD al movimento Cinque Stelle e in parte verso l’astensione senza che la nascente LeU riuscisse ad intercettarli ci consegna il punto più basso per la sinistra italiana nella storia della repubblica. Perfino la sofferta vittoria nella Regione Lazio rischia di apparire più come l’ultima ridotta di una alleanza vincente che un possibile punto da cui ripartire per tornare ad essere vincenti. Non sfuggirà infatti che questo risultato positivo, per giunta dimezzato dalla mancanza di una maggioranza in Consiglio regionale che precarizza Presidente e lo stesso Consiglio, è potuto scaturire da una congiuntura particolarmente favorevole e non facilmente ripetibile: una divisione del centrodestra impensata e capacità amministrative del Presidente apprezzate oltre i confini della coalizione.

Le difficoltà oggettive sono evidenti. Ed anche i limiti soggettivi. Aver presentato una lista e condotto la campagna elettorale senza aver definito un progetto con i suoi valori e senza aver offerto una necessaria organicità nelle proposte politiche e nelle modalità di costruzione del nuovo soggetto, altro risultato non avrebbe potuto raccogliere se non quello di affermare una pura  presenza nei due rami del Parlamento. Un diritto di tribuna. Chi aveva pensato altro si era illuso. Chi sperava in meglio eravamo tutti noi. Ma tralasciando per il momento il futuro del centro-sinistra dobbiamo saper rispondere per l’immediato a un quesito di fondo: come è stato possibile che in un Paese nel quale abbiamo raggiunto i più alti tassi di disoccupazione giovanile e femminile che si registrano in Europa, l’età pensionabile che si proietta a 70 anni, i livelli salariali tra i più bassi e gli orari di lavoro più alti nel confronto tra i Paesi europei più sviluppati, una precarizzazione che dal lavoro si è inesorabilmente estesa sul terreno sociale, anche gli elettori tradizionali della sinistra finiscono per considerare la stessa nascente LeU una forza non credibile, non in grado di rappresentare la loro condizione, i loro bisogni?

Le ragioni di fondo nelle difficoltà di Liberi e Uguali

Le ragioni di fondo, oltre ai limiti di esordio appena indicati, si possono sostanzialmente così riassumere:

− la perseveranza nel riassumere le ragioni della nascita di LeU in una funzione di fatto suppletiva al PD. Così è stato interpretata dagli elettori la reiterata e ossessiva affermazione secondo la quale il nostro compito sarebbe stato, nella sostanza, quello di recuperare i voti in uscita e già usciti dal PD finendo per l’offrire una immagine di LeU, pur nella diversità offerta dalla nuova collocazione, sostanzialmente complementare a quel PD che contemporaneamente crollava tra gli elettori in credibilità e consenso.

− la continua sovrapposizione delle alleanze con quello del soggetto politico da costruire, oscurandone inevitabilmente natura, valori e obiettivi.

− la difficile riconquista in breve tempo di una credibilità, avendo in gran parte sostenuto il governo: una discontinuità che non ha avuto modo e tempo di esprimersi in comportamenti e atti conseguenti e che dunque è apparsa un espediente tattico.

− l’immagine che abbiamo dato di noi stessi: sei mesi dietro Pisapia in una incomprensibile consegna di leadership; nessun momento democratico, neppure per mettere in campo Pietro Grasso trasformato da “valore aggiunto” a “valore guida”; le due massime cariche dello Stato poste alla testa delle candidature nel momento in cui il corpo elettorale, in assenza di risposte alle loro condizioni materiali, si orientava contro tutto ciò che in qualche modo rappresentava i poteri alti dello Stato, l’establishement; ed infine molti volti di ieri per una missione che annunciavamo per l’oggi.

Ma forse è anche utile riconoscere che oltre a questi nostri limiti e difficoltà c’è stato anche un di più del quale probabilmente non abbiamo saputo tenere conto a sufficienza: i tempi scelti per dare avvio al nostro movimento di Articolo Uno MDP. Più precisamente, era sul Jobs Act che si doveva decidere il nuovo inizio della Sinistra del lavoro.

Avanti verso il Congresso

Dopo il 4 marzo, resta di fronte a noi il problema centrale con cui fare i conti: non abbiamo avuto una strategia politica sufficientemente chiara ed alternativa a quella di Renzi e quindi siamo stati percepiti come una variante di quel campo. Questione che non si risolve pensando banalmente di collocarci ”più a sinistra” di qualcun altro. Il problema della sinistra italiana è ben più complesso: sta nella sua ”consistenza” in termini di pensiero e di organizzazione, in definitiva di strategia. Ma nonostante tutto ciò e pur registrando un risultato deludente, più di un milione di Italiani hanno dato il loro voto alla lista LeU, un milione in gran parte composto di militanti. Pochi per considerarci fuori dal rischio marginalità, tanti per non decidere di mettere mano all’impresa. Senza tentennamenti. Senza incertezze. Senza retropensieri. Per ripartire occorre non soltanto avere coraggio e perseveranza, ma avere soprattutto la consapevolezza che probabilmente abbiamo parlato troppo del mondo che sta finendo, poco del mondo che viene, quasi per niente di come vorremmo che fosse.

Ora è il momento di cambiare marcia

Alcune premesse indispensabili per affrontare questo difficile cammino si possono così riassumere:

− la fase costituente deve ripartire nell’immediato definendo il quadro valoriale, alcuni obiettivi anche simbolici in grado di indicare il modello sociale alternativo a cui guardare e riaffermando il primato dello Stato o meglio  del Pubblico, negli indirizzi economici  e sociali, nella funzione regolatrice del mercato. Ribaltare lo schema secondo il quale i mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione. Uno “Stato innovatore”, per dirla con le parole di Mariana Mazzuccato, in grado di ridare ruolo strategico alla progettazione pubblica dello sviluppo e della coesione sociale e territoriale del paese. Questo è l’impegno che va posto in premessa alla carta identitaria della nuova formazione politica il cui congresso non può collocarsi oltre il corrente anno.

la sinistra italiana deve ripensarsi all’interno della dimensione europea, una dimensione che va profondamente riformata nelle sue Istituzioni, nei suoi poteri e nelle sue politiche, sostenendo la rivisitazione di parte dei Trattati in vigore e l’ampliamento dei poteri europei in materia di difesa, immigrazione, fiscalità, orari di lavoro, politiche di sviluppo. La sinistra italiana deve misurarsi con l’obiettivo della nascita di una Civitas europea democratica, inclusiva e sociale. L’Europa è uno spazio politico da ricostruire e democratizzare.

− la definizione di una forma partito nuova e autonoma in grado di misurarsi con i cambiamenti sociali che la rivoluzione informatica sta provocando. Un partito in grado di valorizzare le sue migliori risorse, a partire dai giovani e dalle donne, che devono assumere il ruolo di punta in un dibattito democratico per costituire nuovi e legittimati gruppi dirigenti. Un soggetto politico che deve pensarsi come un vero e proprio laboratorio di  cultura politica, per affrontare in maniera avanzata le sfide della riconversione ecologica, della produzione e del consumo, dei  diritti individuali e collettivi, delle migrazioni e del rapporto tra culture diverse, della pace. Che faccia i conti in profondità con le questioni inedite poste dall’autonomia e della libertà femminile.  Con i temi della rappresentanza e della democrazia. Serve la fissazione di regole democratiche vincolanti per assicurare trasparenza sui processi decisionali e rendere praticabili forme di consultazione popolare sui temi di grande rilevanza politica e sociale, anche attraverso l’uso delle nuove tecnologie

All’interno di queste regole vanno definiti i limiti temporali ed invalicabili per gli impegni in sede istituzionale; i criteri e le modalità per definire le candidature; i versamenti obbligatori per gli iscritti e gli eletti per consentire l’autofinanziamento del partito e dei suoi strumenti di lavoro indispensabili; le modalità attraverso le quali assicurare la necessaria trasparenza agli iscritti e ai cittadini che volontariamente vorranno contribuire sul piano economico alla vita democratica della nuova formazione politica.

 Finanziamento che deve poggiare sull’iscrizione come una forma di azionariato popolare. (Una proposta praticabile immediatamente: delega alla propria banca di versare l’uno per cento del proprio reddito o pensione su un conto corrente, indicato dal partito, come avviene per tante funzioni attuali).

− All’interno di questa cornice di riferimento, unitamente al livello di Direzione nazionale che deve recuperare la sua funzione specifica e non più subalterna agli eletti nelle rappresentanze istituzionali, si rende necessaria la costituzione del livello di Direzione federale in rapporto ai cambiamenti intervenuti sulla Carta Costituzionale ed alla necessità di recuperare sul territorio una crisi di rappresentanza profonda e ramificata che ha trovato sbocco nel populismo e nel non voto.

Aperti e attenti al dialogo con tutto ciò che di significativo si muove a sinistra

Allo stesso tempo è necessario assumere la consapevolezza che gli eventuali sviluppi della dialettica che si è aperta nel PD e nei suoi gruppi dirigenti dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo, sono un fatto nuovo e di rilievo da non dover trascurare e sottovalutare ma non possono costituire occasione da cui far discendere ripensamenti al processo avviato. Aperti e attenti al dialogo con tutto ciò che di significativo si muove a sinistra e limpidi nell’ispirazione di fondo che ha dato vita alla nostra impresa: la ricostruzione di un partito popolare e di sinistra in grado di restituire rappresentanza e speranza ai milioni di italiani disposti a battersi per la liberta, l’uguaglianza, la solidarietà nel solco della Costituzione repubblicana e  al contempo in grado di proporsi come motore della costruzione di un nuovo centro-sinistra per tornare su nuove basi a governare il Paese. Non è tempo per delusioni e speranze infrante, così come non è tempo per opportunismi o cambi di casacca dopo essere stati eletti. Una sinistra nuova può tornare infatti ad essere credibile e vincente soltanto se capace di parlare a tutto il Paese. È tempo allora per noi tutti della convinzione, del coraggio, delle coerenze.

Scriveva Victor Hugo nella prima metà dell’Ottocento: “coloro che vivono sono coloro che lottano, sono quelli il cui progetto colma l’anima e la mente, sono coloro che con un alto destino raggiungono l’aspra cima”. Un messaggio, un pensiero alto che può tornare utile anche oggi per noi che ci accingiamo a affrontare questa grande impresa.

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