Mafie, Roma e il Lazio sotto assedio. Oltre 50 clan si spartiscono affari e traffici

Mafie, Roma e il Lazio sotto assedio. Oltre 50 clan si spartiscono affari e traffici

Sono 93, fra gruppi, clan, famiglie, tradizionali, autoctone e narcotrafficanti che usano il metodo mafioso, i clan che sono stati evidenziati come “attivi”, al dicembre 2017, nel III Rapporto “Mafie nel Lazio” curato dall’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio (nella foto la mappa sull’operatività dei clan nel territorio di Roma e del Lazio). Dunque, si tratta di citati in indagini o atti istituzionali negli ultimi 4 anni. Il Rapporto riferisce che dei 93 clan attivi nel Lazio, circa 50 clan, operano, nel solo territorio della Capitale. Questa terza edizione, infine, dedica gran parte della sua analisi alle indagini che hanno interessato proprio la Capitale e il territorio provinciale, provando ad identificare i contorni di questo “sistema multilivello”, attraverso la descrizione dei clan che qui operano e tentando di rappresentare, anche graficamente, le modalità di interazione di questi fenomeni criminali, non solo mafiosi. Come spiegato nel corso della presentazione, a Roma sono presenti clan di mafia tradizionale, come Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, gruppi di derivazione mafiosa che son diventati “autonomi” sul territorio romano, clan autoctoni ovvero generati dal tessuto socio-economico romano che nel tempo hanno “mutuato” per effetto contagio “il metodo mafioso” che oggi esercitano sul territorio, come già confermato in alcune sentenze. Il sistema criminale complesso romano vede anche l’azione di gruppi flessibili e autonomi che entrano in azione con i gruppi già menzionati e con i narcotrafficanti che a Roma commerciano droga e controllano alcuni quartieri, sempre attraverso l’uso del metodo mafioso, non ultimi sono presenti i boss delle mafie straniere.

Nel 2017 centinaia di indagati ed un immenso traffico di stupefacenti

Nel 2017 sono 6 i procedimenti con 29 indagati per associazione di stampo mafioso, 58 i procedimenti con 412 indagati per reati con l’aggravante del metodo mafioso,102 procedimenti con 1.010 indagati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, 21 procedimenti con 164 indagati per traffico di rifiuti e 9 procedimenti con 40 indagati per usura. Questi sono i numeri forniti dalla Direzione distrettuale antimafia, nel III° Rapporto “Mafie nel Lazio”, presenti Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio; Paola Basilone, Prefetto di Roma; Don Luigi Ciotti, Presidente Associazione Libera; Guido Marino, Questore di Roma; Gen. Antonio De Vita, Comandante Provinciale Carabinieri di Roma; Col. Gerardo Mastrodomenico, Comandante G.I.C.O. della G.d.F.; Col. Francesco Gosciu, Capo Centro Operativo DIA di Roma e Gianpiero Cioffredi, Presidente Osservatorio Sicurezza e Legalità della Regione Lazio. La pubblicazione è il resoconto, rigoroso e documentato, delle principali inchieste giudiziarie sulle organizzazioni criminali nel Lazio, dei documenti istituzionali e degli interventi pubblici sul fenomeno mafioso nel periodo da luglio 2016 a dicembre 2017. La sua lettura offre un quadro d’insieme per un’analisi sulla penetrazione delle mafie nella Regione Lazio, in particolare nella città di Roma. Si tratta di un’analisi alimentata dal confronto dell’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio con le Forze di Polizia e la Magistratura. Ed è proprio alle donne e agli uomini della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, del Tribunale per le misure di Prevenzione, dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza,della Polizia Penitenziaria e della Dia, che è dedicato il Rapporto. Secondo i dati del Servizio Centrale per i Servizi Antidroga della Polizia di Stato nel Lazio sempre nel 2017 son ben 7.883 chilogrammi di droga sequestrati nel Lazio. Altro dato interessante emerso nel Rapporto in esame è il numero delle Operazioni Finanziarie Sospette segnalate alla UIF della Banca d’Italia nel 2017 che arrivano a 9.769 mentre il numero dei bonifici bancari in entrata dai Paesi cosiddetti Paradisi Fiscali sono 5.706 e quelli in uscita 4.372. Nel Lazio infine sono 512 le aziende confiscate e 1.732 i beni confiscati. Il monitoraggio quantitativo dei clan nella regione e in provincia di Roma viene elaborato a partire dalle fonti giudiziarie e istituzionali. In questa terza edizione si è provveduto a dettagliare la presenza criminale dei boss nella regione, cercando di identificare i numeri e i tempi d’ingresso e permanenza dei clan nella regione. Alla luce di questo approfondimento, il numero complessivo dei gruppi criminali storicamente presenti nella regione dagli anni Settanta ad oggi è complessivamente pari a 154. Di questi, 62 clan sono stati tracciati da indagini e processi per molti anni ma – dalla documentazione consultata – non sono più citati in indagini giudiziarie o rapporti istituzionali da almeno 4 anni. Il fatto che queste consorterie criminali non siano state interessate negli ultimi 4 anni da attività repressiva non significa automaticamente che gli stessi non siano più operativi, in alcuni casi, in base ad elementi scaturiti da indagini e sentenze, gruppi criminali pesantemente colpiti dalla repressione giudiziaria, hanno continuato ad operare appoggiandosi a personaggi della criminalità di secondo piano. La terza edizione, in collaborazione con LazioCrea, dà conto dei fatti giudiziari e degli atti istituzionali degli ultimi diciotto mesi presi in esame dall’Osservatorio e – al contempo – restituisce la sintesi di questi primi tre anni di monitoraggio del fenomeno mafioso nella regione. Al suo interno, attraverso una mappatura del fenomeno a livello provinciale: le principali inchieste, i processi e le audizioni istituzionali che consentono di ricostruire, attraverso documenti pubblici, l’evolversi del fenomeno mafioso e il progressivo avanzamento dell’attività di contrasto coordinata in questi anni dal Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone e dal Procuratore Aggiunto Michele Prestipino.

A Roma attive 24 ore su 24 oltre 100 ‘piazze’ di spaccio

A Roma funzionano contemporaneamente un centinaio di piazze di spaccio, operative h24 e caratterizzate dall’uso di sentinelle, ostacoli mobili e fissi (come inferriate), l’utilizzo di telecamere e l’esistenza di edifici che – da un punto di vista urbanistico – garantiscono un controllo delle aree di spaccio. A quanto reso noto, è proprio la gestione delle piazze di spaccio a Roma a destare maggiori preoccupazioni perché esse rappresentano il luogo in cui maggiore è il contagio delle mafie tradizionali con i gruppi della criminalità romana che fatalmente evolvono nell’assunzione del metodo mafioso. I gruppi organizzati, in gran parte romani, gestiscono le piazze di spaccio con una rigidissima suddivisione del territorio, spesso nella stessa strada, e hanno rapporti e relazioni con soggetti componenti appartenenti ai casalesi, gruppi di camorra e soprattutto calabresi, che sono i grandi fornitori delle piazze di stupefacenti. E’ comunque la ‘ndrangheta che può essere considerata l’organizzazione leader nel settore del narcotraffico romano e non solo. Queste organizzazioni – è stato spiegato – oltre alla gestione del traffico degli stupefacenti i occupano di fatti criminali, come usura, estorsione, eccetera. Queste organizzazioni originariamente non sono mafiose ovviamente, non hanno una derivazione una matrice mafiosa, non sono organizzate in termini mafiosi, di mafioso non avevano nulla eppure stanno cominciando ad acquisire tutti i connotati gli ingredienti tipici dell’esercizio del metodo mafioso. In base a quanto emerso dal Rapporto, i quartieri più interessati allo spaccio sono Romanina, Borghesiana, Pigneto, Montespaccato, Ostia, Primavalle, San Basilio. Ma è senza dubbio Tor Bella Monaca a registrare la zona di maggiore concentrazione di piazze di spaccio dove a spartirsi il territorio sono 11 clan,alcuni dei quali evidenziano con inquietante nettezza l’evoluzione verso il metodo mafioso. Altro aspetto importante e ricordato anche quest’anno: nei quartieri di Ostia, Tor Bella Monaca, Romanina e San Basilio, l’Osservatorio, sempre a partire dalle carte giudiziarie consultate, evidenzia la presenza del cosiddetto “controllo del territorio” da parte delle “mafie di Roma”. Come sottolineato oggi, sono proprio queste porzioni di territorio romano che configurano una vera e propria emergenza che richiede interventi non solo repressivi ma sociali, educativi e culturali.

Don Ciotti: “Nel Paese manca un progetto organico”

“E’ fondamentale mettere in condivisione i saperi sulle mafie. Bisogna fare una edizione per i ragazzi, perché è uno strumento importante e fondamentale ma non è facile. Bisogna restringere lo spazio d’azione delle associazioni criminali”. Cosí Don Luigi Ciotti, Presidente Associazione Libera, intervenendo alla presentazione del III Rapporto “Manca nel Paese un progetto organico, – ha aggiunto don Ciotti – nonostante i grandi progressi, oggi più che mai necessario in un tempo di fratture sociali ed economiche. Ci vuole una azione organica e simultanea, azione giudiziaria ma anche eliminare o ridurre le distanze che non hanno aiutato a voltare pagina. Da secoli parliamo di mafie nonostante sacrifici e impegni di anni. Dobbiamo liberare le nostre speranze dai vincoli dell’ignoranza, della paura e della rassegnazione. Tutti questi segnali sono un grido. Abbiamo troppi ‘cittadini a intermittenza’. Servono cittadini più responsabili, e l’educazione è il primo investimento di una società aperta al futuro. Servono una città e una Regione educative dove tutti insieme concorrono a questo processo.‎ Serve – ha spiegato ancora – una legge concreta e categorica sul gioco d’azzardo‎, mentre sulla droga siamo tornati ai massimi livelli. Io ho tre preoccupazioni: la prima è la legalità. Fermiamoci, molti hanno scelto la legalità malleabile e sostenibile, molti come copertura. Ora ce l’hanno rubata, e si confonde tutto. E’ la bandiera che tutti usano e dietro cui tutti si nascondono. Ma Falcone parlava di legalità e civiltà, e noi ci siamo dimenticati la civiltà che vuol dire politiche sociali, lavoro, famiglia. Senza, non ne usciremo fuori.‎ Altro problema – ha sottolineato – la digitalizzazione della vita, pensiamo solo ai contatti e non più alle relazioni. E poi c’è bisogno di una memoria viva che si traduca in impegno e responsabilità. E’ bello – ha concluso – vedere i ragazzi accompagnati in un percorso a conoscere la storia che ci ha segnato”.

Il Prefetto di Roma Paola Basilone: “Zona grigia che lavora ed investe nel territorio”

“C’è la presenza di una zona grigia che lavora e investe nel territorio. È una cosa sotto gli occhi di tutti la presenza di questa prolifica attività commerciale, oggi chiude un negozio e domani se ne apre un altro con grande velocità. L’attività di prevenzione in questa città è molto importante. In una città che ha una dimensione enorme avere un Osservatorio penso sia determinante – ha aggiunto Basilone -. Penso che dovremmo sviluppare nel prossimo futuro un’attività di maggiore collaborazione con la prefettura di Latina, perché in quell’area le correlazioni e gli intrecci sono molto frequenti e importanti”.

Il Questore di Roma Guido Marino: “Serve cambiiamento educativo, magistratura e forze dell’ordine non bastano”

“La fotografia dice che esiste una presenza invasiva allarmante della mafia e delle organizzazione che si avvalgono del metodo mafioso ma esiste anche un’antimafia che dimostra quotidianamente di non consentire alcuna forma di controllo del territorio in nessun quartiere di Roma. Ma fino a quando il contrasto alla mafia sarà appannaggio di forze dell’ordine e magistratura sarà una strada in salita. Però probabilmente è caso di dedicare un minimo attenzione al modo di agire e pensare mafioso – ha aggiunto Marino – a chi preferisce girarsi dall’altra parte, a chi non si chiede più: è giusto o sbagliato quello che faccio, mi conviene o no. Se tutto questo non cambia, non può cambiare solo un adeguato impianto educativo deve cambiare anche l’impianto legislativo. Se tre quarti di queste indagini di cui il rapporto da conto trovano sempre gli stessi protagonisti che sono in strada, anziché in galera, i magistrati hanno bisogno solo che cambi qualcosa in questa valutazione altrimenti continueremo a prendere atto che i soliti noti pretendono di controllare pezzo del territorio, ma regolarmente non ci riescono. Però – ha spiegato ancora Marino – tutto quello che fa dire a un ragazzo ‘ti sciolgo nell’acido’ al suo professore, questo deriva non solo da maleducazione ma da consapevolezza di rischiare poco o nulla. Non va introdotto un regime di paura ma di consapevolezza che di fronte a certe violazioni si va incontro a conseguenze reali. Forze polizia e magistrati – ha concluso – non possono risolvere tutto”.

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