Agostino Megale, Fisac Cgil: la sconfitta più pesante nella storia del centrosinistra, della sinistra, del Pd e di LeU. La Cgil è in campo. Problemi che entrano in modo pieno nel congresso della Confederazione

Agostino Megale, Fisac Cgil: la sconfitta più pesante nella storia del centrosinistra, della sinistra, del Pd e di LeU. La Cgil è in campo. Problemi che entrano in modo pieno nel congresso della Confederazione

Una intervista a tutto campo con Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil che rappresenta i lavoratori e le lavoratrici del settore del credito, delle assicurazioni e della  riscossione, realizzata per RadioArticolo1 da Roberta Lisi.  Tanti gli argomenti affrontati a partire dai problemi del settore, dalla Banca d’Italia, il suo ruolo nell’economia del nostro paese, alla Consob, alla Cassa depositi e prestiti, ai rischi di una nuova crisi bancaria, alle retribuzioni dei manager, dei “paperoni”, le disuguaglianze crescenti, la povertà e da qui i problemi aperti dal voto del 4 marzo, il  governo che verrà, se verrà, la consultazione del presidente della Repubblica con le forze politiche, il voto dei lavoratori, il ruolo del sindacato anche in vista del Congresso della Cgil. E da qui, dalla domanda che rivolge a Megale Roberta Lisi quando gli ricorda l’articolo pubblicato da Repubblica in cui si racconta che nelle regioni meridionali abbia votato per M5S molto “mondo Cgil”, partiamo  pubblicando questa intervista.

L’intervista col segretario generale della Fisac Cgil. Dimensione della sconfitta, elementi di rottura e di tensione

Quanto accaduto alle elezioni del 4 marzo, è un vero terremoto politico, non solo all’insegna della protesta verso chi governava, segnando la sconfitta più pesante nella storia della sinistra e del centro-sinistra, in modo particolare non solo del PD ma anche di Liberi e Uguali seppure appena nati. Una sconfitta che sta proprio in questa dimensione, che ha visto produrre con noi un elemento di tensione e di rottura nel corso degli anni passati. Mi riferisco in particolare a quando il 25 ottobre 2014 come CGIL organizzammo una manifestazione di contrasto al Jobs Act, e in cui l’allora Presidente del Consiglio aveva un’opinione del sindacato come “arnese inutile del 900” oppure quando nella fase precedente si fece la Legge Fornero sulle pensioni, di cui noi – soggetti come tutti in quel momento alla difficoltà del Paese con lo spread a 500 – non fummo effettivamente in grado di contrastare un’operazione di innalzamento dell’età pensionabile che tanti problemi ha creato rispetto alle aspettative di migliaia di donne e uomini che dovevano andare in pensione.O ancora rispetto alle dinamiche di una condizione per cui sul tema del lavoro e del lavoro ai giovani si è assistito a proclami su un Paese in ripresa, una disoccupazione in calo e posti di lavoro in aumento, con noi che quotidianamente evidenziavamo che un diritto in meno – come quello dell’art.18 – non creava un posto in più.

La richiesta di cambiamento è stata rivolta non a noi ma a qualcun altro

Con l’evidenza che i dati sui posti di lavoro non frenavano la disoccupazione giovanile che continua a superare il 35%, che i tanti giovani del Mezzogiorno costretti ad emigrare e guardare ad un futuro con poche certezze e speranze. Alla fine hanno individuato, non solo nella protesta ma nella richiesta di cambiamento – che non è solo reddito di cittadinanza – una vera e propria esigenza di rivolgere la domanda di essere ascoltati a qualcun’altro, visto come si è mossa la sinistra negli anni passati. È indubbio che bisogna prendere atto che il terremoto politico all’interno del lavoro dipendente produce un dato per il quale tra il 38% ai 5 stelle dei dipendenti pubblici o il 43% degli operai (cosa mai avvenuta in precedenza nemmeno per Lega e Partito Comunista nelle aree tradizionali della sinistra) ci dice non solo che l’elettore è fluttuante, che vi sono cambiamenti di collocazione senza più identità definite, ma che esiste una richiesta di cambiamento forte. Che si rivolge a chi ha proposto di abrogare la Fornero, a chi ha proposto di reintrodurre l’articolo 18 e che in questo vi sia soprattutto al nord, un voto a cui si sommano al tema dell’immigrazione elementi che richiamano alle nature razziste (ricordo quello che disse Fontana sulla “razza bianca”).

Non un razzismo dilagante ma “la società delle paure”, la società dei conflitti

Però inviterei a riflettere sul fatto che anche in quel voto al nord non si evidenzia un razzismo dilagante bensì quella che Bauman definiva la “società delle paure”. la società dei conflitti. Che richiede una politica per cui nell’inclusione, nell’integrazione vi sia la capacità di rispondere alla tenuta delle periferie, ad un problema non solo di ordine e legalità ma di prevenzione, di cultura dell’integrazione, di educazione. In questo sarebbe stato un atto politico rilevante se si fosse fatta la legge sullo ius soli, perché è vero che per contrastare una cultura debole i pensieri devono vedere un’azione, una battaglia politica, sociale e culturale. In cui il tema della prevenzione, integrazione e sicurezza non sia un tema della destra, ma se lasciato solo alla destra viene declinato nel modo peggiore e dà adito a quegli istinti razzisti che invece vanno contrastati e superati; perché altrimenti saremo costretti a vivere drammi più profondi.

Riflessioni che entrano nella discussione congressuale della Confederazione

Queste riflessioni entrano nella discussione congressuale della CGIL in modo pieno. Abbiamo concluso  una Commissione in cui si è fatto un ottimo lavoro nel varare un documento snello, unitario capace di parlare il linguaggio del futuro, della speranza. Ma anche un messaggio positivo in cui la CGIL è in campo per la dignità del lavoro, per la lotta a fascismi e razzismi e per costruire una società dell’inclusione e del diritto. In questo senso penso che il nostro Congresso sarà davvero un grande rilancio della partecipazione e della democrazia nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici. E in modo particolare i temi di un Piano straordinario per il lavoro ai giovani, i temi di una riduzione fiscale da realizzare attraverso le detrazioni fiscali sul lavoro dipendente. Ho sostenuto che dobbiamo ad un certo punto sostanziare questo obiettivo anche in contrasto alla flat-tax, e produrre un risultato di 100 euro medi di riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti, pari a 1.300 euro l’anno. Sapendo che è un costo ma sapendo anche che non si può immaginare che i salari crescano se contemporaneamente non si riducono le tasse sul lavoro, non su tutti. Solo quelle sul lavoro. E per farlo bisogna agire sulle detrazioni sul lavoro dipendente che vanno aumentate. E poi aumentare i salari.

Campagna di ascolto coinvolgendo oltre 30 mila delegati. Gli obiettivi che la Cgil lancia al Paese

In sostanza quello che ripresenta in un documento tra la fase di ascolto (le assemblee a vario livello, oltre 30.000 delegati saranno coinvolti in questa grande campagna di ascolto) che poi permetterà di costruire effettivamente il documento congressuale. Supportato questa volta non solo dalla elaborazione dei 50 membri della Commissione politica ma anche da una campagna di coinvolgimento, partecipazione, ascolto, di consigli che verranno prodotti. Questo ci dovrà consentire non di fare il documento da 200 pagine, ma in 10 cartelle di condensare in modo netto, chiaro e preciso gli obiettivi che la Cgil lancia al Paese e lancia ai propri iscritti.

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