Alberto Benzoni. L’Europa, parliamone

Alberto Benzoni. L’Europa, parliamone

Ricordo una fotografia apparsa sul Mondo nei primi anni cinquanta. Mostrava un gruppo di giovani federalisti, italiani e francesi intenti ad abbassare le sbarre di confine. A simboleggiare lo spirito di Ventotene: l’inizio del cammino verso quegli Stati uniti d’Europa, da costruire sulle rovine di quelli nazionali, responsabili di due guerre mondiali e di ogni altra possibile nefandezza.

Ma mostrava anche, tutt’intorno e a sorridere in segno di approvazione, rappresentanti dei sullodati stati a rappresentare concretamente il fatto che la costruzione europea sarebbe avvenuta non contro ma con il loro concorso e nei limiti da questi consentiti. Di ciò erano consapevoli gli stessi federalisti che si sarebbero, da allora in poi (e in particolare dopo il naufragio della comunità europea di difesa) limitati ad un’azione di lobbying in tutte le sedi opportune evitando in ogni modo di sottoporre il loro progetto ad un qualsivoglia giudizio popolare.

Successivamente, i costruttori dell’Europa, che operassero a Bruxelles o nelle varie capitali, convennero sul fatto che l’Europa politica era impossibile da raggiungere per vie politiche e a viso aperto; e ne trassero la conclusione che l’unico modo per conseguirla era di partire dall’economia procedendo gradualmente e, come dire, di soppiatto. “Da cosa nasce cosa”- così pensavano- “fino ad arrivare al momento in cui, oplà, potremo passare dall’economia alla politica, quasi senza accorgercene. E in cui gli stati potranno accettare di suicidarsi senza problemi”.

Una doppia missione impossibile, anche perchè mai non dico realizzata ma nemmeno tentata in precedenza.

Perchè ricordare tutto questo? Per due ragioni. Perchè occorre capire, una volta per tutte, che il fallimento del progetto era iscritto nel suo stesso concepimento. Ma anche e soprattutto perchè la paralisi del processo di integrazione porta al ritorno prepotente degli stati sovrani e dei loro diversi disegni, in un gioco che è a somma zero e che anzi tende ad esserlo sempre di più. Perchè ci sono degli stati che sono molto più sovrani di altri e che tendono ad avvalersi sino in fondo della loro condizione. E ce ne sono altri che considerano il sovranismo una colpa sino a rinunciare in anticipo alla sovranità di cui dispongono.

Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando, in quest’ultimo caso, dell’Italia. Di un paese che subisce senza reagire: una politica economica e finanziaria europea tagliata su misura sulle esigenze della Germania e a suo danno; una politica estera e di difesa che, nella totale assenza dell’Europa politica si è costruita sull’asse Washington-Londra-paesi dell’Est; una politica mediorientale fondata sui diversi avventurismi e in radicale contrasto con quella perseguita da tutti i nostri governi; una politica migratoria, questa sì europea, che sembra fatta apposta per impedirci non dico di gestire ma quantomeno di controllare questo processo, scaricandone su di noi tutto l’impatto; e potremmo continuare.

Subire senza reagire non ci aiuta, anzi. Perchè continuiamo ad essere, diciamo così, un paese in libertà vigilata, continuamente oggetto, unico caso in Europa, di richiami all’ordine (cui non manchiamo mai di fare eco), gravato da colpe inespiabili, dal debito alla presenza di populismi d’ogni ordine e grado. Siamo e rimaniamo, nonostante tutti i nostri sforzi, quello che si chiamava un tempo, “l’uomo malato” nell’ordine europeo; con la sola differenza, rispetto all’impero ottomano di un secolo fa, che non possiamo essere eliminati.

“Too big to fail”, insomma; vale per una multinazionale perchè non dovrebbe valere per l’Italia?

Ora, questa condizione di debolezza può anche diventare una condizione di forza. Perché se non possiamo né dobbiamo essere salvati da qualcun altro, possiamo salvarci da soli. E non invocando soluzioni miracolose tipo “uscita dai trattati”, rinegoziazione dei medesimi o “più Europa” che o non sono alla nostra portata o non sono all’ordine del giorno o aggraverebbero la nostra situazione; ma partendo da quella vera e propria linea del Piave che è la rivendicazione della nostra sovranità: ovvero, della possibilità di decidere in casa sulle cose che ci riguardano e di difendere i nostri interessi sul piano internazionale.

So bene che a sinistra la parola puzza di zolfo. Resta però il fatto che la cosa esiste e resiste; che rimane il luogo deputato per l’esercizio dei diritti democratici; e che è sarà, da oggi in poi, il luogo della resistenza nei confronti di un ordine internazionale ingiusto e pericoloso.

E so anche bene che è impossibile cambiare quest’ordine in un paese solo. Resta però il fatto che bisogna cambiarlo; e che il messaggio che in tal senso potrà venire dall’Italia e da una sinistra sovranista dovrà, sin dall’inizio, coinvolgere altre forze politiche in altri paesi. Dopo tutto la parola internazionalismo – che ci appartiene – può benissimo essere usata anche con la lineetta. E senza perdere nulla del suo significato.

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