Simone Oggionni. Una sfida e una impresa da compiere: avviare la costruzione di un partito del lavoro, laburista, socialista

Simone Oggionni. Una sfida e una impresa da compiere: avviare la costruzione di un partito del lavoro, laburista, socialista

Jobsnews ha meritoriamente aperto il dibattito. Dove va la sinistra dopo il 4 marzo? Da dove riparte? Tanti interrogativi, la consapevolezza di un terremoto senza precedenti.

Ho già scritto molto nelle settimane scorse e soprattutto mi sono dedicato alla lettura, allo studio dei dati, all’ascolto. Aggiungo spunti schematicamente, che mi paiono essenziali soprattutto per dare alcune risposte e tentare di tracciare una rotta nella confusione generale nella quale ci troviamo.

Con una premessa: ho trovato sinceramente imbarazzanti il silenzio e le reticenze ostinate che, in questo lunghissimo mese e mezzo che ci separa dal 4 marzo, hanno caratterizzato il gruppo dirigente più ristretto di Liberi e Uguali. Non perché non sia comprensibile il disagio, ma perché il rispetto nei confronti di una larga comunità di militanti che ha animato con passione e sacrificio una delle peggiori campagne elettorali di sempre meritava la presenza di una voce percepibile, capace di ipotizzare un percorso.

Eccoci, al percorso. Tre mosse, tre questioni essenziali.

La prima: il disastro è di un intero campo, non è soltanto quello della sinistra radicale. Siamo all’anno zero – come ho scritto il 5 marzo e come Peppe Provenzano, coraggiosamente, ha ribadito nelle settimane scorse organizzando una grande e utile iniziativa a Roma proprio intorno a questo concetto – di tutta la sinistra. Questo nostro tracollo sta portando con sé il rischio di un nuovo bipolarismo tra destra e Movimento Cinque Stelle. Un bipolarismo che potrebbe riconfigurarsi in un nuovo blocco storico che persino contenga in funzione complementare la destra e i Cinque Stelle. Contro questa prospettiva, realistica e drammatica, dobbiamo ricostruire un terzo polo. Non il vecchio centro-sinistra, l’Ulivo, un’alchimia da anni Novanta sconfitta dalla storia. Ma un nuovo campo progressista e democratico innovativo e discontinuo rispetto al passato e rispetto al Pd di oggi. Questo è il primo obiettivo, che deve segnare come un’ossessione anche le nostre scelte più immediate.

Occorre dare uno sbocco al milione e centomila voti presi da Liberi e Uguali

La seconda mossa: nella misura in cui e fino a che il Pd si ritraesse da questa sfida, rimanendo vittima della sindrome renziana (e già veltroniana) delll’autosufficienza, noi avremmo – e già oggi abbiamo – il dovere di organizzare il nostro pezzo di campo. Dando uno sbocco al milione e centomila voti presi da Liberi e Uguali, dando continuità al senso profondo di quel progetto e al senso di fondo del progetto di Mdp, che lanciammo soltanto un anno e due mesi fa. Ma in quale forma, mentre Sinistra italiana decide che è contraria al partito unico e che l’unico orizzonte possibile per LeU è un cartello elettorale, al più una federazione tra partiti distinti? La penso così: si sfidino Sinistra Italiana, Possibile, Liberi e Uguali, e soprattutto tutto ciò che non è organizzato ma che vive con disagio l’assenza di un grande partito della sinistra, a compiere l’impresa e ad avviare la costruzione di un partito del lavoro, laburista, socialista. Con una identità forte, autonoma, capace di correre controvento. Una forza che trovi il coraggio di proporre al Paese una vera riforma progressiva nella legislazione del lavoro. Che affronti il tema del salario minimo orario, di un piano per l’occupazione che affronti il dramma di chi non riesce a entrare nel ciclo produttivo o ne viene espulso e torni a dare allo Stato e al pubblico potere di indirizzo nelle scelte strategiche di interesse nazionale. Che proponga il reddito minimo garantito, non come sussidio di cittadinanza indiscriminato, ma come forma di tutela della dignità della persona connessa a politiche attive di reinserimento al lavoro. Che affronti di petto la piaga delle delocalizzazioni, dell’evasione fiscale dei colossi del web e che – sul modello tedesco – affronti la questione epocale della robotizzazione proponendo la riduzione dell’orario a parità di salario. Che parli di pensioni senza paura, interrompendo la tendenza in atto che mortifica i pensionati e blocca l’ingresso nel mercato del lavoro di centinaia di migliaia di giovani. Che faccia, insomma, scelte coraggiose (precise proposte di governo) indicative di un nuovo orizzonte, indicative della direzione di marcia che la sinistra in Europa (che l’Europa in quanto tale!) dovrebbe intraprendere.

La terza mossa è semplice. Se è vero che abbiamo perso rovinosamente e se è vero che dobbiamo ricostruire un campo e un partito dobbiamo voltare pagina anche sulle modalità di confronto al nostro interno e sul terreno dei gruppi dirigenti.

Qui si colloca il bisogno di ripartire con energie nuove, più credibili, non percepite o percepibili come corresponsabili di un numero infinito di battaglie perse. Assumersi soggettivamente la responsabilità della sconfitta e non andare avanti come se niente fosse è indispensabile. Così come lo è riconsegnare il prima possibile la sovranità agli iscritti, ai militanti, agli elettori che ci hanno dato fiducia.

Urge un processo democratico di confronto e partecipazione, vero, senza rete, che non si traduca né nell’assemblearismo a-democratico che abbiamo vissuto nell’ultimo anno né nel verticismo oligarchico che abbiamo sperimentato negli ultimi mesi. Un tempo – quando vi erano grandi comunità democratiche (e grandi dirigenti politici) – si chiamava congresso? Serve. Non possiamo  più farne a meno.

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