Il Giorno della memoria e i presunti e falsi meriti del fascismo. Lo sguardo sull’Italia di oggi di uno storico che vive a Berlino

Il Giorno della memoria e i presunti e falsi meriti del fascismo. Lo sguardo sull’Italia di oggi di uno storico che vive a Berlino

Il rapporto tra l’Italia e il suo passato dittatoriale è paradossale. In nessun altro luogo dell’Europa occidentale il Giorno della Memoria – concepito meno di vent’anni fa come momento internazionale di commemorazione della Shoah – si trasforma in un’occasione di battaglia sulla coscienza storica della nazione.

Davanti alle polemiche scoppiate in questi giorni, un osservatore smaliziato potrebbe sostenere come l’Italia – uno dei protagonisti attivi della persecuzione ebraica negli anni Trenta-Quaranta, a cui parteciparono tanto il regime quanto la popolazione – sia tutt’oggi incapace di assumersi la responsabilità delle proprie colpe, incapace di affermare coralmente di aver sbagliato e, quindi, di esprimere un pentimento sincero davanti agli orrori del passato. Un simile atteggiamento collettivo non risponde tanto a un’immutata adesione a precetti e dottrine di conio interbellico – la quale peraltro esiste, ma non è determinante –, quanto piuttosto a un senso d’estraneità e a un pregiudizio di superiorità morale: sono sempre gli altri a commettere errori, a scatenare conflitti, a commettere crimini e a essere carnefici, mentre perdura immutata nella coscienza nazionale l’immagine degli “italiani brava gente” e una propensione a risolvere le contraddizioni della propria storia attraverso un liberatorio “volemose bene”. Emblematica è, in proposito, l’istituzione della Giornata del Ricordo in una data prossima al Giorno della Memoria e con un chiaro sottofondo equiparatorio.

Ancor più significativo è il fatto che, quest’anno, il Giorno della Memoria sia accompagnato da un’incessante polemica riguardo al giudizio storico sul fascismo. Dagli studiosi più o meno vicini a posizioni “revisioniste” – termine comunque errato, poiché la continua revisione è parte integrante del mestiere dello storico, mentre non esiste nessuna equivalenza tra il revisionismo e l’espressione di posizioni di destra – fino a personaggi politici, variamente interessati a pescare voti tra i nostalgici del fascismo, assistiamo al continuo ripetersi della medesima vulgata: il regime mussoliniano ha commesso solo due errori, le leggi razziali e l’alleanza con Hitler, mentre si trattò di un fenomeno sostanzialmente positivo, al cui attivo può vantare le politiche scolastiche, le opere pubbliche, le bonifiche, la previdenza sociale e la politicizzazione delle masse. Certo, tra i giudizi degli studiosi e gli slogan dei politici esistono notevoli differenze, su tutte una maggiore pacatezza e obiettività dei primi rispetto alla facile demagogia dei secondi. Ma, nella sostanza, l’abito mentale è il medesimo, e risponde all’intenzione di restituire il fascismo alla storia patria – una storia declinata secondo i termini suddetti, ovvero acritica ed elogiativa, in cui l’eterno “primato” degli italiani si dimostra anche nell’avere avuto il regime totalitario migliore degli altri.

Vedendo questo clima politico e culturale dalla debita distanza – un tempo avremmo detto “da Sirio”, adesso però basta parlare d’Oltralpe – l’attuale rapporto tra l’Italia e la sua storia suscita una certa incredulità, se non un chiaro imbarazzo. Ogni regime politico ha avuto le sue luci e le sue ombre. Dittature ben più feroci di quella mussoliniana hanno dato un contributo maggiore alla modernizzazione del proprio paese, risolvendo drammatici problemi sociali ed economici, arrestando il precipitare nel gorgo della guerra civile, occupandosi del benessere dei bisognosi e, perfino, riuscendo a offrire al proprio popolo un rinnovato orgoglio nazionale e ottimistiche aspettative per il futuro. Eppure, riesce difficile immaginare figure politiche o intellettuali di quei paesi agitarsi per difendere quanto vi è stato di “buono” nel proprio passato totalitario – e ancor meno a margine del Giorno della Memoria. Laggiù, una simile uscita di un rappresentante dell’estrema destra – il quale ha pronunciato una frase certamente più pacata di quelle che siamo abituati a sentire e diretta contro la “auto-colpevolizzazione” del paese – ha prodotto una levata di scudi e di condanne a cui hanno partecipato perfino i vertici del suo stesso partito.

Entrando invece nel merito dei pregi e delle colpe del fascismo, l’intero dibattito pubblico pare condizionato da un vizio di fondo che torna a esclusivo vantaggio degli apologeti del regime. Con puro intento polemico, meriti e demeriti vengono sempre e soltanto giustapposti, quasi si trattasse di caricare i piatti di una bilancia, senza rifarsi – se non in rari casi – a un contesto generale e senza rilevare le reciproche connessioni tra primi e secondi. Si dimentica sempre di ricordare, ad esempio, come le politiche sociali, infrastrutturali ed educative del regime rispondessero in primo luogo alla volontà di potenza e alle mire espansioniste consustanziali all’ideologia fascista in quanto tale, e come sia impossibile comprendere le une senza considerare le altre, individuando quel legame organico tra la celebrata modernizzazione apportata dal fascismo e la deprecata guerra al fianco della Germania nazista. Altrimenti detto, affermare che il regime mussoliniano fece solamente “due errori” e alcune “cose buone” è una contraddizione, poiché tra gli errori e le “cose buone” sussisteva un immediato rapporto di causalità. Qui ovviamente la colpa degli storici è maggiore rispetto ad altri casi, in quanto i cosiddetti “custodi” della memoria si dimostrano incapaci di trasmettere all’opinione pubblica quei risultati altrimenti condivisi nel dibattito scientifico internazionale – al quale peraltro essi partecipano significativamente.

Gli attuali paladini del regime mussoliniano presentano le proprie idee sotto il manto dell’obiettività storica e accusano la controparte di pervicace ostilità a voler considerare serenamente il fascismo come un elemento delle vicende nazionali. Tuttavia non si tratta affatto di una questione che riguarda solamente l’elaborazione del passato. Al di sotto della retorica celebrativa e giustificazionista riposa infatti il discredito verso l’esperienza repubblicana, talvolta accompagnato da malcelate nostalgie e dal rifiuto dei valori costituzionali. L’affermazione secondo cui il fascismo è stato un fenomeno politico sostanzialmente positivo rappresenta l’espressione che meglio sintetizza i sentimenti anti-democratici diffusi nel paese e, in quanto tale, incarna la minaccia più concreta alla tenuta interna del sistema repubblicano. È quindi per legittima autodifesa che il presidente della repubblica, parlando il 25 gennaio durante le celebrazioni per il Giorno della Memoria in Quirinale, non si è limitato a sottolineare come le leggi razziali rappresentino una «macchia indelebile e infamante» nella storia d’Italia, ma ha anche negato ogni “merito” al regime fascista, rilevando come «la caccia agli ebrei non fu affatto una deviazione ma fu insita stessa alla natura violenta e intollerante di quel sistema». Non si tratta affatto di una presa di posizione anti-storica ma, contrariamente a quanto affermano gli apologeti del terzo millennio, è un giudizio ponderato e coraggioso, che non ha paura di denunciare gli errori del proprio passato nazionale. Anti-storica è invece quella narrazione auto-assolutoria, svolta sull’aritmetica dei pro e dei contra, priva di comprensione del contesto e delle interazioni, il cui unico scopo è quello di lusingare un patriottismo piccino e provinciale. Un paese maturo e una memoria storica condivisa, invece di perdersi in polemiche surreali, non dovrebbero temere il confronto con le colpe, i fallimenti e gli orrori del passato.

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