Nicola Fratoianni. Tentare. Sbagliare ancora. Sbagliare meglio. Relazione all’Assemblea nazionale di Sinistra Italiana

Nicola Fratoianni. Tentare. Sbagliare ancora. Sbagliare meglio. Relazione all’Assemblea nazionale di Sinistra Italiana

La Siria e la guerra, nel disordine globale.

In queste ore rischia di determinarsi un’ulteriore escalation dei conflitti in Medioriente, dagli esiti imprevedibili. La guerra civile in Siria, iniziata oltre sette anni fa con la feroce repressione del regime di Bashar al-Assad nei confronti delle rivendicazioni di libertà e democrazia di ampi settori della sua popolazione, è da tempo terreno di scontro tra gli interessi di diverse potenze regionali e globali. Iran e Turchia, Arabia Saudita e regimi del Golfo, Israele, Russia e Stati Uniti stanno giocando sulla pelle di quelle popolazioni civili una partita che ha per oggetto il controllo su risorse strategiche e la ridefinizione degli equilibri di potere nell’area e su più ampia scala. Una partita che ha cinicamente utilizzato tutte le parti in campo, favorendo la crescita dell’oscurantismo integralista e delle sue strutture terroristiche. Una partita la cui prima conseguenza, da anni ormai, sono le indicibili sofferenze che hanno colpito le popolazioni locali, con centinaia di migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e mutilati, la catastrofe umanitaria di oltre cinque milioni di donne, uomini, bambini in fuga. In quello scenario abbiamo da tempo riconosciuto e sostenuto nella proposta del “confederalismo democratico” avanzata dalle organizzazioni del movimento di liberazione curdo, e dalle forze democratiche, plurinazionali, multietniche e pluriconfessionali, ad esso alleate, l’unica prospettiva, credibile e condivisibile, per una duratura soluzione di pace e convivenza. Tale proposta si è concretizzata nella liberazione e nell’autogoverno dei tre cantoni del Rojava, a partire dalla riconquista di Kobane fino alla cacciata da Raqqa delle forze del sedicente “Stato Islamico”. Questa esperienza è da mesi, nell’indifferenza o peggio con la complicità di parte della comunità internazionale, sotto l’attacco del regime turco di Erdogan e delle forze mercenarie ad esso collegate, fino alla recente invasione e occupazione della regione di Afrin.

Insieme alla paralisi delle Nazione Unite, grande assente nell’intera vicenda è e resta l’Unione Europea, che si è dimostrata ancora una volta incapace di svolgere un ruolo politico e diplomatico attivo per porre fine al conflitto e alla catastrofe umanitaria da esso prodotta, mentre i singoli Paesi membri si sono mossi secondo alleanze variabili basate sulle proprie occasionali convenienze, in particolare quelle legate all’industria bellica e al commercio di armamenti con le parti coinvolte nella guerra. La montante tensione tra Stati Uniti e Russia, i nuovi minacciati interventi militari di queste e altre potenze, con un’estensione del conflitto ai Paesi confinanti e all’intera regione, possono soltanto aggravare le già tragiche condizioni delle popolazioni civili, in Siria e altrove. Per questa ragione chiediamo con forza che l’Italia – a partire dal rispetto e l’applicazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione – non sia in alcun modo implicata nell’escalation; che sia negato l’uso di basi e strutture militari presenti sul territorio nazionale per azioni di guerra; che si blocchi il commercio d’armi e la cooperazione militare con tutti gli attori coinvolti; che il Governo in carica si attivi immediatamente affinché l’Unione Europea intervenga con una sola voce per il raffreddamento della situazione internazionale e per una iniziativa politico-diplomatica globale finalizzata al cessate il fuoco in Siria, alla fine delle ripetute violazioni dei diritti umani fondamentali, e all’apertura di negoziati con tutte le parti in conflitto.

Sinistra Italiana dev’essere da subito impegnata, a partire da Liberi e Uguali e insieme al più ampio schieramento di forze sociali, culturali e politiche, per una ripresa della mobilitazione per la pace, la cooperazione internazionale, la difesa dei diritti umani fondamentali su scala globale. Manca infatti da troppo tempo, sul piano nazionale e transnazionale, la voce e la forza di un movimento contro la guerra e per i diritti globali, capace di giocare il ruolo di “seconda potenza mondiale” che gli venne riconosciuto all’inizio di questo Millennio. In tal senso il conflitto siriano è la cartina al tornasole di un più generale scenario di vero e proprio “disordine globale”: dieci anni di crisi finanziaria ed economica ci restituiscono infatti un panorama in cui l’evidente declino di un’unica potenza politica e militare imperiale, che avrebbe dovuto garantire l’instaurazione di un “nuovo ordine mondiale” dopo la fine dei blocchi, non ha affatto portato alla maturazione di un rinnovato contesto “multipolare”, che avrebbe dovuto invece essere caratterizzato da più equilibrate relazioni tra vecchie ed emergenti potenze. I diversi tentativi di ridisegno di una governance globale, che hanno segnato gli ultimi tre decenni, appaiono tutti destinati allo scacco, di fronte alla dimensione onnivora e onnipervasiva di un capitalismo finanziario ed estrattivo, che non riconosce regole e confini, o meglio li utilizza e li plasma di volta in volta per nutrire la logica di una accumulazione che non prevede limiti, siano essi naturali o umani. È da questa logica, ben diversa da quella degli “imperialismi” del secolo scorso, che origina il primato di una “geopolitica del dominio” contrassegnata dalla feroce concorrenza delle diverse potenze disposte ad impiegare ogni mezzo, fino a quelli bellici, nella corsa alla definizione di rispettive aree di controllo e di influenza e, in ultima analisi, al proprio posizionamento competitivo sui mercati delle materie prime, nei settori industriali e commerciali trainanti, materiali e immateriali a partire dal comando sui big data e sulla comunicazione, sui flussi della finanza e su quelli della forza lavoro.

Per tali ragioni, non possiamo che rifiutare un approccio alle politiche internazionali in termini di “schieramento” a fianco di questa o quella potenza, e delle retoriche con cui esse ornano i propri interessi, nei conflitti che attraversano il tempo del “disordine globale”. Il campo cui scegliamo di appartenere e per cui scegliamo di batterci è quello dell’umanità, della maggioranza delle donne e degli uomini che vivono su questo pianeta e che subiscono, ogni giorno sulla propria pelle, gli effetti del capitalismo finanziario e della geopolitica delle potenze vecchie e nuove. La difesa e la conquista dei loro diritti fondamentali, contro gli interessi di pochi e la ferocia con cui vengono tutelati, deve tornare ad essere il cuore di un rinnovato impegno internazionalista di tutte le sinistre. Perché, anche su questo terreno, è necessario riconoscere come tutti scontiamo un pesante ritardo nella definizione di strumenti critici di lettura e analisi, proposta e iniziativa politica, che non può essere risolto con l’assunzione acritica delle narrative dominanti, né con il ricorso a stantie e inefficaci categorie ideologiche del passato.

La nuova fase, prima e dopo il 4 marzo.

Dobbiamo avere presente questo contesto, in cui l’Europa e l’Italia sono inserite. Dobbiamo indagare e comprendere il nesso tra il “disordine globale”, gli esiti della crisi e il “ciclo politico reazionario” mondiale che stiamo vivendo, per affrontare anche la fase politica che si è aperta con il risultato delle elezioni del 4 marzo scorso. Essa va infatti attraversata con la capacità di articolare quanto meno due piani di lettura, uno più strutturale e di lungo periodo, uno più legato alla dimensione contingente e alle pressoché quotidiane modificazioni di un quadro incerto e aperto ad esiti differenti. È senza dubbio finita una fase storica, quella della Seconda Repubblica contrassegnata dal bipolarismo tra Centrodestra e Centrosinistra. E ne inizia una nuova che potrebbe preludere a nuovi diversi assetti o riconfermare, in forme diverse, l’incompiuta “transizione italiana” che ci accompagna dalla crisi del sistema dei partiti della Prima Repubblica ed è stata riqualificata da dieci anni di crisi economica, dalle politiche di austerity e dai loro effetti sociali.

La stessa mobilità del voto, con la trasmigrazione di massa di milioni di elettori da un’opzione all’altra, sia da destra che da sinistra, testimonia uno stadio nuovo nella crisi della rappresentanza politica, con una modificazione profonda nell’approccio al momento elettorale e, più in generale, di un cambiamento nelle forme della democrazia rappresentativa, per come si sono storicamente determinate nel nostro Paese, a partire dalla natura stessa delle strutture su cui si è retta, i partiti e le forze politiche. Il diverso uso del voto, in maniera indipendente da identità, ideologie e valori, da parte di milioni di cittadini impoveriti dalla crisi e incattiviti verso un sistema della rappresentanza complessivamente incapace di affrontare fenomeni estesi di corruzione e privilegio, è parte essenziale di questo processo. Abbiamo forse ragionato poco su questo punto, a partire dall’esito clamoroso di un’altra consultazione, quello del 4 dicembre 2016, in occasione del referendum sulla riforma costituzionale imposta dal governo Renzi. Abbiamo preferito leggere quel voto, che ha seppellito le ambizioni renziane a farsi guida in un nuovo assetto istituzionale fondato sul ruolo degli esecutivi e non del Parlamento, ammantandolo di un’aura romantica, da patriottismo costituzionale e difesa dei sistemi democratici nati dopo la Seconda guerra mondiale.

Oggi possiamo affermare con più chiarezza che, proprio nell’esito referendario, vi era soprattutto la rabbia “contro l’establishment”, e l’uso punitivo del voto al di là di qualsiasi contenuto di merito. Le forze, premiate dagli stessi elettori quindici mesi dopo, non sono infatti caratterizzate dalla irremovibile difesa dei principi della Carta costituzionale. Anzi. Rappresentano invece diverse facce di un’offerta politica che, in tutto l’Occidente (e non solo), si presenta come “anti-sistema”, ma si candida in realtà a governare una nuova fase storica senza mettere in discussione la consolidata egemonia dell’economia, liberista ed estrattiva, sulla politica. Come diceva Walter Benjamin, questa egemonia è divenuta una religione, una cultura assoluta capace di ridurre a semplice variante minore e ininfluente qualsivoglia alternativa. Questo vale anche per il voto italiano, che ha investito e travolto le forze politiche che hanno dominato la scena dell’ultimo ventennio, sostituendole potenzialmente con attori nuovi o profondamente rinnovatisi, capaci di trasformare la rabbia sociale, da sempre materiale pericoloso e scarsamente utilizzabile per la costruzione di un mondo migliore, in promessa di governo e stabilizzazione nel quadro dei rapporti di forza, economici e sociali, dati. Non vi è alcuna “alternativa sistemica” nella proposta dell’egoismo proprietario, rinserrato in uno spazio nazionale sempre più angusto, e determinato a scaricare sui più deboli, sugli “ultimi tra gli ultimi”, i costi della crisi, incarnata dalla Lega di Salvini. E neppure s’intravede alcun radicale cambiamento della condizione sociale dei molti nella illusione di restaurare un capitalismo “buono”, onesto e meritocratico, di cui ogni contraddizione viene risolta dall’incanto tecnologico e dalla palingenesi del ceto politico, come promesso dai 5Stelle di Casaleggio e Di Maio.

Ma in questo passaggio il paradigma della “governance”, al centro degli attuali sistemi post-democratici, mostra tutta la sua differenza storica dalla sovranità politica tradizionale e tutte le sue potenzialità di dominio: è capace di assorbire anche le spinte ad essa apparentemente contrarie, e trasformarle in un proprio prezioso alleato. Ed è così che forze dichiaratamente “anti-sistema” possono dimostrarsi funzionali a ipotesi di governo di stabilizzazione sistemica. Certo, quelle vincitrici le elezioni del 4 marzo, anche nella loro diversità, non intendono mettere minimamente in discussione il modello economico e sociale neoliberale e i suoi fondamentali pilastri. L’odio contro gli stranieri è forse poco funzionale alle esigenze di controllo della governance europea sui flussi migratori e sulla esternalizzazione delle frontiere? E spacciare una qualche forma di workfare, di obbligo all’accettazione del lavoro coatto, per un “reddito di cittadinanza” non è forse funzionale a portare a termine un processo ventennale di deregolazione liberista del mercato del lavoro?

Le ragioni strutturali e gli errori soggettivi nel risultato di Liberi e Uguali.

È un’analisi necessaria, ancora tutta da approfondire, sulle trasformazioni sociali profonde e i conseguenti fenomeni nuovi che investono il sistema politico-rappresentativo. Ma tale livello di lettura più strutturale non ci esime, anzi, dall’affrontare, in questo quadro generale, il risultato di Liberi e Uguali. Un risultato molto al di sotto delle aspettative e delle necessità. Siamo stati capaci di individuare nello sgretolamento del campo socialdemocratico una delle ragioni che motivavano la costruzione di una proposta politica che puntasse a recuperare gli elettori in fuga dal Partito Democratico, che iniziasse a definire lo spazio di una sinistra nuova, capace di sfidare il duopolio tra destre e 5Stelle. Continuiamo a pensare, con ancora maggior convinzione, che la strada da percorrere sia quella della costruzione di una sinistra politica adeguata alla contemporaneità, che abbia come suo primo tema fondativo quello della lotta alle diseguaglianze. E che di fronte a diseguaglianze sociali che crescono, e con esse una rabbia sociale che rischia di essere il carburante di risposte regressive sul terreno dei diritti sociali e civili, della giustizia sociale e ambientale, sia una necessità e un dovere politico, la pratica di un realismo rivoluzionario, la costruzione di  radicale riformismo di cui non solo il nostro Paese ma tutta l’Europa ha in questo momento disperato bisogno. Lo spazio politico di una sinistra nuova è dunque necessario, ma esso non esiste di per sé, per così dire “oggettivamente”. Il voto del 4 marzo insegna, tra le altre cose, che il “cambiamento” non ha un solo volto e non è affatto neutro: può essere una tendenza involutiva per chi, come noi, ha una visione sociale legata al vivere e al convivere collettivo e solidale. L’egemonia culturale del capitalismo, che sovrasta e condiziona gli eventi politici di cui discutiamo, si traduce nell’affermazione di un’idea individualistica, competitiva, persino etnica, del vivere sociale. Contrastarla, produrre una contro-egemonia capace di metterla in discussione, comporta un lavoro culturale, sociale e politico di lunga lena, capace di cogliere e valorizzare idee e pratiche esistenti, così come di inventarne e di attuarne di nuove, un lavoro che implica l’attivazione di una pluralità di soggetti e di attori, di cui la politica istituzionale, e la forma che essa si darà, sarà una fra molte. Per contribuire a questo processo serve dunque uno spazio, quello di una sinistra politica che ancora non esiste, che dobbiamo continuare a immaginare come un processo di razionale accumulazione di forze e, al tempo stesso, come utopica scommessa, in grado di immaginare nuovi paradigmi capaci di interpretare e cambiare il mondo che è mutato attorno a noi.

Con la coalizione elettorale di Liberi e Uguali non siamo riusciti ad ottenere questo

Vi sono le ragioni strutturali, cui abbiamo accennato: e di fronte all’onda inarrestabile di uno tsunami, è difficile costruire una nuova casea anche le barriere non bastano, e bisogna solo cercare di mettersi in salvo. Ma le critiche utili e necessarie, che vanno mosse nel merito dell’insuccesso, devono potersi trasformare in spinta in avanti, non in disarmo. Liberi e Uguali doveva consentirci un primo accumulo di forze, che passasse anche per la conferma di una adeguata rappresentanza parlamentare e quindi per un rafforzamento del dato elettorale. Ma la proposta di LeU si è concentrata troppo poco sulla necessità di compiere e di comunicare una rottura, e dunque, per alcuni, una revisione critica, rispetto alla stagione del riformismo social-liberista, al suo fallimento storico, dalla quale tutti usciamo, alcuni essendone stati diretti protagonisti, altri avversari inefficaci. Abbiamo troppo spesso ridotto questo tema cruciale alla disputa “nominalistica” tra Centrosinistra e Sinistra, tra campo largo e campo stretto, in realtà sottovalutando come una visione critica e autocritica di quella stagione dovesse diventare un tratto costitutivo della ri-generazione necessaria per una sinistra diversa da offrire agli elettori.

Siano chiare alcune cose: stiamo seguendo con grande attenzione e rispetto il dibattito all’interno del Partito Democratico, il vero e proprio travaglio di quella forza politica. Ma non riusciamo a intravedere là, per il momento, alcun segnale di ripensamento strategico relativo alle scelte, degli ultimi anni, che hanno segnato una “modificazione genetica” di quel partito. La stessa cronaca di queste ore ci racconta, a fronte di uno scenario istituzionale incerto e aperto a diverse soluzioni, di una paralisi dell’iniziativa politica che, in buona fede, sconfina nell’autismo e, nella sua versione più cinica, nella logica del “tanto peggio, tanto meglio” volta a conservare rendite posizionali di potere. Ciò significa che, una volta compiuta una seria analisi dei processi storici che abbiamo alle spalle, non vi sono margini per riportare oggi in vita una formula, quella del “Centrosinistra”, che è identificata tout court con le politiche, sconfitte, di un “establishment” considerato corresponsabile della condizione sociale dei molti. E’ per questo che vorrei dire a Massimo D’Alema che non mi convince l’esito che propone nel testo dell’editoriale della rivista Italiani Europei sul voto del 4 marzo. C’è una sorta di dissociazione tra l’analisi e la conclusione. Se infatti, come lui scrive, riproporre il centrosinitra dopo il 2008 “non è stato un errore ma un suicidio”, riproporlo oggi mi pare  del tutto incomprensibile. È lo stesso ragionamento che si potrebbe, specularmente, articolare a proposito dello spazio politico occupato dai “populismi”. Al di là della inservibilità di una etichetta divenuta oggi “catch-all” e quindi destinata a restare significante vuoto, si potrebbe sommariamente osservare come, da almeno vent’anni, il nostro Paese sia stato il laboratorio per eccellenza dei “populismi”, avendone sperimentati almeno quattro, i due costruiti “dall’alto” di Berlusconi e Renzi, oggi battuti dai due costruiti “dal basso”, quelli di Salvini e Grillo. E come dunque i differenti spazi politici, di destra e di sinistra, definiti da questa etichetta si presentino oggi come ampiamente saturati. Tema diverso, e che dobbiamo fare integralmente nostro, è come costruire un linguaggio e un metodo di comunicazione e azione politica capace di parlare direttamente ai molti, superando il gergo e i cliché della sinistra, quando essi appaiono lontani dalla realtà sociale contemporanea. Questo deficit di convinzione nell’affrontare i nostri errori passati, e non quelli di Renzi, ha finito per lasciare il palcoscenico alle sole biografie. E quelle, quando tu non parli, parlano per te. La messa in discussione di un ciclo precedente non è abiura, è un atto politico, anche di onestà e di umiltà, senza il quale la determinazione a volersi proporre rischia di trasformarsi, agli occhi degli elettori, come furbesca arroganza.

Questa scarsa convinzione sulle ragioni storiche di un cambio di rotta, all’interno di LeU, ha fatto il paio con la minore convinzione sulle sfide a venire. Può essere il solo ripristino dell’articolo 18, battaglia sacrosanta per riconquistare diritti negati, la parola d’ordine aggregante la realtà sfaccettata del lavoro e della sua frammentata composizione sociale? Che significato può avere per una generazione che non ha mai conosciuto né il contratto nazionale né quello a tempo indeterminato? La diminuzione progressiva del lavoro necessario che caratterizza in tutto il mondo l’epoca della digitalizzazione e dell’automazione, nella produzione di beni e servizi, si può affrontare solo e solamente con l’idea che vada creato nuovo lavoro? L’urgenza della redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta si può subordinare a piani, pur condivisibili ma di lunghissimo periodo, centrati sulla green economy? Sono mancate la sfida, l’innovazione, la visione anche utopica di un rovesciamento delle condizioni reali che producono le forme contemporanee dello sfruttamento, dalla flessibilità alla rete, dalla precarietà alla fine del vecchio welfare state. Questa timidezza, questo poco coraggio, sostituiti da una sorta di sicurezza razionale su risultati che sarebbero “oggettivamente” arrivati, più per gli errori degli altri che per le nostre qualità, ha prodotto un’immagine di LeU che nessuno di noi avrebbe voluto. E che gli elettori, quelli di sinistra, hanno in gran parte trovato ben poco convincente.

In questo deficit di merito, di profilo e di messaggio politico, si inserisce anche tutto ciò che deriva da tempi e modi che hanno caratterizzato costruzione della lista. E che ha contribuito a depotenziare, in qualche caso a rendere controproducente, la proposta di Liberi e Uguali. Il metodo non è solo tecnica, ma prettamente politica, tanto più nell’epoca della diffusa diffidenza verso i partiti e “i politici”. Bisognava, pur nelle oggettive difficoltà dettate dal tempo a disposizione per dar vita a un minimo processo coalizionale, avere più cura e più attenzione verso questo aspetto, che non è stato irrilevante nel produrre il risultato. Forme di maggior impatto, che avessero il chiaro segno di discontinuità, da rivolgere all’esterno nella scelta dei delegati, nella conferma delle scelte sulla leadership, avrebbero forse prodotto effetti diversi. Tutto vero. Ma non bisogna d’altra parte dimenticare che i processi, soprattutto quando si tratta di mettere insieme parti organizzate con storie fra loro differenti, sono maledettamente concreti, complicati, difficili. E trovare un possibile punto d’equilibrio tra urgenza dei tempi, cruciali in politica, e necessità delle singole parti, in tema di elezioni e liste, è davvero un lavoro difficile. Con questo sistema elettorale, come si è poi confermato, dagli esiti imprevedibili.

Non partiamo da zero: avanti in un necessario processo aperto.

Che fare ora? Vi è una premessa necessaria: la proposta di cancellare dal nostro vocabolario alcuni luoghi comuni che davvero risultano inservibili. Il primo fra tutti è la retorica della tabula rasa, il “ripartiamo da zero”. Qualcuno, più autorevolmente, ha già detto che “ricominciare da capo non significa mai tornare indietro”. Ma in questo caso davvero non partiamo da zero. Partiamo sempre dal punto in cui siamo arrivati, dalla stratificazione di esperienze soggettive e collettive, dagli errori commessi e dai risultati raggiunti. La nascita della proposta di Liberi e Uguali ha attivato e riattivato un tessuto di migliaia di militanti, dalle provenienze più diverse in tutta Italia, in alcune situazioni territoriali questo ha dato luogo a un’effettiva amalgama, alla ricombinazione di linguaggi e culture diverse, a un reale lavoro politico collettivo. Altrove non è stato così, prevalgono appartenenze, opzioni e atteggiamenti, anche sul piano locale, differenziati e improduttivi. Comunque sia, questo percorso e la sua campagna elettorale hanno fatto sì che oltre un milione e centomila persone ci abbiano dato fiducia. Oltre ogni opinione, da qui si deve necessariamente ripartire. Verso dove? Innanzitutto verso la costruzione di quello spazio politico di cui abbiamo ribadito la necessità e che credo vada tenuto aperto e allargato. Abbiamo detto “avanti a partire da Liberi e Uguali, cambiando tutto.”

Liberi e Uguali: come?

Che cosa significa? Significa che si tratta ora di costruire un processo politico, che non abbia la fretta di precipitazioni partitiche e organizzative, che non senta come sua prima necessità quella di organizzare un tesseramento, allestire un congresso e dotarsi di organismi dirigenti. Che condivida invece altre priorità, anche in termini temporali: cioè di costruire assemblee territoriali e nazionali come luoghi aperti e ariosi di discussione ed elaborazione; che lavori a fondo sulla lettura del passaggio d’epoca che stiamo vivendo; che si misuri sull’analisi, in termini critici e autocritici, dei percorsi storici che ci hanno portato fino a qui; che impieghi le energie migliori, dentro e fuori l’esperienza elettorale, nel confronto sulle culture e i linguaggi politici. Che, in sostanza, impegni Liberi e Uguali più sui contenuti della propria proposta politica che sulla formalizzazione del contenitore, affrontando da subito temi politico-programmatici forti e qualificanti, che siano in grado di parlare al dibattito corrente così come di prefigurare un’alternativa di società: reddito – con una proposta che sia effettivamente caratterizzata dalla lotta all’impoverimento e all’esclusione sociale, per l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone – e riduzione drastica del tempo di lavoro a fronte di un salario dignitoso; nuovo welfare, comunitario e universalistico, e tutela giuridica e contrattuale delle figure nuove del lavoro; fisco equo e mirato a spostare il carico dai redditi più bassi ai circuiti della speculazione e della rendita; sistema pensionistico rivisto alla luce delle grandi questioni di genere (il lavoro di cura non retribuito) e generazionali (il minimo da garantire ai più giovani); lotta alla guerra, per la pace e la cooperazione internazionale; la trasformazione in senso socio-ecologico dell’attuale catastrofico modello di produzione e sviluppo; le migrazioni e la solidarietà. Un processo aperto che si proponga infine di sperimentare metodi innovativi, trasparenti e partecipati, in cui tutte e tutti possano pronunciarsi, ad ogni livello, sulle scelte politiche da compiere e sulla selezione dei gruppi dirigenti. È chiaro come tutto ciò implichi una riflessione profonda, ma non più rinviabile, sulle forme dell’organizzazione e della stessa militanza politica nel XXI secolo. In questi anni infatti, abbiamo, anche noi, riproposto in una sorta di ripetizione inerziale, un modello di partito i cui limiti appaiono sempre più evidenti.

Il ruolo del Gruppo parlamentare.

Appare necessaria la definizione di un ruolo del Gruppo parlamentare, che sia distinto e non sovrapponibile a quello dello spazio politico, ma utile per il suo sviluppo. Anche al di là della sua consistenza numerica, o forse proprio in ragione di essa, il gruppo deve attrezzarsi ad essere duttile e dinamico strumento di una permanente “guerra di movimento”. Non possiamo né dobbiamo presupporre una nostra marginalità. Anzi, al di là dell’esito delle consultazioni per la formazione di un nuovo governo, il suo ruolo sarà tanto più rilevante, quanto nei prossimi mesi si tratterà di contrastare un’aggressiva destra neoliberale e razzista, e di sfidare continuamente e intelligentemente nel merito dei temi e delle priorità sociali le innumerevoli contraddizioni dei 5Stelle. In uno scenario caratterizzato da estrema incertezza e imprevedibilità, e da un’ormai riconosciuta mobilità del corpo elettorale, si tratterà di affrontare il quadro politico attuale con spirito “corsaro” e, al tempo stesso, di far diventare in termini nuovi la rappresentanza parlamentare l’interfaccia e il terminale istituzionale di quando si muoverà, nei mesi e negli anni a venire, nella società italiana.

L’autonomia dei territori e il municipalismo

In terzo luogo verso la dimensione territoriale e le prossime scadenze politico-amministrative. Si tratterà qui di assumere un approccio “laico”, e pronto a misurarsi con “geometrie variabili” consapevoli delle differenze che attraversano lo spazio politico di cui parliamo e che non possono essere oggi ridottead una unità forzata e burocratica.  Non per opportunistico adattamento alle convenienze localistiche, ma in quanto fondato sul definitivo riconoscimento, anche nella cultura politica della sinistra che vorremmo, dell’ “autonomia” come valore fondante la propria proposta d’alternativa. Ciò significa massimo spazio alle sperimentazioni e primato assegnato alla dimensione civica nella costruzione di percorsi autenticamente municipalisti, nei contesti metropolitani, urbani e territoriali. È a tali coordinate, e ai concreti contenuti programmatici per il governo di città e regioni, che deve essere subordinato (e superato in questo) qualsiasi ragionamento schematico sulle alleanze, che parta invece da formule astratte e politiciste.

L’Europa

Infine, è decisiva la verifica della tenuta e delle potenzialità di questo processo sul cruciale passaggio europeo. Si tratta qui di confrontarsi non soltanto e non tanto con la scadenza delle elezioni del Parlamento Europeo del maggio 2019, quanto di affrontare finalmente, e in una prospettiva strategica, il rapporto tra la costruzione dello spazio politico della sinistra e la questione europea. Anche per le considerazioni che abbiamo svolto sullo scenario globale e il grande “disordine” che lo domina, non vi è singolo nodo economico, ecologico, politico e sociale che non debba essere necessariamente affrontato in chiave europea. Il tema non è “Europa sì, Europa no”, ma quale Europa vogliamo, per quale Europa siamo disposti a batterci e con quali strumenti.  È un confronto anche questo di merito, che deve uscire dalle schematizzazioni astratte e dalle caricature ideologiche, ed investire il dibattito delle sinistre di tutto il continente, quello fra noi e nel percorso di Liberi e Uguali. Esso riguarda la questione della “sovranità popolare” come domanda di protezione cui rispondere in termini di riconquista della decisione politica collettiva, esattamente sul livello in cui la decisione stessa può esercitare una qualche efficacia.

La questione è dunque relativa alla natura stessa della democrazia, per come essa può essere innovata e praticata sul livello transnazionale, a partire dalla critica serrata dell’attuale cornice costituzionale rappresentata dai Trattati dell’Unione e dal quadro normativo de facto determinato dai processi di “costituzionalizzazione comunitaria” delle politiche neoliberali e austeritarie; riguarda la necessità di una radicale democratizzazione delle stesse Istituzione europee, politiche e monetarie, e di una drastica inversione di rotta delle loro politiche economiche e sociali, finanziarie e fiscali, industriali e commerciali, ambientali e della difesa, fino al tema della costruzione di una comune politica estera di pace, cooperazione e convivenza globale. Ed è da questo confronto di merito che discendono anche le scelte da compiere verso le elezioni del prossimo anno: mai come in questo momento l’Europa si è trovata a un bivio, o meglio a un trivio, là dove una necessaria prospettiva di alternativa è schiacciata, e fatica a farsi spazio, tra le convergenti e fra loro compatibili opzioni del mantenimento dello status quo e la crescita dei nazionalismi. È un dibattito i cui nodi attraversano, sollecitano e, in alcuni casi, scompongono le tradizionali “famiglie politiche” europee, anche quelle progressiste, con esiti nient’affatto scontati da qui al 2019. Per questo, a partire dall’appartenenza di Sinistra Italiana come “membro osservatore” al Partito della Sinistra Europea e quindi dal riferimento privilegiato ad essa, proponiamo di farci parte attiva in un dialogo ad ampio raggio con le “forze del cambiamento” a livello transnazionale e, a livello italiano, di un percorso di verifica, largo e aperto, che parta dai soggetti promotori di Liberi e Uguali, ma si allarghi anche alle altre forze della sinistra antiliberista, alle proposte politiche avanzate da DiEM25 e dalle coalizioni civiche e municipaliste, nella prospettiva della costruzione di una confluenza di forze, che sappia essere ampia e inclusiva e, al tempo stesso, radicale nella proposta di una politica d’alternativa per l’Europa.

Sinistra Italiana: motore propulsore del processo.

Di tutto questo processo, di una sfida ancora più difficile dopo il 4 marzo, vi propongo di farvi carico con generosità, con lo spirito di chi ci crede fino in fondo, ed è proprio per questo pronto anche a riconoscere onestamente e tempestivamente un suo eventuale fallimento. E di ricominciare da capo, senza per questo tornare indietro. Vi propongo in sostanza di fare di Sinistra Italiana, questo fragile e prezioso bene comune di tutte e tutti noi, comunità di donne e uomini che hanno deciso di investire le proprie energie e le proprie intelligenze, le proprie vite nella sfida del “superamento dello stato di cose esistenti”, uno dei motori propulsori, decisivo di questo processo. E di trasformarla insieme in una macchina più snella e adeguata alla fase storica che attraverseremo e a questo compito. Di farne il luogo di una elaborazione collettiva che ci consenta, come è stato nei momenti migliori della storia di ciascuna e ciascuno di noi, di parlare e agire insieme a tante e tanti altri.

A tutte e a tutti voi va il mio ringraziamento. Ai militanti e alle militanti che hanno condotto una campagna elettorale difficile con generosità e dedizione, anche quando ne misuravano limiti e problemi. A chi si è candidato. Alla segreteria nazionale con cui ho condiviso quotidianamente 13 mesi molto intensi. Da domani, insieme, riprendiamo a camminare.

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