Germania. La Baviera al voto in ottobre con il pericolo di deriva a destra, sia della Csu, mediante forme di integralismo religioso, che di Afd, che potrebbe ottenere risultati storici

Germania. La Baviera al voto in ottobre con il pericolo di deriva a destra, sia della Csu, mediante forme di integralismo religioso, che di Afd, che potrebbe ottenere risultati storici

Il prossimo appuntamento elettorale in Germania – il rinnovo del parlamento bavarese, previsto per il 14 ottobre – ha un’importanza che supera i confini geografici e politici della consultazione locale. La posta in gioco non riguarda solamente chi governerà uno dei Länder più grandi e ricchi del paese, ma minaccia di ridefinire anche i futuri equilibri nel panorama della destra tedesca.

Lo Stato libero di Baviera è una regione tradizionalmente conservatrice, da sempre – eccetto una brevissima parentesi negli anni Cinquanta – governata dal Partito cristiano-sociale (CSU), costola locale e di ispirazione cattolica della CDU. La Baviera è anche tra i principali laboratori della destra tedesca, dove più feroce fu l’opposizione anti-democratica alla repubblica di Weimar, dove nacque e proliferò il primo nazismo, dove crebbero i più tenaci paladini dell’anti-comunismo nel secondo dopoguerra e dove, infine, sono radicati movimenti neonazisti estremamente pericolosi, come i cosiddetti Reichsbürger, che considerano illegittima la Repubblica federale e proclamano la restaurazione dell’impero tedesco nei confini del 1937. Le prossime elezioni bavaresi, tuttavia, potrebbero rivelarsi un’amara sorpresa per il partito di governo. Secondo i sondaggi, la CSU oscillerebbe tra il 37 e il 44%, una percentuale che, nelle peggiori prospettive, la costringerebbe a una ampia e difficile coalizione di governo con i Freie Wähler (6-7%) e i liberali dell’FDP (5-7%). La ragione è, come già nelle consultazioni federali, l’ascesa della AfD, attestata su quote superiori al 10% e ormai diretta competitrice della CSU tra l’elettorato ultra-conservatore.

La religione come arma politica

La strategia della CSU per riconquistare consensi si è tradotta sostanzialmente in un ulteriore scivolamento a destra, rincorrendo l’AfD sul terreno del nazionalismo, dell’identitarismo culturale e della lotta contro l’immigrazione. Durante la campagna elettorale dell’estate del 2017, il partito cristiano-sociale ha marcato le proprie differenze rispetto alla CDU di Angela Merkel, mentre quest’ultima ha dovuto pagare lo scotto alla fronda bavarese, concedendo alla CSU alcuni ministeri di primaria importanza. La nomina di Horst Seehofer – presidente dei ministri della Baviera fino allo scorso marzo – a ministro degli interni del governo federale ha portato alla guida della regione Markus Söder, ex ministro delle finanze bavarese, sanguigno oppositore di Merkel ed esponente dell’ala più intransigente della CSU.

Il compito di Söder è abbastanza semplice, e consiste nel riportare la CSU alle glorie passate – quando, ad esempio, nel 2003 superò il 60% dei consensi locali – o, quantomeno, nell’arrestare il declino del partito, riguadagnando i favori dell’elettorato bavarese e marcando il proprio carattere conservatore rispetto alla linea “socialdemocratica” della cancelliera. Söder non ha atteso molto per avviare la campagna elettorale, rendendosi protagonista di iniziative e dichiarazioni controverse, che lo hanno portato al centro del dibattito pubblico degli ultimi mesi. Eloquente testimonianza della strategia di Söder è la proposta, avanzata alla fine di aprile, di rendere obbligatoria l’esposizione del crocifisso in tutti gli uffici pubblici e nelle scuole, considerandolo al pari di un simbolo che esprime «l’identità e la carattere storico-culturale della Baviera».

La polemica non è affatto nuova, né al di fuori dei confini tedeschi né nella stessa Baviera – dove negli anni Novanta un dibattito simile coinvolse perfino la Corte costituzionale. Tuttavia, nella situazione attuale, la proposta di Söder pare andare in direzione contraria rispetto alle misure intraprese da altri Länder tedeschi che, in nome della neutralità dello Stato in materia religiosa e prendendo spesso le mosse dalla questione del velo islamico, prevedono il divieto di esporre qualsiasi simbolo confessionale negli uffici pubblici.

Uno scontro sul concetto di civiltà

Le reazioni alla proposta di Söder non si sono fatte attendere. Come prevedibile, SPD, Grüne e Linke hanno condannato duramente la proposta, mentre perfino i vertici della FDP l’hanno ritenuta inaccettabile, definendola un «primo errore capitale» e lasciando intendere come una futura alleanza con l’anima anti-liberale della CSU possa risultare oltremodo difficoltosa. La linea di Söder ha tuttavia intercettato il favore del proprio partito, assieme a una generica espressione di solidarietà da parte della CDU. Erwin Huber, ex-segretario dei cristiano-sociali, l’ha definita una proposta «coraggiosa ma anche necessaria», poiché la CSU non può permettersi di lasciare i temi identitari alla AfD e all’estrema destra. Significativa è tuttavia la presa di posizione del clero tedesco. Il cardinale monacense Reinhard Marx, capo della Conferenza episcopale tedesca, ha infatti pubblicato il 30 aprile una lettera aperta sulle colonne della Süddeutsche Zeitung affermando come il crocefisso sia «un simbolo da opporre alla violenza, all’ingiustizia, al peccato e alla morte, ma non contro altri uomini» e che «se si considera la croce solo un simbolo culturale, si fraintende il suo significato». Sulla stessa linea si sono inoltre posti anche i vertici della chiesa evangelica.

Le affermazioni di Marx hanno irritato notevolmente gli ambienti conservatori bavaresi, i quali hanno ricordato come il prelato, appena tre anni fa, abbia difeso pubblicamente la presenza del crocifisso nelle scuole e nei tribunali, aggiungendo come sia «abbastanza sorprendente che un cardinale non stia più dalla parte della croce». Invero, non si tratta ovviamente di questo, bensì del fatto che buona parte delle gerarchie cattoliche intravedono i pericoli insiti nell’equazione tra culture e religioni, ben diversa dal riconoscimento delle radici cristiano-giudaiche dell’Europa, soprattutto laddove le culture sono ridotte alle religioni in una visione del mondo appiattita sullo “scontro di civiltà” – una visione che proprio in Baviera ebbe una delle sue formulazioni più celebri, con l’opera di Oswald Spengler, e che contraddice tanto l’idea di ecumenismo quanto quella stessa di cattolicesimo.

Prove generali di un’alleanza?

La polemica sollevata da Söder, per quanto surreale, è il mero epifenomeno di un problema politico ben più concreto. Rilevando un’adesione trasversale nella destra tedesca al più retrivo identitarismo culturale, solleva infatti un interrogativo sui possibili esiti delle elezioni bavaresi e sui contraccolpi che esse possono avere sul piano federale. L’impostazione che la CSU sta dando alla campagna elettorale annulla le differenze tra i cristiano-sociali e la AfD, mentre ampia il solco che li separa dai loro possibili alleati, in primo luogo i liberali della FDP. Gli equilibri partitici vigenti nella Repubblica federale – quello che possiamo chiamare il merkelismo – si basano sul rifiuto di ogni compromesso con le forze di estrema destra e sull’ostruzionismo verso qualsiasi partecipazione di queste ultime alla gestione della cosa pubblica. Ciò nonostante, un eventuale disastro elettorale della CSU potrebbe ipoteticamente condurre il partito bavarese a rivedere tale linea politica e optare per un’alleanza di governo con il movimento programmaticamente più vicino – ovvero, nelle condizioni attuali, proprio l’AfD.

Si tratta indubbiamente di un’ipotesi remota, che nessuno ammetterebbe pubblicamente e che, soprattutto, rischierebbe di mettere in crisi lo storico sodalizio tra CDU e CSU. Tuttavia non mancano, neppure tra le file dei cristiano-democratici, coloro che guardano con favore a un accordo con le frange moderate del movimento populista, mentre – sia per la tradizione politica locale, sia per le spiccate differenze regionali che caratterizzano l’AfD – se c’è un luogo dove un simile accordo è possibile, questo sarebbe certamente la Baviera. In tal caso, il merkelismo collasserebbe definitivamente su se stesso.

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