I Cinquestelle e la svolta governista. Dibattito interno assente, comunque non trasparente

I Cinquestelle e la svolta governista. Dibattito interno assente, comunque non trasparente

Che nel M5S stesse cambiando tutto lo si era capito da tempo. E che Luigi Di Maio avesse poco o nulla a che spartire con Beppe Grillo, per storia personale, profilo politico e persino aspetto estetico, era altrettanto evidente. Dagli abiti pseudo-trasandati o comunque alla mano del comico genovese si è passati infatti, nell’arco di questi anni, ai vestiti di alta sartoria, alle camicie e alle cravatte di pregio dell’ambizioso vice-presidente della Camera, aspirante presidente del Consiglio. Una svolta governista in piena regola, dunque, corredata anche dalla scelta dei toni, dei modi e degli interlocutori, dapprima aprendosi ad autorevoli personalità della società civile per quanto concerne le candidature e poi cominciando a lasciare intendere che il tabù delle alleanze, se necessario, andrà accantonato, con buona pace dei proclami iniziali e delle richieste di inflessibilità dei duropuristi della prima ora. Anche per quanto riguarda il profilo dei candidati scelti, benché non siano ancora state rese note le liste, si comprende sin d’ora che la regola aurea del cittadino comune nelle istituzioni è ormai tramontata, in quanto un soggetto politico che aspira, legittimamente, a governare il Paese ha bisogno di selezionare una classe dirigente all’altezza del compito che si è data.

Ebbene, a noi questa svolta non dispiace affatto: la auspicavamo da tempo e riteniamo altresì che un M5S non più estraneo alle più elementari regole della politica e del confronto democratico costituisca un bene per il nostro fragile e deragliato sistema. Peccato che l’obiettivo non sia stato raggiunto in seguito ad un sano dibattito congressuale, con una discussione aperta fra tesi e posizioni diverse e un’analisi di ciò che è meglio per le sorti dell’Italia nel contesto di un mondo che evolve a ritmi vertiginosi, bensì in seguito alle decisioni assunte da pochi dirigenti apicali negli uffici milanesi della Casaleggio Associati, con un Di Maio investito di una leadership dai contorni francamente superiori a quelli che chiunque sarebbe in grado di sopportare, figuriamoci un ragazzo poco più che trentenne con un’esperienza politica alle spalle incredibilmente esigua. Il problema del M5S, come sostiene da tempo Bersani, è pertanto che si tratta di un partito sostanzialmente di centro, benché occorra una certa cautela con le categorie classiche della politica quando ci si trova al cospetto di una compagine tanto singolare, che però non svolge il mestiere tipico dei partiti di centro. Colpa di un dibattito interno assente o, comunque, poco o per nulla trasparente, di troppe decisioni calate dall’alto e, in particolare, del brutto vizio, comune non solo a loro, purtroppo, di tentare di far fronte alla crisi della politica e dei partiti tradizionali a colpi di slogan, luoghi comuni e formule magiche, senza la necessaria riflessione su dove stia andando il pianeta e sul modello di sviluppo che si intende adottare per i prossimi cinquantanni.

Il ruolo delle candidature indipendenti e della “società civile”

In tutti i partiti, compresi i 5 Stelle, le candidature degli indipendenti e della cosiddetta società civile non ricoprono più, quindi, la funzione che ricopriva il meglio della società italiana nel PCI berlingueriano, quando il segretario comunista, fallita la strategia del compromesso storico, si rese conto della necessità di spalancare porte e finestre, di ricostruire un rapporto con il Paese e di ricreare una connessione sentimentale con la propria gente, ampliando contemporaneamente la platea elettorale cui rivolgersi, bensì una mera funzione figurativa. Alcuni dei candidati annunciati sono persone stimabilissime, sia chiaro, ma qual è il loro compito? E, soprattutto, cos’hanno in comune gli uni con gli altri, provenendo, in alcuni casi, da esperienze sociali, lavorative e di collocazione politica effettiva in antitesi l’una con l’altra? L’amara sensazione che se ne ricava, non solo osservando ciò che si muove nei 5 Stelle, è che le autorevoli personalità chiamate in causa servano, più che altro, a coprire il devastante vuoto di classe dirigente e la mancanza di strutture gestionali adeguate a formarla che grava ormai sulle varie forze politiche, rendendole pericolosamente scalabili dall’esterno e alla mercé degli appetiti famelici di questo o quel capobastone locale.

Visti all’opera in un sufficiente numero di città e per un congruo periodo di tempo, siamo costretti a constatare che anche i 5 Stelle non si sono rivelati impermeabili a contatti e rapporti che sarebbe stato, eticamente e politicamente, opportuno evitare, a dimostrazione che pure il mantra dell’onestà, brandito come una clava in faccia agli avversari, senza una visione è destinato a dissolversi o, peggio ancora, a rivelarsi un boomerang.

In conclusione, per una volta, appare veritiero un retroscena riportato oggi da Repubblica, secondo cui Di Maio sarebbe cosciente e avrebbe confidato ai suoi più stretti collaboratori che la posta in gioco per i pentastellati è altissima: o una vittoria piena a marzo, o comunque l’accesso da protagonisti ai palazzi del potere, o la progressiva disgregazione. Perché destra e sinistra, checché ne dicano pubblicamente, esistono ancora, anche e soprattutto al loro interno.

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