Mattarella: “bene comune” superi “interessi di parte”. M5S e Di Maio attaccano Renzi, “come D’Alema”. Martina attacca i sindacati e Maroni consiglia il voto il 7 ottobre

Mattarella: “bene comune” superi “interessi di parte”. M5S e Di Maio attaccano Renzi, “come D’Alema”. Martina attacca i sindacati e Maroni consiglia il voto il 7 ottobre

Dopo lo tsunami renziano che dalla performance televisiva di domenica sera ha investito la politica italiana, facendo saltare il banco e il tavolo dove è appoggiato, anche nella giornata del Primo Maggio si continua a parlare e lanciare segnali, in attesa di quanto deciderà il Pd nella direzione convocata per giovedì 3 maggio. Al seguito della quale, venerdì, il Presidente della Repubblica dovrebbe rendere nota la sua decisione su come sciogliere l’intricata matassa della formazione del governo. Intanto, Mattarella, alla cerimonia per la festa del Lavoro al Quirinale, e durante la consegna delle stelle al Merito, senza perdere il suo stile molto sobrio, ha avvertito che “non mancano difficoltà nel nostro cammino. Tuttavia, dove c’è il senso di un destino da condividere, dove si riesce ancora a distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte, il Paese può andare incontro con fiducia al proprio domani”. Parole chiarissime, che esortano alla responsabilità le forze politiche e ad abbandonare ogni egoismo di parte. A chi si riferiva Mattarella? Evidentemente, a coloro i quali antepongono “interessi di parte” al “bene comune”. Di certo, saranno fischiate le orecchie a molti leader, colpevoli di questa imbarazzante fase di stallo istituzionale, oltre che politico. Il richiamo di Mattarella è insomma tipico della cosiddetta moral suasion esercitata sulle forze politiche. Si tratta di capire se avrà successo, nei prossimi decisivi giorni. In caso di risposta negativa cosa accadrà? Qui la fantasia si può sbizzarrire davvero con formule e formulette istituzionali, al punto che ci vorrà molta sagacia da parte del Colle per dare impulso e velocità a una decisione che è solo nelle sue mani.

Per i 5 Stelle, Renzi fa come D’Alema, il segretario “nell’ombra”. Di Maio: al voto subito

E a oltre 24 ore dal “no” di Matteo Renzi ad un’alleanza di governo sui temi, non si placa l’ira del M5S nei confronti dell’ex segretario Dem. Nel post del Primo Maggio dedicato alla Festa del Lavoro, non è un caso che Luigi Di Maio faccia riferimento alla necessità di rivedere il Jobs Act mentre, a quanto si apprende, tra i parlamentari del Movimento si osserva come Renzi si stia comportando “in maniera identica a colui che ha sempre criticato, ovvero D’Alema”. Renzi, insistono gli esponenti del Movimento, cerca di “dirigere il Pd nell’ombra, proprio come faceva D’Alema da non segretario”. Nel post, Luigi Di Maio insiste sulla richiesta di tornare alle urne: “Andiamo al voto il prima possibile”, scrive il leader M5s. “I partiti – spiega Di Maio parlando della Festa del lavoro – riempiranno questa giornata con frasi fatte, slogan e auspici sul lavoro e sull’articolo 1 della Costituzione. Sono solo parole. La verità è che se non interveniamo subito il lavoro in Italia diventerà sempre più sottopagato e precario”. Secondo Di Maio, “va rivisto il Jobs act, vanno rifondati i centri per l’impiego e va assicurata una pensione dignitosa a chi ha lavorato una vita con la revisione della Fornero e la pensione di cittadinanza. Sono tutte cose – prosegue il leader M5s – che eravamo pronti a inserire nel contratto di governo per cambiare finalmente l’Italia. Sono cose di buon senso che si potevano realizzare e noi ci abbiamo provato per 55 giorni con tutte le nostre forze. Ma sono tutte cose che gli stessi partiti che oggi vi riempiranno di auspici e moniti si sono rifiutati di fare perché hanno preferito tenersi stretti Berlusconi e Renzi piuttosto che cambiare tutto”.

Nel Pd, invece di replicare all’affondo di Di Maio, si preferisce il dibattito interno, con velenosi botta e risposta. Poi però Martina attacca i sindacati. Perché?

All’affondo di Di Maio contro il Pd, i dirigenti di quest’ultimo preferiscono non replicare, non giudicando i 5 Stelle più nemmeno degni di una risposta. Si continua dunque a polemizzare all’interno, lanciando segnali e messaggi. Il segretario reggente Maurizio Martina, a Prato per la manifestazione nazionale dei sindacati sulla sicurezza, ha risposto così ai giornalisti che gli chiedevano come si sentisse: “il problema non è come mi sento io, ma come sta il Partito democratico. Io faccio il mio mestiere e sicuramente continuerò, ma ho bisogno di fare un lavoro di squadra”. Inoltre, “come ho sempre detto – ha aggiunto -, io non riesco a immaginare il lavoro di un segretario fuori dalla collegialità, dall’idea di una squadra, nel pieno rispetto delle opinioni di tutti, però poi marciando uniti. Chiedo questo e penso che le condizioni ci siano, però bisogna ovviamente guardarsi negli occhi e sapere che se si fa questo mestiere non lo si fa per un’ora, lo si fa tutti insieme sempre”. Un modo abbastanza tortuoso per invitare Matteo Renzi e i suoi a più miti consigli, e ad adeguarsi a scelte unitarie? E quali sarebbero? Certo è che dopo la sua partecipazione alla manifestazione, Martina ha scritto un post su Facebook, nel quale dopo aver fatto l’elenco delle cose da fare per il lavoro, per quello che c’è e per quello che manca (ma non è stato ministro della Repubblica per 5 anni?), si permette pure di fare la lezioncina al sindacato, proprio nella giornata in cui quest’ultimo denunciava l’enorme, epocale questione della sicurezza, con l’escalation dei morti sul lavoro. Nel post Martina scrive: “e in un tempo in cui siamo sempre più nodi individuali di una rete, c’è bisogno di innovare anche il ruolo dei sindacati. Perché fare sindacato oggi vuol dire stare nella modernità, non solo evocare una storia gloriosa”. Francamente, il segretario reggente del Pd poteva risparmiarsela, la pessima e inopportuna lezioncina, anche perché, e forse non è un caso, ricorda le parole usate da Luigi Di Maio sulla necessità di innovare il sindacato. Di certo, Martina dovrà dare spiegazioni su quella frase, sbagliata nella premessa, “nodi individuali di una rete”, e pessima nelle conclusioni. Certo, conferma la diagnosi di Guglielmo Epifani (più ampiamente riportata nell’articolo del direttore Cardulli su questo stesso giornale), per il quale “ad aver irriso al ruolo dei corpi sociali e segnatamente al ruolo del sindacato è stato l’errore più grande fatto dal  Pd di Renzi”. E nel Pd renziano c’era anche Martina.

Zanda: “Renzi abbandoni il campo”. Andrea Romano: “contro Renzi rivolta d’apparato”

Quanto al dibattito interno, si susseguono gli interventi delle opposte tifoserie. Luigi Zanda, potente ex capogruppo Pd al Senato nella scorsa Legislatura, oggi ha attaccato direttamente Renzi: “Penso che Martina abbia ragione, l’atteggiamento di Renzi fa molto male al Pd. Oggi i partiti personali sono di moda ma in tutto il mondo funzionano fino a quando il leader vince. Quando si perde in un referendum, alle regionali, alle amministrative, alle politiche, si dimezzano i consensi, i partiti personali perdono”. E “Quando ci si dimette bisogna abbandonare il campo”, sottolinea. Ed è proprio come dice quel proverbio (lo scriviamo non certo per prendere una posizione pro o contro Renzi, ma per segnalare qualche contraddizione): la vittoria ha tanti padri, la sconfitta nessuno. Dalla parte opposta, dei filo renziani, è Andrea Romano ad attaccare i tifosi di Martina e Franceschini: “Ho trovato un po’ triste la rappresentazione che ha offerto il vertice del Pd. Emiliano e Franceschini mi sono sembrati molto sopra le righe. Contro Renzi c’è stata una rivolta di apparato. Del resto Renzi aveva già espresso le sue opinioni. Renzi si è sempre dimesso con grande rigore. Ma Renzi non può dimettersi dalle sue opinioni. E se i nostri elettori non vogliono l’alleanza con il M5S noi dobbiamo rappresentarli”. Mancano ancora tante ore alla direzione. Per i comunicati delle opposte fazioni non finisce certo qui.

E Maroni dà consigli a Salvini e Di Maio: “fate la legge elettorale a doppio turno e poi al voto il 7 ottobre”

“Consiglio ai due giovani leader Salvini e Di Maio di prendere in mano la situazione e fare un accordo per riscrivere subito la legge elettorale con premio di maggioranza e doppio turno”, afferma Roberto Maroni intervistato da Formiche.net sugli scenari di governo. Secondo l’ex ministro dell’Interno, solo dopo una legge elettorale si potrà tornare alle urne. “La data buona è domenica 7 ottobre – spiega – con una legge elettorale votata da Lega e M5S”. E quanto al centrodestra lancia una proposta: “Si potrebbe pensare a una Forza Lega con Salvini premier, sarebbe un modo per tenere tutto insieme”.

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