Ilva. Calenda perde le staffe, accusa i sindacati di “populismo”. Ministro e vice incapaci di concludere positivamente la vertenza. Rispondono Camusso, Re David, Palombella, Emiliano, il vescovo di Taranto, Fassina (Leu)

Ilva. Calenda perde le staffe, accusa i sindacati di “populismo”. Ministro e  vice incapaci di concludere positivamente la vertenza. Rispondono Camusso, Re David, Palombella, Emiliano, il vescovo di Taranto, Fassina (Leu)

Calenda è il ministro, ora a fine percoso, noto per autoelogiarsi, sempre e comunque, salvatore, a suo dire, di aziende in crisi, sul tavolo del ministero per lo Sviluppo ce ne sono ben 160, forse più, che  attendono una soluzione per crisi che durano da anni e vertenze ancora aperte. Il ministro che, considerando il Pd una azienda, forse in questo caso ha ragione, si è iscritto al partito di Renzi Matteo, ancora il vero segretario, per salvarlo ma ha preso una sonora batosta, non poteva accettare di andarsene da sconfitto dal Mise. Come lui la viceministro Bellanova, che ha seguito in prima persona la trattativa con Arcelor Mittal, non ha trovato di meglio che definire la proposta del governo “un ottimo punto di mediazione perché non lascia solo nessuno dei lavoratori e costruisce un quadro d’azioni, con il vincolo per i soggetti coinvolti, che addirittura può essere implementato anche con l’ulteriore contributo del futuro Governo e delle istituzioni territoriali. Vorrei fosse ben chiaro, e dovrebbe esserlo a tutti coloro che hanno i piedi ben piantati nella realtà, che l’alternativa a questo non è il paese delle meraviglie ma il rischio di una lacerazione sociale. Una lacerazione che la proposta del Governo ha l’obiettivo di impedire”. Davvero una bella faccia tosta. Basta leggere il testo della proposta avanzata dal governo ai sindacati per rendersi conto che la realtà è ben diversa. Ci crede solo il segretario reggente del Pd, Martina, il quale afferma che “il lavoro del governo è di grande rilevanza”. Viene da chiederci se “è di grande rilevanza” quanto afferma Calenda il quale accusa i sindacati di “populismo”. Non solo. “C’è solo il no a tutto – afferma in una dichiarazione – la verità è che si sono messi tutti (i sindacati confederali, ndr) a inseguire l’Usb, Uilm e Fiom in testa”.

Calenda e Bellanova forse ignorano – la viceministro venendo dalla Cgil  ha dimenticato, da tempo, le sue origini – che esiste un consiglio di fabbrica, che i lavoratori hanno una testa per pensare, che Fiom, Fim, Uilm non sono diretti da scavezzacolli in cerca di notorietà. Il ministro accusa Barbagallo il segretario generale della Uil di non aver letto la proposta di accordo del governo. “Andare avanti all’infinito non si può. Il governo è intervenuto dopo 32 incontri infruttuosi tra impresa e sindacati”. Dimentica che proprio il suo ministero, lui stesso e la sua vice, hanno più volte negato l’esistenza di un contratto  siglato dal Commissario che ha in gestione l’azienda,  espressione del ministero per lo Sviluppo, con Arcelor Mittal che, guarda caso, è simile alle proposte avanzate dal ministro ai sindacati. “Non è la nostra trattativa” avevano affermato il Consiglio di Fabbrica, Fiom, Fim e Uilm proprio alla vigilia dell’apertura del tavolo di confronto presso il Mise. Calenda termina il suo show, invitando i sindacati a “dare informazioni corrette ai lavoratori”. Un’offesa, venendo da un ministro, pur di un governo che ne ha combinate di tutti i colori che ha suscitato dure risposte da parte dei sindacati i quali, a partire da Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, con Francesca Re David, segretario generale della Fiom Cgil e Rocco Palombella, puntualizzano le posizioni in campo.

Sferzante la riposta di Susanna Camusso. Il ministro Calenda – dice – “era assolutamente cosciente, quando faceva una proposta che non rispondeva alle nostre condizioni, che si sarebbe trovato di fronte a un diniego  perché questo è l’oggetto di una discussione con l’azienda, una discussione difficile perché non c’è nessuna ragione al mondo per decidere che intanto bisogna diminuire organici. Non si  capisce perché –  in ragione dei tempi della politica – noi dovremmo dire ai lavoratori che invece di essere acquisiti dalla nuova società sono licenziati”.  “Il ministro Calenda – conclude – sapeva bene, perché glielo andiamo dicendo da mesi, che c’erano tre questioni fondamentali per poter raggiungere un’intesa: il passaggio a Mittal di tutti i lavoratori, la salvaguardia del loro rapporto di lavoro e la salvaguardia delle retribuzioni”.

Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, sottolinea che “governo e azienda non hanno mai tenuto conto delle posizioni del sindacato. Una trattativa non si misura dal numero di incontri, soprattutto, se questi sono finti. Non accettiamo né una diminuzione dell’occupazione a fronte di un aumento della produzione, né un ridimensionamento di diritti e salari per i lavoratori, come abbiamo detto dal primo giorno”, ribadisce sottolineando come una trattativa vera “non è incontrarsi ma entrare nel merito delle questioni”. E in tutti questi mesi, aggiunge, “non c’è mai stato un cambio di posizioni da parte di ArcelorMittal e del Governo. La proposta che ci è stata presentata ieri nella sostanza ripropone punti e condizioni che il Governo aveva già negoziato con ArcelorMittal e che da ormai diversi incontri viene riproposta alle organizzazioni sindacali come possibile accordo. E ieri è stato riconfermato che Mittal intenderebbe assumere solo 10 mila lavoratori e arrivare a fine piano nel 2023 con 8.500. È impensabile produrre 9 milioni e mezzo di tonnellate di acciaio con 4 mila lavoratori in meno”, prosegue bocciando anche “l’inaccettabile ipotesi di una società mista per esternalizzare, tra l’altro, non si sa neanche cosa”.

Palombella, segretario generale della Uilm, sottolinea che “dopo aver ricevuto la proposta di accordo ci siamo resi conto che c’erano questioni che andavano analizzate e approfondite  come quella per esempio della riduzione di circa il 7% del salario relativamente al premio di risultato. Ma non ne abbiamo avuto l’opportunità perché ci è stato chiesto un sì o un no definitivo da Calenda. AM InvestCo dal canto suo non ha fatto nessun passo avanti. Come si può affermare – prosegue – che tutti e 4mila che non saranno assunti avranno un’opportunità di lavoro a tempo indeterminato considerando che è prevista una tutela occupazionale soltanto per 10mila lavoratori? I lavoratori del sistema degli appalti come saranno garantiti?”, si domanda. “È vero che secondo la proposta di Calenda nell’arco del piano non possono esserci licenziamenti, ma noi abbiamo chiesto che tutti i lavoratori che rimarranno ancora in amministrazione straordinaria vengano assunti da Mittal a fronte della ripresa produttiva” ribadisce Palombella. “Chiediamo che prevalga il senso di responsabilità da parte di tutti – aggiunge – Al di là che il vincolo dell’accordo sindacale sussista o meno noi siamo ancora intenzionati a concordare con l’azienda le modalità di trasferimento di tutti i lavoratori dell’ILVA nella nuova società, per garantire loro il massimo delle tutele e delle garanzie salariali e normative”, conclude Palombella.

Emiliano: Calenda ha fallito. Fassina: l’ambiguità del governo

Interventi anche del presidente della Regione Puglia, Emiliano, il quale sottolinea che “Calenda ha fallito. Ieri – prosegue – non ho detto nulla volevo che tutta l’Italia capisse che Calenda è andato a sbattere contro un muro di cemento. Ha fallito perché non ha la percezione di quello che succede nell’Ilva, come probabilmente non ce l’ha anche in altre vertenze che non ha risolto”. Interviene anche Stefano Fassina, deputato di Liberi e Uguali, componente della Commissione speciale di Montecitorio il quale afferma che “le conseguenze sul lavoro del piano industriale di Arcelor Mittal erano note da Giugno 2017 e sottoscritte dal Governo anche se il Ministro Calenda, in risposta ad una nostra interrogazione del 18 Ottobre scorso, derubricò l’atto firmato dai commissari a mera ‘lettera di procedura’. È evidente l’ambiguità con la quale il governo si è mosso su due tavoli paralleli: quello con Arcelor Mittal da una parte e quello con le organizzazioni sindacali. Era inevitabile –prosegue – che, con tale metodo, si arrivasse allo scontro. L’Ilva è un pilastro insostituibile del nostro sistema manifatturiero. La trattativa va ripresa subito, come hanno chiesto i sindacati. M5S e Lega che, dalle dichiarazioni fatte, appaiono su sponde opposte per il futuro di Ilva, dovrebbero rapidamente trovare una posizione comune e renderla utile al fine di salvaguardare lavoro e salute, a cominciare da Taranto”.

Il vescovo di Taranto. Fermare la devastazione ambientale, salvaguardare i posti di lavoro

Sulla questione Ilva è “vitale riprendere il dialogo”. Il vescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, che è anche a capo della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, lancia un nuovo appello dopo l’epilogo della vicenda e, in un’intervista all’AdnKronos, si dice pronto ad aiutare la ripresa di una trattiva “realistica”, anche sedendosi al tavolo con i sindacati. Ricorda le priorità: “Il primo aspetto è portare avanti il dialogo, fermare la devastazione ambientale, salvaguardare i posti di lavoro, fare i passi necessari per non avere esuberi. E poi c’è il discorso dei diritti acquisiti: su questo ci può essere dialogo, considerando però che non si possono azzerare i diritti guadagnati in tanti anni di lavoro”. Santoro dice con chiarezza: “Quel che denoto sempre è che non fa bene a nessuno l’incertezza. Dobbiamo fare di tutto per superare la situazione incerta indicando le esigenze fondamentali, che sono quelle di mantenere i livelli occupazionali”.

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