Andrea Pertici. Le riforme istituzionali nel contratto di governo. Alcune luci e una scura ombra, preoccupante: il mandato imperativo

Andrea Pertici. Le riforme istituzionali nel contratto di governo. Alcune luci e una scura ombra, preoccupante: il mandato imperativo

Si parla molto, in questi giorni, del “contratto di governo”, stipulato tra il Movimento cinque stelle e la Lega, ripreso dall’esperienza tedesca, dove dal dopoguerra si sono sempre formati governi di coalizione, sostenuti da partiti che hanno indicato in un koalistionsvertrag il metodo con cui si apprestavano a regolare i loro rapporti nella condivisione delle responsabilità di governo e i punti da sviluppare durante il mandato di governo. Naturalmente l’accordo non incide sull’assetto costituzionale, per quanto in Germania possa ormai considerarsi una prassi.

A differenza di quanto detto in questi giorni, questo metodo non desta alcuna preoccupazione costituzionale, né rappresenta nessuna rottura, anzitutto perché si pone al di fuori e in una fase precedente ai passaggi costituzionali di nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, dei ministri, da parte del Presidente della Repubblica. In sostanza, date le forti divergenze fra i tre principali schieramenti usciti dalle elezioni, il contratto cerca di costruire una maggioranza politica, dopo il fallimento delle due principali opzioni, esplorate dai Presidenti delle Camere.

Il merito del contratto, che è molto ampio anche se non sempre preciso (ad esempio, in merito al conflitto d’interessi, su cui le proposte dei cinque stelle erano assai migliori). Nella parte su “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” ci sono molte cose positive, a partire dall’abbandono delle “grandi riforme” proposte dai Governi Berlusconi e Renzi, con la sonora bocciatura degli elettori, in entrambi i casi. Si legge infatti, che sul punto «si rivela necessario un approccio pragmatico e fattibile, con riferimento ad alcuni interventi limitati, puntuali, omogenei, attraverso la presentazione di iniziative legislative costituzionali distinte ed autonome», secondo un’impostazione che avevamo suggerito ne “La Costituzione spezzata” (Lindau, 2016) e alla quale il Movimento cinque stelle sembrerebbe avere convertito la Lega.

Tra le singole proposte, certamente è apprezzabile la riduzione del numero dei parlamentari, di cui si mantiene l’elezione a suffragio diretto, così come il rafforzamento degli istituti di democrazia diretta, attraverso l’eliminazione del quorum di partecipazione per il referendum abrogativo, la necessaria calendarizzazione delle iniziative legislative popolari e la loro possibile approvazione con referendum. Colpisce, invece, una certa genericità in tema di autonomie, anche considerata la presenza della Lega. La nota più stonata – e sinceramente preoccupante – invece, è il passaggio in cui si dice che «occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo».

Ora, il divieto di mandato imperativo, tipico delle Costituzioni delle democrazie di derivazione liberale, è una cifra della stessa rappresentanza politica, che si distingue da quella di diritto privato, proprio per l’assenza di un mandato rigido tra rappresentante e rappresentato. E, in effetti, sembra si possa ritenere – come già sostenuto dalla dottrina più attenta – che questo sia un principio fondamentale del nostro ordinamento costituzionale, che come tale non sarebbe modificabile neppure attraverso il procedimento dell’art. 138. Per questo sarebbe certamente consigliabile l’eliminazione di questo passaggio, che, per come formulato, va anche oltre i limiti al passaggio tra gruppi parlamentari (almeno in parte limitato dalla riforma del Regolamento del Senato nel 2017). La libertà di mandato, in effetti, non solo è una caratteristica delle democrazie rappresentative, secondo quanto abbiamo detto, ma non ha sempre avuto ricadute negative, come quella del trasformismo, consentendo talvolta a singoli parlamentari di tutelare la volontà popolare rispetto a opportunistici cambi di indirizzo politico da parte di alcuni gruppi dirigenti di partito, che dobbiamo ricordare come nella XVII legislatura si siano resi responsabili di una violazione dell’art. 67 sostituendo nelle Commissioni alcuni parlamentari, a causa del loro dissenso politico.

*Andrea Pertici è professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa.

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