M5S. Il capo politico Di Maio riunisce i parlamentari a Roma. Blindati alla stampa, che neppure in Corea del nord. Ma su propositi e prospettive sembrano diversi

M5S. Il capo politico Di Maio riunisce i parlamentari a Roma. Blindati alla stampa, che neppure in Corea del nord. Ma su propositi e prospettive sembrano diversi

“Pronti ad occuparci del DEF entro il 10 aprile, pronti a rispettare i parametri europei”. Il M5S che si è riunito oggi pomeriggio al Parco dei Principi, in un lussuoso hotel della capitale, non lontano dal Bioparco e da Villa Borghese, è ben altra cosa rispetto al soggetto anti-sistema delle origini.

Quando, verso le cinque, escono i due probabili capigruppo, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, e quest’ultimo esalta le doti di una compagine composta da competenze, forze fresche e neoeletti pronti ad imparare grazie ad appositi corsi di formazione, si ha la chiara impressione che del grillismo d’antan sia rimasto ormai poco o nulla. Via la scapigliatura, via gli eccessi, via le scie chimiche, via certi abbigliamenti improbabili ed eccoli qui, nel centro di Roma, eleganti, sobri e taciturni: sono i pentastellati della seconda ondata, più maturi rispetto agli esordi, discretamente preparati e ugualmente intransigenti nei confronti dei giornalisti. Non a caso, l’incontro, svoltosi a porte chiuse e con controlli all’ingresso che neanche in Corea del Nord, si è concluso con l’uscita alla spicciolata dei futuri parlamentari, pronti a rifugiarsi nei taxi e a scappar via senza rilasciare mezza dichiarazione, affidando al solo Toninelli le considerazioni relative alla linea del gruppo. L’impressione è che andrà così anche nelle prossime settimane, almeno fino a quando il quadro non sarà più chiaro, fino a che non sapremo se, come e da chi saremo governati, se avrà successo l’evidente moral suasion che sta attuando Mattarella e quali saranno le decisioni della Direzione del PD di lunedì prossimo.

Roberto Fico esce sorridente: bocca cucita ma umore, apparentemente, ottimo. Fantinati e altri protagonisti della compagine grillina, invece, escono di corsa, indisponibili a qualsivoglia contatto con il mondo dell’informazione. Le corse disperate di cronisti e cameramen sono del tutto inutili: l’ordine di scuderia è il silenzio e gli eletti vi si attengono con una disciplina sconosciuta ai partiti contemporanei.

La sensazione è che questo atteggiamento sia dovuto non solo all’atavica sfiducia del Movimento nei confronti di un ambiente che gli è sempre stato, in gran parte, ostile ma anche ad una necessità, comprensibile, di guardarsi negli occhi, serrare le fila e riflettere insieme sul da farsi, in attesa delle mosse e contromosse altrui. Corea del Nord, dunque, qualche ghigno beffardo, un disprezzo neanche troppo malcelato, una certa aria di sufficienza e una preoccupazione reale appena attenuata dall’eccellente risultato conseguito domenica scorsa. È troppo presto per dire come andrà a finire questa storia. Per ora, possiamo asserire solo che il nuovo M5S è molto simile al vecchio per quanto riguarda gli aspetti negativi, tra cui il rapporto conflittuale con il mondo dell’informazione, e molto diverso per quanto concerne propositi e prospettive. La tensione, insomma, si tagliava col coltello e, di sicuro, non si attenuerà a breve.

Ora tocca al Capo dello Stato, moroteo di formazione e assai incline all’inclusione di tutte le forze politiche nel gioco democratico, compiere l’ultimo passo per costituzionalizzare questo soggetto. Nel caso in cui il PD dovesse opporre un diniego irremovibile, l’ipotesi più probabile sarebbe il ritorno alle urne, solo che a quel punto c’è la seria probabilità che dei democratici non rimanga neanche il simbolo mentre i 5 Stelle, altrettanto probabilmente, stravincerebbero il ballottaggio implicito con la Lega di Salvini. E questo oggi si percepiva, in quanto Di Maio non sarà colto ma non è uno sprovveduto.

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