Senato. Ufficio di presidenza a trazione centrodestra. Ceffone al Pd. Ma nei numeri usciti oggi c’è il segreto della maggioranza?

Senato. Ufficio di presidenza a trazione centrodestra. Ceffone al Pd. Ma nei numeri usciti oggi c’è il segreto della maggioranza?

Dopo il voto in serata al Senato per il completamento dell’Ufficio di presidenza, qualcuno nel Pd dovrà pur esprimere il suo malcontento per il trattamento ricevuto da coloro che le elezioni le hanno vinte. E non è finita, perché giovedì alle 11 è prevista la medesima elezione dell’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati. Intanto vediamo com’è andata, riepiloghiamo il senso delle scelte, e ipotizziamo quali sviluppi avranno nel breve futuro. L’Aula di Palazzo Madama ha eletto quattro vicepresidenti, Calderoli (Lega), il più suffragato, con 164 voti, La Russa (Fratelli d’Italia), con 119 voti, Paola Taverna (M5S), con 105 voti, e Anna Rossomando, Pd, con 63 preferenze. Se teniamo conto del numero dei senatori leghisti, 58, di quelli di Forza Italia, 62, e di Fratelli d’Italia, viene il sospetto che qualche senatore eletto in quota Pd abbia votato per Calderoli (da solo fa la maggioranza al Senato), mentre la candidata del Pd ha ottenuto appena 11 voti in più dei senatori eletti dal suo partito (immaginiamo gli alleati della coalizione iscritti nel Gruppo Misto, dalla Bonino a Nencini a Casini).

I numero che non t’aspetti: Calderoli e De Poli, da soli conquistano la maggioranza in Senato, 164 e 165 voti

Il mistero politico su chi abbia votato per Calderoli s’infittisce anche dopo la lettura dei tre questori e degli otto segretari d’Aula del Senato: ebbene, nessun eletto del Pd. Anche sui questori inoltre si è esercitato il voto segreto di una maggioranza, questa volta concentrandosi sul candidato di Forza Italia, De Poli, che addirittura vince con ben 165 voti, mentre il candidato leghista raggiunge quota 130 e la candidata Bottici supera di 10 voti il risultato della Taverna. Sono stati eletti come segretari d’Aula Paolo Tosato (Lega), Francesco Giro (FI), Tiziana Nisini (Lega), Vincenzo Carbone (FI), Michela Montevecchi (M5S), Sergio Puglia (M5S), Giuseppe Pisani (M5S), Gianluca Castaldi (M5S).

Un altro ceffone al Pd, già devastato, e solida maggioranza del centrodestra nell’Ufficio di presidenza al Senato

Come dicevamo, nessun segretario d’Aula per il Pd, che così porta a casa un solo membro su 15 dell’Ufficio di presidenza. E il centrodestra conquista la maggioranza con 8 membri, mentre M5S ne porta a casa 6, a testimonianza del fatto che sono i seggi parlamentari, con questa immonda legge elettorale, che faranno le maggioranze. Un altro ceffone per il Pd, soprattutto per coloro che nell’ombra tramavano per un accordo sull’ufficio di presidenza con i 5Stelle. Accordo bocciato da Matteo Renzi che a metà gornata, dopo aver votato in Senato, twittava baldanzoso verso Salvini e Di Maio: “ragazzi, scusate se interrompo il vostro affettuoso corteggiamento… ma coi voti del Pd non farete alcun governo perché i nostri parlamentari staranno all’opposizione. Buon proseguimento”.

Il consueto scambio di “segnali di fumo” e di battute tra Salvini e Di Maio. Così evitano di parlare di cose serie, Def, povertà, Europa…

La replica di Renzi, e a seguire le analoghe repliche del neocapogruppo alla Camera Delrio, e del segretario nazionale facente funzione Martina, nasceva da uno scambio velenoso a distanza tra i protagonisti di queste ore, Salvini e Di Maio, che proprio sull’appoggio del Pd avevano duellato. Ha cominciato Salvini con questa dichiarazione: “Io al Colle vado da solo. Così ha scelto il centrodestra, per la prima volta va bene così… poi vediamo…”. Il leader del Carroccio ‘guarda’ poi in ‘casa’ 5 Stelle: “Ma da solo Di Maio dove va… Voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono. E poi 50 voti sono molti meno di 90”. Ovviamente, il calcolo aritmetico si riferiva in modo esplicito ai 52 senatori del Pd, e alla distanza di 90 senatori tra i 5stelle e il governo senza il centrodestra. Al fuoco di sbarramento di Salvini, ecco che ha risposto Luigi Di Maio: “Salvini dice che gli bastano 50 voti. Vuole fare il governo con i 50 voti del Pd di Renzi in accordo con Berlusconi? Auguri!”. Come interpretare queste dichiarazioni se non come segnali di fumo in una imbarazzante guerra di posizione che francamente sta stufando l’opinione pubblica italiana? Il Pd pare frantumato dopo l’epocale sconfitta (qualcuno lo ricordi ai dirigenti del Pd, perdere 6 milioni di voti in 4 anni è una sconfitta storica), e la dimostrazione giunge proprio dal modo in cui martedì sono stati “eletti” i presidenti dei gruppi parlamentari, “per acclamazione”, ovvero con un applauso per evitare la conta (ricordiamo qui un’altra assemblea del Pd, quella che nel 2013 “per acclamazione” accolse il nome di Romano Prodi quale candidato presidente della Repubblica, e tutti sappiamo come andò). Mercoledì lo schiaffo di un solo membro nell’Ufficio di presidenza del Senato e l’ironia di Salvini e Di Maio sull’eventuale trasformismo dei parlamentari del Pd.

Infine, stando ai numeri (e la matematica non è ancora un’opinione), i risultati raggiunti da Calderoli e De Poli, rispettivamente con 164 e 165 voti, prefigurerebbero addirittura l’esistenza di una maggioranza al Senato del centrodestra (e addentellati nascosti dal voto segreto) che fornisce l’ennesimo elemento di confusione in una stagione politica di per se non certo chiara. Salvini sostiene che la coalizione di centrodestra parteciperà alle prime consultazioni del Capo dello Stato delle prossima settimana con una delegazione leghista (come faranno Forza Italia e Fratelli d’Italia). Ma userà quei voti per dimostrare che il suo teorema funziona di più e meglio di quello di Di Maio. La forza dei numeri si misura in Parlamento, e il voto di mercoledì lancia qualche segnale importante. Auguri, all’Italia.

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