Pd, liste. Dopo la notte dei lunghi coltelli che partorisce lo psicodramma collettivo, Renzi legittima il suo dominio davanti ai giornalisti. Cuperlo si ritira, altri vengono epurati. A Taranto occupano la sede

Pd, liste. Dopo la notte dei lunghi coltelli che partorisce lo psicodramma collettivo, Renzi legittima il suo dominio davanti ai giornalisti. Cuperlo si ritira, altri vengono epurati. A Taranto occupano la sede

Il Pd si spacca sulle liste. Dopo una trattativa iniziata venerdì mattina alle 10 e portata avanti a oltranza, nella notte, la minoranza, dopo aver ascoltato la relazione di Matteo Renzi e la composizione delle liste ufficializzata da Lorenzo Guerini, decide di lasciare il Nazareno e non partecipare al voto. “È una delle esperienze peggiori che uno possa fare, gli altri pensano che ci si diverta nell’esercizio del potere, invece è devastante dal punto di vista personale”, esordisce Renzi, dopo quattro ore di ritardo. Il segretario dem non può che rilevare che “c’è un sentimento molto contrastante nel cuore di molti di noi e nel mio cuore”. Tuttavia, spiega, “è evidente lo spazio di possibilità, l’occasione straordinaria che sta tornando a bussare alle nostre porte. Le divisioni nel centrodestra stanno diventando realtà e questo è un elemento di stimolo per la nostra campagna elettorale”.  Il voto della direzione nazionale del Pd che questa notte ha approvato le liste per le prossime politiche si è concluso con 117 sì, un no e zero astenuti. Sono questi i dati resi noti dal Nazareno. La minoranza però non ha partecipato al voto in dissenso.

La conferenza stampa di Renzi nella serata di sabato. Non spiega le epurazioni. Glissa sulla rinuncia di Cuperlo. Lui è il dominus

Solo nella tarda serata di sabato Matteo Renzi convoca una conferenza stampa per spiegare le ragioni che hanno condotto a quei ritardi, a quelle scelte, ma soprattutto alle tante reazioni negative, che ad esempio hanno indotto Gianni Cuperlo a non accettare il collegio uninominale di Scandiano, oppure alle “epurazioni” denunciate da diversi esponenti del Pd, e non solo della minoranza. Prima di sciorinare l’elenco delle candidature autorevoli e di spicco, Matteo Renzi ha chiarito che “tutte le cose lette in questi giorni circa le candidature approvate stanotte, ci hanno portato a dire che forse era meglio fare dei chiarimenti. Abbiamo messo la migliore squadra in campo per vincere le elezioni, con i più competenti e preparati a portare la fiaccola della speranza accesa in questi anni”. Nessuno ovviamente può verificare oggi questa convinzione di Renzi. Resta il fatto che, come ha detto Massimo D’Alema, “in una notte il partito democratico è stato trasformato nel partito di Renzi”. E non a caso, D’Alema è l’unica personalità politica contro la quale si è scatenata la “verve” di Renzi, quando ha presentato la candidatura della sottosegretaria Teresa Bellanova nello stesso collegio uninominale, sostenendo che “dal 5 marzo non sarà più il collegio di D’Alema”. In quella stessa regione Puglia, il Partito democratico è in fibrillazione ovunque. Va oltre la guerra di campanile, infatti, la rivolta di un gruppo di iscritti del Pd di Taranto che oggi ha apposto nella sala riunioni e sul balcone della sede provinciale del partito striscioni con la scritta “Federazione occupata, non vogliamo i baresi candidati a Taranto”. In Terra di Bari, centinaia di militanti del Pd si schierano contro Renzi perché non capiscono l’epurazione della giovane parlamentare Liliana Ventricelli. E a Roma, la corrente di Orlando fa i conti degli esclusi dalla competizione. Non male per essere “la migliore squadra in campo”.

Nel cuore della notte, al Nazareno, i “lunghi coltelli” in azione. Orlando non ci sta, e se ne va

“Se noi prendiamo 2-3 punti e ci avviciniamo al 30% ci sono decine di seggi che diventano da contendibili a vinti”, alletta i suoi. Tocca a Guerini svelare le carte, scandendo i nomi regione per regione, collegio per collegio, di Camera e Senato. Orlando non ci sta e prende subito la parola: “Non c’è stato nessun braccio di ferro semplicemente perché le minoranze conoscono in questo momento le liste che sono proposte a questa direzione”, attacca. Il tempo passato invano, è il messaggio, “non è in alcun modo ascrivibile a un nostro ruolo ostruzionistico”. Di più. “Io mi sono occupato oggi di liste perché sono stato convocato dal compagno Fassino e mi è stato chiesto di individuare tra le priorita alcune ulteriori priorità – sottolinea -. Conosciamo per la prima volta nomi su cui potevamo riflettere. Penso si sia persa l’occasione di fare un lavoro insieme. Oggi non siamo nelle condizioni di pronunciarci sui nomi che ci sono stati proposti”. Il guardasigilli chiede un’ora di tempo per esaminare le liste, ma la proposta viene bocciata. Così i suoi lasciano il Nazareno. Renzi incassa e guarda avanti. Del resto, aveva detto entrando nella grande sala riunioni al terzo piano a mezzanotte e dieci, per informare i componenti della direzione dem del perché di un ritardo che andava avanti dalle 22.30, “le liste non troveranno la totale condivisione, ma è giusto che un’assemblea democratica possa dare la propria valutazione”.

La minoranza sconfitta reagisce, ma è troppo tardi

“Nessun rallentamento è imputabile alle minoranze e da parte nostra vorremmo solo favorire uno svolgimento ordinato e unitario per un lavoro dal quale dipende in buona misura il successo del Pd e della coalizione”, affermano in una nota congiunta Andrea Orlando, Gianni Cuperlo e Michele Emiliano. Poi però, solo in mattinata il ministro Orlando sbotta:  “Non mi sembra che nella maggioranza ci siano soltanto proposte di grande rinnovamento. I fatti vanno in un’altra direzione”. Infatti, afferma, “tra i nomi da noi proposti avevamo anche giovani ricercatori, il portavoce della mia mozione, che è un giovane con meno di 30 anni, ed altri ragazzi alla prima legislatura che non sono stati ricandidati. Se il tema era scegliere, tra le nostre proposte, i giovani – sottolinea Orlando – c’erano tutte le possibilità di farlo”.

E dopo settimane di tira e molla tra chi la voleva e chi no, arriva la conferma di Boschi candidata a Bolzano

E’ arrivata nel cuore della notte la conferma che Maria Elena Boschi, sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri del governo Gentiloni, è candidata alla Camera nel collegio Bolzano-Bassa Atesina. La presentazione della Boschi nel capoluogo altoatesino dovrebbe tenersi lunedì pomeriggio ma nulla è confermato dalla segreteria del Pd dell’Alto Adige. Alle elezioni del 4 marzo nel collegio uninominale di Bolzano-Bassa Atesina ci sarà l’atteso confronto con Michaela Biancofiore. In Trentino Alto Adige c’è perplessità circa la candidatura della Boschi considerando che in passato aveva espresso di essere contraria all’autonomia speciale che c’è nella regione più a nord d’Italia. La Suedtiroler Volkspartei è tutt’altro che soddisfatta della presenza della Boschi e duro è anche il Movimento Cinque Stelle. Il deputato Riccardo Fraccaro (M5S) sostiene che “la scelta di candidare Maria Etruria Boschi dimostra che il Pd è in pieno psicodramma”, ricorda che “quando era ministra per le riforme, nel 2014, Boschi ha detto esplicitamente di essere favorevole alla soppressione delle province a Statuto speciale” e parla di “schiaffo nei confronti del territorio”.

E lo sfogo del senatore uscente Lo Giudice, leader di Retedem ed esponente della comunità Lgbt, fa luce sulle epurazioni

“Adesso c’è da fare una campagna elettorale che porti il Pd ad essere il primo partito per frenare l’avanzata delle destre vecchie e nuove. Dopo il 5 marzo sarà il momento di fare una seria riflessione su cos’è il Pd e su cosa vogliamo essere noi che ci abbiamo creduto”, sostiene Sergio Lo Giudice, senatore uscente, leader di Retedem, storico esponente del movimento gay italiano. Lo Giudice è stato escluso dalle liste, nonostante i molti appelli per la sua conferma. “Sono stato eletto cinque anni fa perché il Pd aveva indetto le primarie – ha detto – stavolta sono rimasto incastrato dai veti incrociati del mio partito nazionale e da quello locale: rischi del mestiere per chi, come ReteDem, la rete nazionale che ho l’onore di presiedere, non accetta modalità di conduzione della nostra comunità politica che non condivide. Se ci saranno un giorno nuove primarie, allora potremo tornare in Parlamento. Per adesso i nostri parlamentari uscenti (sette, quasi tutti scelti nelle parlamentarie del dicembre 2012 da migliaia di elettori) sono fuori dalle posizioni eleggibili”. La formazione delle liste, ha detto Lo Giudice, che al congresso, con Retedem, aveva sostenuto Orlando “si è svolta in un clima surreale che ha prodotto l’ennesima forzatura dell’identità del Pd. Le minoranze, a cui sono state riservate percentuali inferiori a quelle congressuali, non sono state messe in grado di conoscere per tempo le proposte e di dare le loro indicazioni”.

Share