Una riflessione dal “basso”. Il documento di Liberi e Uguali del XII Municipio di Roma

Una riflessione dal “basso”. Il documento di Liberi e Uguali del XII Municipio di Roma
Da dove partire per una sinistra che parli al mondo che viene.
Le elezioni politiche e regionali del 4 marzo segnano un dato inequivocabile: la fine del modello di centro-sinistra. Il risultato elettorale ha rappresentato, complessivamente, il punto più basso per la sinistra italiana nella storia della Repubblica e bisogna prenderne atto. Se il Pd crolla trascinato da un leader supponente e da una classe dirigente incapace di leggere la società, la sinistra in questi anni è apparsa subalterna. Sul fronte regionale si evidenzia anche una sostanziale e costante debolezza politica che si è manifestata in particolare nella gestione a due della partita sull’assessore in quota LeU alle politiche del lavoro in diretta contrapposizione con l’unico eletto tra le file di LeU e non ricordando nemmeno il terzo componente dell’alleanza che si è dichiarato non disponibile ad una alleanza con Zingaretti, e per questo non ha presentato candidati, ma che comunque ha permesso responsabilmente che LeU fosse presente nella coalizione. Questo fragilità ha determinato una nostra mancata autorevolezza nei confronti della Giunta di Zingaretti, autorevolezza necessaria invece se vogliamo garantirci il rispetto degli impegni presi, presupposto del nostro sostegno elettorale.
La sinistra serve a questo: a ribaltare, attraverso la lotta politica, i rapporti di forza creati dalla società capitalistica
Intanto la grave crisi sociale ed economica soffoca il nostro Paese: un welfare che non si occupa più dei minori e dei senza reddito, gli alti livelli di disoccupazione, la precarietà del lavoro che si estende al sociale, l’età pensionabile che sfiora i 70 anni, un servizio sanitario che non garantisce il diritto alla salute, una scuola pubblica non sostenuta adeguatamente. L’elenco potrebbe continuare, ma anche solo questi parziali punti ci indicano quanto bisogno ci sia di una forza che dia rappresentanza politica ai deboli. La sinistra serve a questo: a ribaltare, attraverso la lotta politica, i rapporti di forza creati dalla società capitalistica. Se la sinistra non assolve a questa funzione diventa un corpo estraneo. Questo è quanto è avvenuto non solo nel nostro paese, ma a livello Europeo: le forze che si ispirano al socialismo hanno finito per cercare soltanto di limitare i danni delle politiche liberiste. In questo quadro la nostra lista di Liberi e Uguali si è presentata agli elettori in ritardo dopo un’inutile attesa di Pisapia, con messaggi contraddittori e a volte imbarazzanti; non ha dato segnali di discontinuità ed è apparsa una poco convincente variante ad un sistema politico ormai da superare. Si è preferito una centralizzazione burocratica che, in molti casi, ha prodotto scelte non comprensibili né condivisibili. Una serie di assemblee-teatro hanno generato sconcerto e delusione. Per non parlare della formazione delle liste.
Così ci siamo presentati ai blocchi di partenza della campagna elettorale.
E poi ci siamo fatti intrappolare in una campagna mediatica disastrosa, centrata su pochissimi personaggi – sempre gli stessi – e in un dibattito astruso sulle alleanze future. Ci si allea sui programmi non per mero calcolo elettorale. Un calcolo elettorale che puntava, in modo immotivato, al recupero di consenso in uscita dal PD. In buona sostanza ci siamo presentati come fossimo nati per svolgere una funzione suppletiva nei confronti di un Pd proiettato verso il baratro e per di più privi di un rinnovamento generazionale. Una contraddizione stridente con il nostro elettorato, composto da molti giovani. Poco sulle proposte, nulla sulle prospettive. Se escludiamo la simbolica proposta di giungere alla cancellazione delle tasse universitarie, le importanti indicazioni rivolte al Paese nell’ultima parte della campagna elettorale, quali la riduzione dell’orario di lavoro o la rimodulazione progressiva del sistema di tassazione, sono apparse tardive e timide per finire nella totale incomprensione popolare. Il risultato elettorale ha dimostrato che senza grandi ambizioni non si arriva da nessuna parte. Abbiamo assistito a scelte verticistiche, ad un mancato confronto democratico, ad una campagna elettorale priva di una direzione politica frutto di un confronto partecipato. Abbiamo parlato troppo del mondo che sta finendo, poco del mondo che viene, per niente di come vorremmo che fosse. Una delle motivazioni fondanti della costituzione di LeU era l’esigenza, imperativa, di non disperdere la Sinistra in ulteriori rivoli elettorali; un’esigenza che permane, anzi, viene rafforzata dalla disastrosa situazione complessiva dei valori della Sinistra in Italia. Ma ora è il momento di cambiare marcia, se non vogliamo che questa esperienza fallisca definitivamente.
Secondo noi le condizioni per farlo sono:
1. Modificare la struttura creata fino ad oggi e lanciare una “stagione del confronto e della elaborazione politica”, coinvolgendo la base e ripartendo dai nostri temi programmatici per verificarne contenuti, obiettivi, strategie, convergenze;
2. rivalutare il grande capitale umano quale punto di riferimento imprescindibile per non perdere definitivamente quel desiderio di cambiamento che ha motivato inizialmente tante compagne e tanti compagni;
3. partire dai territori, tornare non solo a parlare con quei ceti meno abbienti che non riusciamo più a rappresentare, ma mettere in atto azioni concrete che rappresentino la società che vogliamo costruire. I nostri circoli devono essere percepiti come centri di aggregazione. Allo stesso tempo occorre dare alla nostra azione quotidiana un “cielo” un quadro valoriale e simbolico che ci porti di nuovo a immaginare una società alternativa a quella capitalista. Va ricostruita su basi differenti una sinistra europea che esca dall’inganno del liberismo e torni a osare. Il contributo dell’Italia non può mancare in questo percorso.
4. ridefinire regole democratiche sulla rappresentanza che non solo rendano trasparenti i processi decisionali, ma consentano di far crescere una nuova classe dirigente con capacità e competenze. Il rinnovamento non è una questione anagrafica, ma di sostanza. Non possiamo avere ancora una classe dirigente che ha sulle spalle una stagione costellata di errori e sconfitte.
E le condizioni ci sono; lo testimonia l’impegno svolto da tanti compagni in una campagna elettorale difficile, disorganizzata, senza messaggi chiari ed univoci quando non addirittura contradditori. E lo testimonia il fermento di questi giorni in tante riunioni sui territori nelle quali, pur tra tante critiche e recriminazioni, è preponderante la volontà di proseguire in un percorso comune e per il superamento definitivo di quel “noi” e “voi” che ancora appare durante gli incontri. La definizione di una forma partito non può limitarsi alle forze che hanno lanciato Liberi e Uguali ma, al contrario, deve parlare alle esperienze di base, politiche, sindacali, associative e sociali che alle ultime elezioni non siamo riusciti a coinvolgere. Si tratta di dare un respiro differente al nostro progetto. Se davvero pensiamo che sia necessaria una forza di sinistra nel nostro paese non può prescindere dai movimenti di base che in questi anni si sono sostituiti alle forze politiche tradizionali. Non si tratta di usare questa o quella esperienza come schermo e nascondersi dietro ad essa. Vanno resi protagonisti di una fase di rilancio del nostro progetto politico.
Liberi e Uguali, insomma, per proseguire deve rivedere la sua impostazione, come indicato nei punti precedenti, e deve puntare tutto sulla costruzione immediata di una rete sui territori a cui affidare, con una organizzazione nazionale, le scelte più rilevanti a partire dal programma e dalle candidature. Ora serve anche un atto di generosità delle formazioni politiche di partenza che si devono mettere in gioco davvero, aprendosi al confronto e rifiutando la chiusura in fortini e presunte rendite di posizione, che hanno determinato a volte divergenze ed incomprensioni reciproche e che, nel mondo reale, non possono esistere più. Se vogliamo che la nostra storia non finisca il 4 marzo, se vogliamo costruire la sinistra che serve all’Italia dobbiamo guardare al mondo che viene e batterci per cambiarlo davvero.
Una sinistra che riparta dalla sua vocazione costituzionale, che adotti linguaggi consoni con gli anni in cui viviamo, che sappia aprirsi al confronto con i cittadini che usi strumenti di democrazia partecipativa e orizzontale. Che torni ad essere punto di riferimento di quel blocco sociale che oggi, per i nostri errori e la nostra incapacità comunicativa, si è rivolto a Lega e M5S. LeU deve avere la capacità di prendere posizioni chiare su questioni per noi irrinunciabili:
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