Megale (Fisac Cgil) a RadioArticolo1. Banche: 8 anni di crisi, evitato anche un solo licenziamento. Serve un governo che parli il linguaggio europeo. Militanza individuale dei dirigenti Cgil nei partiti della sinistra

Megale (Fisac Cgil) a RadioArticolo1. Banche: 8 anni di crisi, evitato anche un solo licenziamento. Serve un governo che parli il linguaggio europeo. Militanza individuale dei dirigenti Cgil nei partiti della sinistra

Una intervista a tutto campo rilasciata da Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil, che organizza i lavoratori del settore Assicurazione e Credito, a Roberta Lisi, RadioArticolo1 affronta i problemi che riguardano in particolare il settore delle banche nel quadro della situazione politica e sociale dell’Italia e dell’Europa, facendo riferimento alla preparazione del Congresso della Cgil, delle tematiche in discussione. Diamo di seguito il testo dell’intervista.

Roberta Lisi:  Qualche giorno fa il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha tenuto una lectio magistralis all’Università di Roma Tor Vergata per celebrare il trentennale della Facoltà di Economia e ha affermato che “le banche devono essere più ambiziose ed aumentare la redditività comprimendo con decisione i costi, investendo nel contempo nel capitale umano e nelle tecnologie”.

Agostino Megale: va registrato che nel corso di otto lunghi anni di crisi, quella vissuta dal Paese e dalle banche che sarà ricordata come “la crisi ” più pesante in assoluto dal dopoguerra, molti ragionamenti sono stati fatti in rapporto alla crisi del 1929, alle conseguenze, alle vicende di Paesi limitrofi, penso alla Grecia. Dico che si è affrontata questa dura crisi in un contesto in cui l’Europa non sempre ci ha favorito ma alla fine siamo stati capaci di costruire le condizioni perché l’Europa tenesse conto di una pari dignità con l’Italia, senza scaricare problemi sul cosiddetto anello più debole nella crisi. E nel settore quella che è stata realizzata è un’operazione senza precedenti, con una gestione della crisi che ha visto 67.000 lavoratori in uscita, evitando anche un solo licenziamento, con esodi volontari e concordando anche 17.000 assunzioni dei giovani. Se si va a vedere anche in chi quest’anno potrà distribuire dividendi dopo tanti anni di difficoltà, il costo complessivo del lavoro è sceso nel corso di questi anni e la sfida che adesso il sistema bancario affronta è quella di costruire le condizioni per essere realmente al servizio del Paese e quindi riaprire i rubinetti del credito, concludere con un Governo in grado di far valere gli interessi dell’Italia in tutte le operazioni in Europa a partire dal completamento dell’unione bancaria ma nella consapevolezza che quel che c’era da dare in termini di risanamenti e di sacrifici occupazionali è stato già dato. Adesso bisogna gestire la fase, soprattutto guardando all’innovazione digitale, che sicuramente creerà ulteriori problemi. Ma come dimostra anche tutta la gestione del Piano Industriale di Intesa Sanpaolo, possono essere superate alcune attività a basso valore aggiunto – a maggior ragione se si fa un accordo con la Banca dei tabaccai o con Poste per vendere i prodotti.

Contemporaneamente si può immaginare di eliminare attività a basso valore aggiunto e si devono riqualificare circa 5.000 persone in attività ad alto valore aggiunto. Direi quindi a Visco che il ragionamento sui costi era già posizionato in un modo eccessivo qualche anno fa, adesso la redditività si fa aumentando i ricavi non riducendo l’occupazione.

Domanda: sempre Visco ha affermato che grazie al salvataggio pubblico degli Istituti deboli e al miglioramento dell’economia le Banche italiane hanno superato la fase più critica della crisi ma restano delle debolezze da affrontare. E per risolverle c’è innanzi tutto bisogno di stabilità e fiducia. Interventi generalizzati, concitati o pro-ciclici non sono di aiuto mentre l’aiuto potrebbe venire dall’assetto istituzionale e regolamentare europeo. Però nell’ultima settimana gli incontri tra Merkel e Macron e le affermazioni del Presidente francese ci avviano a passo deciso verso il completamento dell’Unione bancaria oppure no?

Risposta: intanto su questo sono d’accordo con Visco: per portare a compimento un’operazione di tenuta e di solidità, non solo del sistema bancario ma anche del sistema Paese, l’Italia deve essere in grado di giocare una partita alla pari con Macron, la Merkel e il resto d’Europa; per poterlo fare serve un Governo che sia solido e autorevole. La situazione di difficoltà a costruire una soluzione del Governo su cui sta lavorando il Presidente della Repubblica in questi giorni, ci dice che sarebbe utile accelerare i tempi anche se evidentemente serve una soluzione capace di parlare il linguaggio dell’Europa e non quello antieuropeo più volte usato da Salvini e non solo. In ogni caso anche qualora fossimo in grado, e dobbiamo esserlo, si deve immaginare che il completamento delle regole europee richiede da un lato una revisione anche dei trattati ma dall’altro bisogna portare a compimento almeno due operazioni. La prima è che dopo tutta la discussione sugli addendum, gli NPL, il rapporto tra Vestager e Parlamento europeo, adesso non arrivi una terza regola dell’EMA, che per esempio dica che non si possano avere più del 5% di NPL in rapporto al bilancio di gestione. E’ evidente che in un contesto come quello italiano, che pur sta cedendo massicciamente quote di NPL per costruire le condizioni di maggior redditività, non solo metterebbe in grande difficoltà ma francamente non si può concepire un’Europa di cui non si capisce bene quale è il punto di direzione reale. E questo non possono essere che il Parlamento e l’azione legislativa a stabilirlo. Tutti i tecnicismi devono stare in quest’ambito e non che ogni istituzione tecnica pur importante, assuma una linea che contrasta con quella politica. Ecco è tutto molto importante, a maggior ragione, quando guardando i dati dell’economia noi osserviamo da un lato il Fondo Monetario Internazionale che richiama ad una attenzione maggiore a sfruttare questo periodo di crescita, poichè se nel 2019/2020  si rischiano eventi di recessione, possono arrivare i cicli delle riprese dalle crisi, possono essere più o meno lunghi ma arrivano e per questo il Fondo Monetario dice all’Italia di mettersi in condizione di avere un’imposta patrimoniale e fare ripartire gli investimenti. A maggior ragione questo monito è valido a prescindere dalle promesse elettorali che nessuno sarà in grado effettivamente di realizzare ma se si guarda alla Spagna che in tre anni, da una posizione di 5 punti sotto l’Italia su salari e crescita, adesso ha superato il nostro Paese sia in termini di potere di acquisto che di crescita, e rischia nei prossimi tre anni di costruire una distanza di ben 7/8 punti difficilmente superabile.

Insomma il sistema bancario non è solo un settore, è il sistema Paese. E il sistema Italia ce la può fare; la condizione per farcela è un Governo in grado di operare e una linea di politica economica e sociale che sia in grado di affrontare i problemi che in questi anni non sono stati nè affrontati nè risolti.

Domanda: Megale hai toccato la questioni dei crediti deteriorati. proprio nei giorni scorsi il Gruppo Intesa Sanpaolo ha annunciato di aver chiuso la trattativa con la svedese INTRUM a cui cederà la piattaforma per recuperare quasi 11 milioni di sofferenze. La vendita si dovrebbe attestare intorno al 28,7 del valore, bene al di sopra del 18 pagato quando Intesa ha acquisito le banche in crisi. Come valuti questa operazione?

Risposta: usiamo due parametri. Il primo è quello di una valutazione di impatto sociale e sindacale che da sempre ci vede non solo come CGIL ma unitariamente, contrari alle esternalizzazioni. Il secondo è che la cessione degli NPL, in questo caso alla società svedese in cui Intesa avrebbe il 49%, quindi una partecipazione rilevante, indubbiamente sul piano economico avviene con una cessione ad un prezzo 10 punti superiore a quella che accadde per le realtà delle quattro banche in crisi. Questo secondo punto ha una sua importanza di sistema poichè se l’Italia deve accelerare nella cessione di crediti deteriorati, aver posizionato il prezzo ad un livello dieci spunti sopra quello del periodo di crisi, attesta una condizione in cui non si è alla mercè di vendere pur di vendere, quindi svendere. In terzo luogo bisogna immaginare che per quanto ci riguarda ovviamente non basta un comunicato o la notizia di giornale, e c’è anche molta preoccupazione tra i lavoratori per chi eventualmente fosse coinvolto in questa operazione.

Per questo noi abbiamo anticipato un giudizio, quando un mese fa ci esprimemmo come Segretari Generali rispetto alla necessità che nell’affrontare il problema della gestione e cessione degli NPL non solo in Intesa, ma anche in altre realtà. Penso che bisogna accompagnare alla nostra contrarietà ad eventuali esternalizzazioni un atteggiamento per cui sono chiare alcune condizioni. La prima condizione è che il contratto del credito e la sua applicazione devono continuare ad essere la bussola di riferimento; non c’è alcuna possibilità per chi deve gestire questa partita di immaginare soluzioni diverse. Il contratto si rispetta. La seconda condizione è che qualsiasi operazione di questa natura, fermo restando tutte le valutazioni che devono portare alla considerazione sul perchè interventi di questa natura non possano essere governati con processi interni e servano assetti societari, pur con presenza rilevante di Intesa al 49%. Il secondo punto sono le garanzie occupazionali, che significa che un dipendente di Intesa resta potenzialmente a tutti gli effetti dipendente di Intesa – dal punto di vista dei diritti, delle tutele e delle condizioni che si vengono a determinare. Noi abbiamo realizzato già in altre aziende, pur avendole contrastati, percorsi di questa natura (vedi accordi in Unicredit), in cui le condizioni di tutela occupazionale parlano di garanzie occupazionali per una quantità di tempo superiore ai 10/15 anni.

Devo dire che operazioni di questa natura fatte in una serie di realtà vedono anche qualche operazione in cui mantieni i lavoratori alle dipendenze della banca con un ordine di servizio temporaneo. Per questo bisogna saper valutare tutti gli aspetti, la trattativa non è ancora partita; i due punti fermi sono la piena tutela occupazionale e la piena tutela del contratto del credito. In questo ambito bisognerà costruire tutte le condizione affinchè si affrontino e si risolvano i problemi sapendo che, a partire da Intesa, il valore della contrattazione e delle relazioni industriali, è un valore aggiunto che pesa su tutto il settore. Qualsiasi soluzione si pratica deve essere una buona soluzione dal punto di vista sindacale perchè ha un impatto diretto in tutta la categoria.

Domanda: lo scorso 16 aprile Mario Nava si è insediato alla Presidenza della Consob, si cambia sicuramente pagina rispetto al recente passato, il curriculum di Nava è importante con una lunga esperienza in Europa. Cosa si aspetta Agostino Megale da questa nuova Presidenza della Consob, e cosa si augura?

Risposta: intanto faccio a Mario Nava auguri di buon lavoro. Le competenze del nuovo Presidente mi sembrano più che adeguate a rilanciare il ruolo e l’attività della Consob dopo anni che non abbiamo certo considerato tra i migliori. E non solo per le polemiche di ordine politico e gestionale intervenute con il predecessore. Detto ciò vi sono almeno due cose su cui accendere i riflettori. La prima è la capacità di aprire una modalità di lavoro, di dialogo e di rapporti tra Banca d’Italia e Consob che superi anche alcune distonie del passato, fluidificando rapporti, informazioni e azioni nei diversi ruoli e compiti. La seconda è la capacità di rilanciare – a tutela del rapporto con la difesa del risparmio e dei risparmiatori – un percorso che veda in alcuni aspetti una miglior tutela dei risparmiatori, a partire da quelli più deboli e meno preparati.

La prima è un percorso di semplificazione di tutti gli elementi informativi, la seconda è un sostegno al processo di educazione finanziaria che possa arrivare a progetti capaci di coinvolgere studenti, operai, pensionati. Ricordo che siamo uno dei Paesi più arretrati sul piano finanziario e sull’utilizzo delle carte di credito. Pur essendo quelli che hanno il più alto tasso di risparmio e anche di titoli detenuti dai risparmiatori. Terzo, il riavvio degli scenari probabilisti a tutela anche dell’acquisto di prodotti finanziari che sia in grado di dare quella garanzia in più che invece abbiamo visto che in realtà di crisi, penso alla Popolare di Vicenza o di Etruria, sarebbe stata certamente utile e che purtroppo non c’è stata. Misureremo nel lavoro e nell’azione concreta. Sono convinto che vista la storia e le caratteristiche del nuovo Presidente possiamo di sicuro attenderci buoni risultati anche sul piano sindacale.

Domanda: veniamo alla Cgil. Martedì scorso c’è stato un incontro tra i Segretari Generali delle categorie in Confederazione per analizzare il voto del 4 marzo. Puoi dirci cosa è uscito in questo incontro?

Risposta: direi che iniziato un lavoro. Non si è potuta fare una discussione approfondita. L’inizio di questo lavoro prosegue un’attività che avevo iniziato io stesso come Presidente dell’Ires con l’Osservatorio sul voto del lavoro dipendente. E quel che emerge è un elemento di per sè interessante perchè, mentre da un lato conferma che una parte importante, il 33% degli iscritti alla CGIL ha votato il Movimento 5 stelle, dall’altro, insieme ad una crescita di astensione emerge anche che il 35% ha però votato il centro sinistra del Partito Democratico e l’11% ha votato Liberi e Uguali. Il che, guardando alla situazione effettiva dice che circa 75-80% si colloca in un’orbita tra sinistra, centro-sinistra e una confluenza del Movimento 5 stelle di cui avevamo già avuto delle avvisaglie nel 2013, quando segnalai che tra gli operai il voto a Grillo aveva superato quello alla Lega. Quale è il messaggio che ci propone? Uno è immediato e uno di prospettiva. Nell’immediatezza dice che anche i nostri iscritti collocandosi in questa dimensione, se si dovesse costruire una soluzione di alleanza di Governo – pur transitorio – di sicuro hanno una propensione maggiore ad una eventuale contratto di programma tra 5 stelle e centro-sinistra che non ovviamente con la destra sovranista e in parte razzista. Il secondo dato è che pur avendo subito una sconfitta storica, sinistra e centro-sinistra, ci viene detto che pure continua ad esserci uno zoccolo consistente, una base importante tra Partito democratico e Liberi e Uguali si ha quasi il 50%. E quando hai il 50% degli iscritti che sono collocati in un certo modo non puoi limitarti a prendere atto della realtà. Da qui la necessità, a mio parere, che chi teorizza come me che si deve stare in campo con la nostra autonomia, con il nostro mestiere e facendolo bene, aprendo però una sorta di laboratorio politico perchè si concorra insieme ad altri ad una ricostruzione di una sinistra e di un centro- sinistra in Italia. Questo è un compito che non spetta solo ad altri, ma compete anche a noi. In termini di militanza individuale nel lavoro e nell’attività di ricostruzione. Bisogna che i dirigenti della CGIL tornino nei partiti della sinistra e del centro-sinistra a svolgere un ruolo – forse non saremo sempre amati ed apprezzati – ma ci compete questa funzione. Secondariamente a svolgerlo in termini collettivi proprio con il rapportarsi delle nostre proposte sociali che sono al centro dell’attività congressuale, della Carta dei Diritti, al Piano del Lavoro, alla proposta sul fisco.

Insomma quando sostengo che bisogna mettere in campo un’idea di cui il Piano Straordinario per il Lavoro ai Giovani diventa una priorità e la riduzione di 100 euro di tasse al mese per il lavoro dipendente tramite detrazioni fiscali da accompagnare con una severa lotta all’evasione, dico due cose in cui, oltre che ragionare su proposte di altri, stiamo in campo con quella che è una strategia per cui come CGIL ci siamo mobilitati. Adesso deve vivere nell’ambito della discussione congressuale.

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