Voto operaio verso M5S? “Ai cancelli delle fabbriche i Pd non si vedono. Hanno perso la strada”. Crozza scopre gli altarini. Salto della quaglia di Riotta, Calabresi, Boccia, Marchionne. Scalfari in confusione. Rossi (LeU): tornare ai principi del socialismo

Voto operaio verso M5S? “Ai cancelli delle fabbriche i Pd non si vedono. Hanno perso la strada”. Crozza scopre gli altarini. Salto della quaglia di Riotta, Calabresi, Boccia, Marchionne. Scalfari in confusione. Rossi (LeU): tornare ai principi del socialismo

Dice un operaio di una grande fabbrica di Pomigliano: “Ho sempre votato a sinistra, ho seguito tutti i passaggi, dal Pci fino al Pd. Il sindacato? La Fiom Cgil, le lotte portate avanti per il lavoro, i diritti, Fiat, Fca, Marchionne”. “E ora – lo interrompe il  giornalista che lo intervista – per chi ha votato, visto il successo dei pentastellati, in Campania, a Napoli, nelle regioni del Mezzogiorno?”. “Non sono andato a votare, ma tanti miei compagni, tanti operai hanno votato per Di Maio”. Insiste il giornalista che realizzerà un ottimo servizio televisivo: “Ma perché quei voti che andavano al Pd si sono trasferiti per una forza politica come M5S?”. Risponde l’operaio: “Non bastano le bandiere”. “Che significa?”, gli chiede il giornalista. “Ai cancelli della fabbrica ormai non si vede più nessuno, il partito non c’è più, neppure un volantino, la solidarietà non c’è più”. “Ma perché – insiste l’intervistatore – non si è fatto più vivo nessuno?”. La risposta, sconsolata, “Forse hanno perso la strada”.

L’amarezza di lavoratori che perdono il loro punto di riferimento a sinistra

È in queste poche parole, nell’amarezza di lavoratori che perdono il loro punto di riferimento politico a sinistra che si trova la risposta alla sconfitta, una débacle per dirla alla francese, la disfatta di cui oggi si disserta in interviste, dibattiti, editoriali, si esibiscono giornalisti della compagnia di giro, quelli che prendono anche un compenso, un cachet, per le comparsate televisive. Ognuno ha una sua ricetta, ognuno indica la soluzione ottimale per uscire dalla crisi politica che rischia di travolgere il nostro paese, di mettere in discussione gli elementi fondanti della nostra democrazia. I media già hanno svolto un ruolo negativo per tutta la campagna elettorale. Invece di informare, certo non annullando la propria identità politica, ma non trasformandola in pura propaganda in fake news usate ed abusate. Ora, addirittura, invece di informare su quanto sta avvenendo, su come risolvere la crisi, sulle possibilità di dar vita ad un governo che non sia un traghettatore verso nuove elezioni, offrono un panorama desolante, una parodia della politica. Mostrano un “vezzo” tutto italiano, cambiano pelle, colore della pelle, camaleonti senza faccia e senza pudore. C’è voluto un comico, uno come Crozza, un grande artista, a far suonare il campanello d’allarme quando ha mostrato alcuni titoli di grandi quotidiani prima e dopo il voto. Abbiamo avuto modo di apprendere per esempio che uno degli editorialisti di punta, Gianni Riotta, professionista di tutto rispetto prima del voto aveva attaccato duramente il candidato Di Maio. Dopo il voto lo ha elogiato. Titolo dell’articolo de La Stampa: “I grillini vogliono caos e non riforme”. Dopo il voto: “Trionfo dei 5Stelle. Ha radici profonde e rispettabili… ed è bene per la democrazia che tocchi adesso a Luigi Di Maio il compito di tentare la formazione di una maggioranza di governo”. Calabresi, direttore di La Repubblica: “Nei Cinque Stelle è lecito e tollerato mentire all’opinione pubblica e ai propri elettori”. Dopo il voto: “Per metà dell’Italia l’unico cambiamento possibile sono i Cinque Stelle… il grido di chi si sente escluso dal futuro e non ha più alcuna fiducia nelle politiche tradizionali”. Marchionne dice di “aver visto di peggio”. Boccia, Confindustria: “Cinque  stelle non fanno paura, sono un partito democratico. Importante è fare un governo”.

Scalfari in confusione, da Berlusconi a Di Maio. E non sono “scherzi”. Giannini: “Suggestivi paradossi”

Per non parlare di Eugenio Scalfari, che è passato dalla intervista rilasciata a Floris a la7 nella quale a richiesta di chi avrebbe preferito Berlusconi o Di Maio, senza alcun tentennamento aveva indicato l’ex cavaliere. Dopo il voto cambia opinione. Avendo registrato che “Di Maio non solo ha fatto una campagna elettorale per difendere la permanenza dei loro aderenti d’ispirazione di sinistra ma per conquistarne altri”, che usava parole di sinistra, avrebbe preferito il leader di M5S a Berlusconi. Poi ha corretto, o meglio ha tentato di correggere, con un lungo editoriale sul giornale di cui è stato fondatore, affermando che si trattava di “uno scherzo provocatore e scherzo resta”. Lui dice che “continuerà a votare per il  Pd”. Non la pensa così, sempre in un editoriale di Repubblica, Massimo Giannini che parla di “suggestivi paradossi” e ci mette dentro anche Domenico De Masi, un “ispiratore” dei pentastellati, che descrive come “una forza socialdemocratica”. Di questa “orgia” di editoriali, commenti, interviste, sollecitazioni anche al Capo dello Stato, cui per Costituzione spetta il difficile compito di tentare di risolvere la crisi, di indicare un possibile governo, Repubblica è capofila. Si è esibito l’ex direttore Ezio Mauro, poi il direttore attuale Calabresi, il quale in dichiarazioni rilasciate qua e là è sembrato simpatizzare con Di Maio, poi lo ha preso di petto esponendo una sua teoria secondo cui non avrebbe 5 Stelle diritto a pretendere di guidare il governo perché ha ottenuto solo il 32,6% dei voti a favore non il restante 67,4 %. “Ciò significa, scrive il direttore, che per oltre 10 milioni di cittadini che hanno votato i 5 Stelle, sono più di 20 milioni che hanno preferito altre forze politiche”. Ridicolo, ci consenta il direttore. Dovrebbe sapere che per dar vita ad un governo ci vuole la maggioranza dei parlamentari. Così recita la Costituzione. Sempre da Repubblica arriva un nuovo editoriale, questa volta l’autore è Giannini Massimo, cavaliere senza macchia e senza paura, l’uomo che compare in televisione, uno degli ospiti fissi, leggi compagnia di giro. Non si fa mancare neppure la radio. Dice che “quello di Grillo e Casaleggio resta un movimento pre-politico e anti-politico. il cui obiettivo è superare la democrazia rappresentativa con una piattaforma non ibrida e postideologica. Quindi non ci sono né ci saranno inciuci da fare o poltrone da spartire”. Ma, prosegue, il “percorso verso la governabilità sarà lungo. E se nel frattempo saprà avviare la sua ricostruzione il Pd dovrà affrontarlo a viso aperto”. Non solo, prosegue il Giannini: “Potrà venire il momento in cui Di Maio, dismessa l’armatura del trionfatore e la postura del ricattatore sarà costretto ad offrire un patto”. Prosegue dando al Pd il via libera, per ridurre i danni. Scrive che “la sinistra potrà anche sedersi a un tavolo, magari in streaming e non con il cappello in mano ma sfidando i grillini”. Allora non sono “un movimento pre-politico e antipolitico. Forse vale quanto scritto nel commento comparso sulla Stampa a firma Riotta. Guarda caso il quotidiano torinese fa parte del gruppo Repubblica-Espresso.

Il trasformismo di chi nel giro di poche ore diventa più grillino dei grillini. Arriva il “compagno” Calenda

C’è da meravigliarsi di un panorama così squallido come emerge dalle cronache dei quotidiani che vanno per la maggiore, dei  giornalacci della destra più becera che esista in Europa? Certo che no, visto il trasformismo di chi nel giro di poche ore, alla luce dei risultati elettorali è diventato più grillino dei grillini. In fondo, dicono per esempio i rappresentanti  degli industriali, dei banchieri, sono dei bravi ragazzi, dei democratici, non mettono in pericolo la democrazia. Lo stesso presidente di Confindustria sembra tirare un respiro di sollievo. Renzi ormai non era più utilizzabile, aveva rottamato se stesso con il rischio che i voti del Pd finissero a sinistra. Marchionne tira un sospiro di sollievo all’apprendere che i “suoi” operai hanno votato gli “stellati”. Non è un caso che Calenda il super ministro abbia preso la tessera del Pd, sia andato a ritirarla in uno dei Circoli storici, abbia chiesto a chi lo ha accolto se “ vi posso chiamare compagni”. Quelli che lo hanno accolto gli hanno detto di sì. Un segnale più chiaro della crisi del Pd e della sinistra, da tempo scomparsa, desaparecida, o meglio non più sinistra non poteva esserci. Un segnale anche per Liberi e uguali  che ha  perso una occasione per riorganizzare il “popolo della sinistra”.

La vittoria del M5S inizia con la sinistra che si sposta verso il centro

Scrive Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana, uno dei fondatori di Leu: “Penso che la vittoria del M5S sia iniziata anche in Italia proprio con la sinistra che si sposta verso il centro, che insegue Blair, che diventa liberal-democratica e sposa supinamente il mercato lasciando che diminuiscano le tutele e i diritti dei ceti popolari. Dopo la sconfitta, per costruire la sinistra del nuovo secolo, occorre a mio avviso tornare alle idee e ai principi del socialismo, ad una analisi critica della società capitalistica e a proposte forti e chiare per la piena occupazione – prosegue – contro la precarietà e per la riduzione dell’orario di lavoro, per salari e pensioni dignitose, per una sanità, una scuola e un’università pubbliche, di qualità e accessibili a tutti, per servizi pubblici controllati dallo Stato nell’interesse di tutti, per investimenti pubblici nella sicurezza idrogeologica e sismica e nella rigenerazione delle città.”

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